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MessaggioInviato: sab lug 07, 2007 1:07 pm 
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Cristianuni
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Bright Eyes.....Fevers And Mirrors

Sono proprio storie di disperazione quelle che escono dalle tracce di questo disco, capolavoro assoluto della band di Omaha. Nessuno al mondo ha mai cantato con tanta rabbia e angoscia di cuori spezzati, amori finiti che non torneranno mai più, tradimenti e bugie. Storie di vita vissuta, da ciascuno di noi, chi più chi meno. Chi non ha mai tremato al telefono parlando con la persona amata avendo paura che quella potesse dire qualcosa di doloroso? Chi non si è mai sentito alienato dal suono di una risata, come se appartenesse a qualcosa di finto? Chi non ha mai passato ore a ripensare a tutto ciò che si è mai detto mentre ci si amava, rimpiangendolo con tutto il cuore al momento della perdita? Questo ventenne riesce a mettere in musica i sentimenti più profondi, rendendoli palpabili e "veri", praticamente a livello "letterario" o cinematografico. Solo con le sue canzoni sono riuscito ad immaginarmi un povero ragazzo che si chiede se il nuovo fidanzato della sua ex si comporta con la stessa dolcezza che aveva lui ("Does he kiss your eyelids in the morning when you raise your head?"). Ha solo venti anni, e il suo genio è paragonabile a quello di un Will Oldham o un Geoff Farina, anche più disperato. La sua voce è spesso urlata in modo veramente da spezzare i cuori. Trattengo ancora a stento le lacrime ogni volta che ascolto certi suoi pezzi. Veramente notevole. Impressionante. Per l'occasione, tra l'altro, Conor si fa accompagnare, tra gli altri, dall'amico Joe Knapp (Son, Ambulance) e da Tim Kasher (Cursive). Mi sentirei tranquillamente di mettere questo disco tra quelli del mese, dell'anno, della vita.

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MessaggioInviato: mar lug 17, 2007 7:24 am 
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Quaquaraqua
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bukowski ha scritto:
è il virgola 32 il problema...
dove lo metto???


poi me li mandi a rate.. :D

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Brad Pitt, e Cicc ten a scal!!!


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MessaggioInviato: ven ago 31, 2007 7:38 pm 
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Cristianuni
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MX-80 Sound.......Out Of The Tune

Gli MX-80 Sound fanno parte delle band "sotterranee" del panorama new-wave. Originari di Bloominghton, nell'Indiana, nel 1978 si stabilirono a San Francisco, accolti nella loro etichetta Ralph dai grandissimi e lungimiranti Residents, sotto l'egida dei quali pubblicarono questo "Out Of Tunnel". Correva l' anno 1980.

Il loro rock suona dissonante, fortemente incentrato sulle distorsioni del leader Bruce Anderson, forte di una sezione ritmica sincopata, con un andamento nervoso e incostante, e di un sax davvero memorabile opera di Rich Stim, straniante e pazzoide, perfettamente a suo agio nella coltre rumoristica del disco.
Si prenda ad esempio la traccia iniziale It's Not My Fault, un basso dal groove potentissimo si staglia in primo piano ad accompagnare le pesanti distorsioni di Anderson, entrambi costretti ad inseguire un drumming a tratti "motoristico" (Neu...), a tratti schizoide (Feelies...).
Il loro è un rock estremamente degradato, forte di una essenziale componente sperimentale, e di un umore malato tipico della new wave (e soprattutto della scena di San Francisco, leggasi Chrome e Tuxedomoon).
Stim più che cantare declama e spesso si incontrano coretti melmosi e spiazzanti come nel caso di Frankie I'm Sorry vero capolavoro di destabilizzazione sonora, di terrificante nevrosi, basso mostruoso e la chitarra "noise" al limite dell'esaurimento nervoso.
La bellissima Gary And Priscilla è forse l' episodio più sperimentale del disco, forte di una ritmica spezzettata all'inverosimile e di una coltre di dissonanze spaventose, in particolar modo nel finale dove il sax sembra una fastidiosa zanzara amplificata.

