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 Oggetto del messaggio: Intervista Pilota sui fregi del Partenone!-(Caso Persephone)
MessaggioInviato: sab mar 12, 2005 11:31 am 
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Cristianuni
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Marmi del Partenone.
Riportiamo di seguito il dibattito andato in onda il 21 gennaio scorso su Rai Tre, durante la trasmissione "Radiotre mondo", con Lucia Annunziata e Maurizio Molinari.

Il testo ci è stato gentilmente fornito dall'ufficio stampa dell'Ambasciata di Grecia a Roma.


Maurizio Molinari (presentatore) - Presentiamo innanzitutto i nostri ospiti. Abbiamo in linea Vassilis Papadimitriou, consigliere stampa dell'ambasciata greca in Italia, abbiamo in collegamento da Londra il prof. Jan Jenkins, responsabile del dipartimento antichità greche e romane del British Museum di Londra, un esperto di arte, l'architetto Manfredi Nicoletti e il nostro ospite in studio, il giornalista Livio Zanetti.
Cominciamo da Vassilis Papadimitriou. I fregi del Partenone sono al British Museum di Londra. Perché la Grecia chiede che tornino ad Atene?

Vassilis Papadimitriou (Ambasciata di Grecia) - Anzitutto penso che non dovremmo definire la questione "un duello tra Grecia e Inghilterra", perché si tratta di un problema che riguarda tutto il mondo.

Lucia Annunziata (presentatrice) - Ma si sa che noi giornalisti dobbiamo mettere un po' di pepe!

Papadimitriou - Credo comunque che sia opportuno fare una piccola introduzione per capire come questi fregi sono stati prelevati ad Atene e sono poi arrivati a Londra. Dobbiamo andare all'inizio dell'Ottocento, più precisamente al 1804, quando Lord Elgin, all'epoca ambasciatore britannico a Costantinopoli presso l'impero ottomano, chiese alle autorità locali il permesso di prelevare dall'Acropoli delle pietre con delle epigrafi. Questo è scritto ancora oggi sul firmano che gli è stato dato. Ma invece di limitarsi a delle epigrafi, questo signore, grande collezionista d'arte come vedremo in seguito, mandò una squadra di operai che, con scalpelli e seghe in mano, salirono sul Partenone e cominciarono ad asportare le sculture, tagliandole una per una, lasciandole anche cadere dall'alto, non di rado quindi danneggiandole, come gli stessi operai ammisero. Una volta fatti a pezzi, i fregi furono caricati su una nave che, dopo una viaggio avventuroso, arrivò in Scozia, dove i marmi andarono ad adornare la villa di Elgin. Ma dopo qualche anno il Lord dichiarò bancarotta e fu costretto a vendere tra le altre cose, anche la collezione di marmi. A quel punto intervenne il governo britannico che comprò regolarmente la collezione - questo è vero - pagandola 35mila sterline ( equivalenti oggi a circa 100 milioni di lire italiane). All'epoca era una bella somma. Il Parlamento britannico, da allora proprietario delle sculture, decise di affidarle in custodia al British Museum. Quest'ultimo quindi è il custode, non il proprietario.

Annunziata- Posso interromperla un attimo? A questo proposito è uscito in Inghilterra da poco un libro che ricostruisce tutta questa storia e si intitola "Lord Elgin e i marmi", edito dalla Oxford University Press e firmato da William St Clair, uno storico che ha dedicato la sua vita a questo argomento. Ecco, chiusa la parentesi per i nostri ascoltatori.

Molinari - Io credo che su questa ricostruzione storica di come la Gran Bretagna è entrata in possesso dei fregi del Partenone è giusto ora sentire Jan Jenkins da Londra. Lei si riconosce nella ricostruzione che è stata fatta da Papadimitriou, la condivide?