Se cercate qualcosa di davvero "alternativo", se amate la sperimentazione e la new wave ma soprattutto se apprezzate i capolavori, procuratevelo. Vi ripagherà con un po' di mal di testa e tanta soddisfazione.

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MessaggioInviato: ven ago 31, 2007 7:46 pm 
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Cristianuni
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The Feelies.....Crazy Rhythms

Se dovessimo prendere come riferimento un album che definisca il suono "underground", se dovessimo far ascoltare ad un "iniziato" della musica tutte le migliori caratteristiche del sound "new wave", se dovessimo dimenticarci delle cose buone che i tanto bistrattati anni '80 hanno portato beh...dovremmo mettere nell'ipud questo disco.

I quattro ragazzi imberbi che compaiono sulla curiosa copertina altro non erano che tipici studenti colti e intellettuali della media borghesia americana desiderosi di formare una band, come tanti altri. E come tanti altri cominciarono nel più completo anonimato, suonando perlopiù alle feste e nei "garage party", divenendo però ben presto "famosi" nell' ambito del "sottosuolo" del New Jersey, data la loro straordinaria capacità di coniare un suono nervoso, malato, decadente e glaciale, prendendo spunto dai loro idoli ( Velvet Underground, Beatles, Stones ) metabolizzandoli però attraverso una magistrale opera di "trasfigurazione intellettuale".

I "Crazy Rhythms" della batteria opera del mai troppo acclamato Anton Fier (che sostituì dopo pochi mesi la "prima scelta" Vinnie DeNunzio), le escursioni delle chitarre trattate elettronicamante, e il cantato svuotato di ogni enfasi emotiva di Glenn Mercer, riducono il suono ad un raga psicotico ed androide, pervaso da una sottile tensione di fondo che funge da filo conduttore dell'intero lavoro.

L'iniziale The Boy With Perpetual Nervousness mostra già dal titolo le sue intenzioni. Ci vuole un minuto prima che il brano prenda forma, prima che quel tintinnio e quella progressione in lontananza di chitarra siano tempestati dalla batteria. Un ritmo martellante, penetrante, si staglia in primo piano con le chitarre in sottofondo a ricamare rumori ipnotici. La successiva Fa Cè-La è un tipico brano non-sense buffo e cadenzato, tipicamante punk, con una spruzzata di "Marquee Moon" alle chitarre.
Con Loveless Love si torna su territori malati, con puntellamenti espressionistici vocali (lo straniante coretto di sottofondo) ed elettronici. Addirittura per aumentare il grado ansiolitico il volume si abbassa nella sezione mediana per poi esplodere in un disegno schizoide nel finale. Straordinario.
La title-track, posta alla fine del disco (sulla versione cd c'è anche un'ottima cover di Paint It Black dei Rolling Stones) è forse l'episodio più sperimentale del lotto, manifesto del loro mondo. Una canzoncina che parte spensierata e allegra per poi deragliare in un ritmo motoristico alla Neu, abbellito da brevi contrappunti elettronici. Da mal di testa.

Non si può non usare l'aggettivo "seminale" quando si parla di "Crazy Rhythms" (ma a loro volta anche i Feelies si mossero su coordinate già tracciate), basti ascoltare ad esempio i R.E.M. di "Murmur". Un disco mitico (anche per la sua scarsa reperibilità), che la polvere del tempo non ha minimamente offuscato, anzi. Geniale.

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MessaggioInviato: gio set 20, 2007 11:55 am 
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Cristianuni
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Luca Flores.....For Those I Never Knew

"Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l'ultima" Luca Flores, 1990

Potrei chiudere qui, ma dato che nessuno conosce questo pianista, sprecherò qualche parola in più. Luca Flores nasce a Palermo nel 1956, vive 8 anni in Mozambico per poi trasferirsi a Firenze dove si diploma in Conservatorio Cherubini. Nel 1974 si innamora del jazz e comincia a suonare in varie formazioni, arrivando a collaborare con nomi del calibro di Lee Konitz, Dave Holland e Chet Baker.
Questo disco è del 1995, pianoforte solo. L'album parte con How Far Can You Fly?(Ladder), una canzone che vale un disco. Non è jazz, non è musica classica, è il linguaggio stesso dell'anima. Ogni nota è pura malinconia, ricordo, mestizia; Luca crea per l'ascoltatore, ma il suo dialogo con il pianoforte non è rivolto a noi: è rivolto a se stesso. Questo forse è il jazz, dare agli altri la bellezza e lasciarsi dentro il dolore. E Flores è il più grande a farlo: non credo di bestemmiare paragonandolo a un Thelonious Monk o a un Chet Baker.
Il disco prosegue e ogni nota è un macigno. Non tutti i pezzi sono suoi, nel disco c'è spazio per Gershwin e Kern. Piccola parentesi è l'ugola di Michelle Bobko, ai tempi ragazza di Flores, che in Kaleidoscopic Stars (Tyner's Mirror) canta: "Volavo attraverso sogni infiniti, finchè le nuvole non hanno coperto il mio cammino, raggi caleidoscopici, una guida che mi mandasti". E poi poesia, geniale, struggente poesia.

La conclusione delle registrazioni fu effettuata il 19 Marzo 1995. Dieci giorni dopo, all'età di 38 anni, nella sua casa a Montevarchi, Luca Flores si tolse la vita. Non lasciò nessuna lettera di addio. Questo disco, forse, sono le parole che non volle scrivere mai.

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MessaggioInviato: gio set 20, 2007 12:01 pm 
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American Music Club....Everclear

American Music Club. Un nome che può ispirare tristezza in diversi modi. All'ascolto della musica, ovviamente, si sa che Mark Eitzel è uno che nelle sue canzoni ha sempre riversato la sua vita e quella dei suoi amici, le sue sbornie, le sue rotture improvvise, la sua compassione verso amici divorati dall'AIDS o persi nel tunnel della solita, invincibile crisi esistenziale. Ma anche semplicemente conoscere quel nome implica il lasciarsi avvolgere da una certa ineluttabile tristezza. Per la fine di una band (con tanto di reunion del 2005, il cui risultato non è di mia conoscenza) tutto sommato sconfitta dalle divergenze creative e dalla mancanza di quel successo che gli spettava di diritto, per coraggio e qualità. è questo ciò che ispira la più inguaribile malinconia, vedere una band come gli AMC annientata dall'incomprensione.

Eppure si erano lasciati alle spalle un certo numero di album ispirati e pieni di sentimento: si parte da "The Restless Stranger", album dalle atmosfere suicide praticamente rinnegato dalla band nel quale vi sono ancora tracce di punk e new wave, passando per "Engine" e "California" dove la band ha ancorato il proprio sound a un folk rock spettrale e ombroso nel quale confluiscono influenze psichedeliche piuttosto marcate. Si tratta di lavori sofferti e umbratili, poco accessibili. Con "Everclear", invece, le cose cambiano abbastanza radicalmente: Eitzel e compagni (Mark "Vudi" Pankler alla chitarra, Bruce Kaphan in qualità di polistrumentista, Dan Pearson al basso e Tim Mooney alla batteria) compongono tutto sommato un album meno musicalmente introverso rispetto ai suoi predecessori e più disteso all'ascolto, sebbene per nulla più ottimista o solare: "Rise" riecheggia gli inni epici e marziali degli U2 anni '80, con quel ritornello enfatico e urlato, "Crabwalk" è un country rock vigoroso e incalzante e "The Dead Part Of You" è un amaro sfogo di Eitzel alla chitarra acustica screziato da fiammate quasi noise di chitarra elettrica. Sono brani fragili e carichi di doloroso pathos, eppure orecchiabilissimi, si stampano nel cervello con una facilità sorprendente. Per non parlare di "Why Won't You Stay", apice di quest'accessibilità tutt'altro che deleteria, quasi una ballata da night club dove il canto sommesso e malinconico di Eitzel si accompagna ad una base strumentale in punta di piedi, quasi sottovoce.