Jenkins - Si, ho potuto ascoltare le sue spiegazioni. Quando parliamo di Lord Elgin, dobbiamo però porci un quesito fondamentale: questo signore ha in qualche modo salvato i marmi? La risposta è "sì". Non dimentichiamo che quando Lord Elgin arrivò sull'Acropoli, i marmi di fatto stavano già scomparendo, sia perché c'erano persone che andavano in cerca di souvenirs, sia per atti vandalici. Se vogliamo paragonare i reperti che abbiamo recuperato verso la metà di questo secolo con lo stato in cui i fregi si trovavano al loro arrivo qui, possiamo constatare che le loro condizioni non erano buone. E cosa è successo poi a tutti quei reperti che non sono stati prelevati da Lord Elgin? I pezzi che Elgin non ha portato con sé appartengono al fregio del lato occidentale del Partenone, includono alcune sculture che si trovavano alla base del lato orientale e altre cariatidi. Quindi io chiederei al signor Papdimitriou di fare questo raffronto: tra le sculture così come le vediamo oggi sull'Acropoli e quelle che vediamo oggi nel Museo, tenendo presente che le stesse autorità greche hanno dovuto rimuovere alcune sculture dal tempio per proteggerle. Forse con questo raffronto potremmo capire se Lord Elgin avesse o meno ragione.

Molinari e Annunziata - Sentiamo la risposta di Papadimitriou. Sembra di capire che Jenkins da Londra dica che "noi, prendendo queste sculture, in qualche modo le abbiamo salvate, quindi abbiamo questo diritto di possesso".

Papadimitriou - Questa è solo un'ipotesi, dal momento che non ci sono prove su come sarebbe andata a finire per le sculture se fossero rimaste ad Atene. Da quello che posso constatare però, il Partenone è ancora lì, è in un buono stato, non è andato perduto in questi anni. Quello che poi Jenkins non dice è che questi marmi sono stati vandalizzati due volte: la prima volta, per il modo in cui le sculture sono state letteralmente buttate giù e trasportate su una nave che ha rischiato persino di affondare. E poi, per arrivare a tempi a noi più vicini, bisogna parlare della grande rivelazione contenuta nel libro di cui parlava Lucia Annunziata, opera di questo storico britannico. St Clair infatti ha scoperto che negli anni Trenta una squadra di specialisti del British Museum ha deciso che questi marmi andavano sbiancati, e lo ha fatto usando sostanze abrasive, acidi e spazzole di ferro, per grattare la caratteristica patina giallastra, rovinandoli in maniera irreparabile. Quindi questi "custodi", secondo i quali in Grecia i fregi non sarebbero stati mantenuti bene, devono ammettere che negli anni Trenta loro stessi li hanno gravemente danneggiati. E non solo: hanno mantenuto la cosa segreta. Solo grazie al lavoro di St Clair oggi abbiamo potuto sapere la verità. Una verità che la stessa Direzione del museo ammette.

Annunziata - Sì, però, Papadimitriou, ammettiamo pure che voi abbiate ragione sulla questione del danno e dello sbiancamento, e pare che sia così. Tra l'altro, da quello che capisco, è una questione di gusto culturale: in epoca vittoriana probabilmente andavano di moda il pallore e la trasparenza del marmo bianco. Ma tutto quello che finora ha detto su come sono stati trattati i fregi, anche se fosse vero, non vi darebbe automaticamente il diritto di riaverli. In base a quale ragione li rivolete indietro? Non certo perché sono stati maltrattati.

Papadimitrou - E perché non avremmo questo diritto? Non potremmo reclamarli se fossero stati portati via legalmente dalla Grecia, cosa che non è stata.

Annunziata - Ho capito, ma noi affrontiamo questo caso perché potrebbe creare una nuova legislazione internazionale. Tutti i musei d'Occidente si sono formati così, con opere d'arte portate in posti cui non appartenevano. Allora con questo ragionamento la stele della Rosetta, per esempio, dovrebbe tornare in Egitto , noi italiani dovremmo ridare indietro tutta una serie di cose portate via dall'Africa. Tutti i musei si svuoterebbero a questo punto. Qual è il principio base allora per cui la Grecia li rivuole?

Papadimitrou - Innanzitutto la Grecia ha moltissimi pezzi e molte opere esposti in vari musei del mondo. E' per noi la migliore pubblicità. Anche per questo non vogliamo niente altro indietro, ma con i fregi del Partenone chiediamo semplicemente la restituzione di quello che per noi è parte integrante di un monumento nazionale.

Ammunziata - Quindi solo i fregi del Partenone e niente altro?

Papadimitrou - Niente altro. Posso fare un paragone?

Annunziata - Sì.

Papadimitrou - Immaginate che qualcuno abbia portato via qualche tempo fa una sezione dell'affresco della cappella Sistina e la tenesse a casa sua o da qualche altra parte, lontano comunque dalla cappella. Penso che qualcuno si muoverebbe per riaverla indietro, in Vaticano. O pensate all'obelisco della Fao che l'Italia ha deciso di restituire all' Etiopia. La storia dei fregi è un po' questa.

Annunziata - Quello dell'obelisco è un caso un po' diverso. Ma sentiamo su questo l'obiezione del British Museum, e chiediamo se per una questione di identità nazionale sarebbe disposto a dare indietro i fregi.

Jenkins - Chiediamoci a questo punto qual è il significato per il British Museum dei marmi portati da Elgin. Essi fanno parte di una specie di grande enciclopedia internazionale, che si è formata nel 18esimo secolo. Ora questi marmi si trovano in Inghilterra da circa 200 anni , da prima dell'unità dell'Italia e quindi hanno ormai trovato radici in questo paese. La presenza dei marmi qui è legata, oltre che al loro valore artistico, al significato illuministico del museo come luogo di promozione di una cultura internazionale. Qual è l'alternativa che ci viene proposta? E' quella del principio del nazionalismo, e cioè l'idea secondo cui tutto ciò che viene fatto in un paese deve rimanere in esso. Secondo me non si tratta di un'alternativa accettabile.

Molinari - Però, signor Jenkins, mi permetta di obiettare. Sarebbe nazionalismo se il governo greco chiedesse la restituzione di tutti i reperti archeologici dell'antichità che ha sparsi per il mondo. In realtà in questo caso, come ha detto Papadimitriou, si tratta solo di quelli relativi ad un monumento - base dell'identità nazionale, quindi si tratterebbe di mostrare rispetto per l'identità nazionale e per la storia di un altro paese dell'Unione europea.

Jenkins - L'Ue si è impegnata a difendere il concetto di una cultura federale. Noi viviamo ormai in un villaggio globale. Questi marmi, che vengono visitati ogni anno da milioni di persone provenienti da tutto il mondo, sono grandi ambasciatori sia di certi ideali illuministici sia della civiltà dell'antica Grecia. Dobbiamo ricordare che la presenza dei marmi qui ha contribuito anche molto a far avallare l'idea di unità e indipendenza della Grecia.

Annunziata - Io ho molto apprezzato questa ultima osservazione di Jenkins, perché al di fuori della questione specifica dei marmi, la Grecia non può dimenticare il grande contributo che l'Inghilterra diede alla sua unità e alla sua indipendenza. Che è come dire che la storia è un unicum, un insieme. Si può separare questa storia e che senso ha separarla?

Papadimitrou - Ma questo è come dire che dobbiamo pagare un prezzo per questo contributo. Io direi, per ritornare a quello che diceva Jenkins prima, che è vero che sono 200 anni che i marmi sono lì, ma è quasi altrettanto che se ne richiede la restituzione, e non solo da parte della Grecia. Sapete quanta gente e quanti movimenti nella stessa Inghilterra chiedono la restituzione dei marmi? Sapete che un uomo politico come Harold Nicholson, già nel 1939, chiese al Parlamento la restituzione dei fregi?
Sapete che a favore di essa è la maggioranza dell'opinione pubblica inglese?

Annunziata - Va bene. A questo punto vorrei sentire l'opinione dell'architetto Manfredi Nicoletti. Non tanto su chi ha ragione, ma sull'idea che sottende in generale al concetto di museo, in quanto luogo per esporre arte. Un concetto che non a caso è nato nel cuore dell'Occidente, a cavallo tra pubblico e privato, rappresentando proprio una fase della sua storia. Non dovremmo rispettarli allora come tali invece di cominciare ad entrarci dentro per stabilire a chi appartenga cosa? Non le pare?

Nicoletti (architetto) - Sì, su questo ha ragione. Il concetto di museo è un concetto antichissimo, che risale evidentemente ai tempi della Grecia. Però su questo tema di cui si è parlato vorrei esporre il punto di vista, mio e del collega Lucio Passarelli con il quale ho fatto il progetto per il nuovo museo dell'Acropoli vincendo un concorso internazionale dieci anni fa su circa 450 concorrenti di tutto il mondo. Questo concorso fu bandito perché Melina Mercouri voleva la restituzione e la riunificazione di tutte le sculture del Partenone, e perché questo tempio è il simbolo da sempre dell'unità nazionale greca. E come se metà della House of Parliament di Londra fosse da un'altra parte. Non perché noi dobbiamo restituire all'Egitto, non so, 100mila mummie trafugate e poi la Francia a noi altre pezzi presi da Napoleone. I musei si sono costituiti in questa maniera soprattutto nell'Ottocento e oggi non c'è niente da dire. Però è differente il caso del Partenone.

Annunziata - Quindi lei dice c'è un caso Partenone…

Nicoletti - Esatto, c'è un caso Partenone che è unico e non ha precedenti. E' un fatto che la Mercouri aveva centrato perfettamente bandendo quel concorso che ha portato avanti e imposto l'idea di costituire un museo apposito per i fregi. Inoltre c'è un fatto: questi marmi del Partenone smembrati, al British Museum sono esposti malissimo: i fregi costituiscono una narrazione religiosa prima che artistica, devono essere letti con una certa sequenza perché rappresentano la processione panatenaica, momento centrale di questa grande festa che si svolgeva ad Atene. E' come fossero una sequenza cinematografica. Ed invece al British Museum un pezzo del frontone est è posto vicino a quello nord e c'è una mescolanza di questi oggetti… Non si capisce niente…

Annunziata - Facciamo a questo punto però rispondere Jenkins, che è ancora in linea da Londra.

Jenkins - Vorrei chiedere all'architetto Nicoletti: cosa è accaduto al suo progetto proposto nel 1991? Cosa ne è stato? Lei aveva vinto questa gara: cosa è accaduto al suo progetto per il nuovo museo?

Nicoletti - Intanto insieme all'ingegner Passarelli abbiamo vinto questo concorso. Il nostro progetto ha poi seguito degli iter assolutamente burrascosi dovuti ad invidie di architetti locali, etc. etc. Ma questo non risponde al fatto che gli oggetti del fregio non sono esposti bene al British Museum, perché non c'è alcun rispetto della sequenza originaria.

Jenkins - Posso dire questo. Se si trattasse di reinserire i fregi nell'edificio, se fosse questa la vera proposta, allora potremmo forse accettare le dichiarazioni del signor Nicoletti. Ma in realtà noi stiamo discutendo sulla proposta di prelevare questi fregi da un museo in cui si trovano da duecento anni per trasportarli attraverso tutta l'Europa e trasferirli in un altro museo, un museo che non è stato ancora costruito, il sito del quale non è stato ancora concordato e il progetto del quale non è stato ancora stabilito. Quindi i miei colleghi del settore archeologico che si occupano dell'Acropoli hanno davanti a loro un compito enorme: non salvare delle sculture che si trovano già protette in un museo, ma salvare l'edificio stesso, un monumento che rischia di cadere in pezzi. Mentre noi stiamo qui a parlare, ci sono sculture bellissime, di grande valore, che si trovano ancora sul tempio, e che purtroppo rischiano di deteriorarsi a causa dell'inquinamento atmosferico.

Annunziata - Chiediamo di chiudere questo dibattito al nostro ospite in studio, Livio Zanetti. Cosa ne pensi?

Zanetti (giornalista) - Ma io ho visto sia il Partenone ad Atene che i fregi al British Museum di Londra, come penso molti di noi. Mi sono trovato benissimo in entrambi i casi. Certo, i marmi avrebbero forse una maggiore organicità se tornassero là dove sono nati. Però è anche vero che lo stato britannico li ha comperati, custoditi, più o meno bene, e adesso ha delle difficoltà a restituirli, sia perché li ha pagati, sia perché ha dubbi su come verrebbero conservati. Però vorrei aggiungere un'altra cosa: in un momento in cui l'economia, la politica, persino la giustizia, tendono a diventare planetarie, un eccessivo arroccamento sulla questione dei beni culturali rischia di diventare un po' antistorico.

Annunziata - Molinari - Il caso dunque resta apertissimo.

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Quello che mi chiedo a prima risposta è...come mai un ente italiano si documenta su fattori esteri quando i nostri beni vengono trascurati...allora è proprio vero quando dicono che l'erba del vicino è sempre la più bella!!!
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