Ma la drammaturgia della band trova rifugio anche in brani meno penetrabili, più tetragoni nella loro tremenda depressione: "Miracle On 8th Street" è dominata da una timida melodia di chitarra acustica sulla qualle i tesi rintocchi dei piatti e della grancassa, insieme alla voce soffocata di Eitzel (prossimo alla morte oppure semplicemente alle lacrime) e alle tastiere sinistramente presenti in sottofondo compongono quasi un dipinto sonoro della malinconia esistenziale, insieme a "The Confidential Agent" (psichedelica e oscura, lontana parente degli U2 di "The Unforgettable Fire") senza dubbio la canzone più carica di emozione dell'album, ma la vera coltellata allo stomaco, emotivamente parlando, è "Sick Of Food", una ballata che comincia nel loro solito stile dimesso, quasi da zombie, per poi concludersi in un finale rabbioso e disperato nel quale Eitzel dichiara "Now I wake up and I don't have any gravity". Le liriche riflettono pienamente le atmosfere della musica, storie di introversione e solitudine in cui l'alcol, le delusioni amorose e la malattia hanno un ruolo preponderante, si tratta infatti di testi leopardianamente legati a un'idea di impossibilità di riscatto che più tardi Eitzel, ormai votato alla carriera solista, sintetizzerà in un verso della sua "Are You The Trash": "evil gets what it wants". Forse il male volle che gli AMC cessassero di esistere. L'ha ottenuto.

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MessaggioInviato: sab set 22, 2007 11:51 am 
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Cristianuni
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Giorgio Canali.....Rossofuoco

Romantico e urticante, cupo e iroso, cinico e viscerale, il secondo lavoro solista di Giorgio Canali (già chitarrista "rumoroso" degli ultimi CCCP, dei CSI e quindi dei PGR, tecnico del suono per i Noir Désir, produttore tra gli altri di Santo Niente e Timoria…) va annoverato senz'altro tra le migliori uscite nostrane dell'anno.

Rispetto all'album di debutto, la calligrafia di Canali s'ispessisce, delinea i contorni, compie un balzo nettissimo verso la propria auto-definizione. Forti di un'autorevolezza scostante, le undici tracce masticano infatti sarcasmo e amarezza con deciso piglio elettroacustico (le corde vibrano intense e nervose, il drumming rispolvera l'asciuttezza palpitante dei primi settanta), alternando torride decadenze in guisa di ballata (la narcosi psych à la Afterhours di Pesci Nell'Acqua, lo stringente climax dell'apocalittica Questa E' La Fine) a spurghi post-wave più o meno frenetici (vedi la funkeggiante Corretto E Poche Storie, oppure la giga di Se Viene Il Lupo pervasa dallo spirito - più o meno "santo" - di Mark Lanegan).

C'è poi la propensione per l'idioma transalpino, vecchio "vizio" del Canali che produce forse i tre momenti migliori del disco: se La Démarche Des Crabes risveglia vividi spettri PJ Harvey (ma l'urlo del chorus ha la potenza sferragliante di Sacrifice To The Moon degli Ultimate Spinach) e Adagio Baroque sembra una jam tra Nick Cave e gli Slint, Maman Va Rentrer scomoda trepide suggestioni cinematografiche (difatti era presente nella soundtrack del film Guardami, diretto dall'amico Davide Ferrario …) grazie ad un gioco sottile di corde pizzicate e distorsioni evanescenti, lasciando poi alla malinconica pietas di un piano il compito di farci attraversare questa visione densa e sospesa, questo senso di perdita sterminato e irredimibile.

Nella seconda parte la scaletta mette in evidenza una prosa più scopertamente narrativa, schizzando quadretti folgoranti in equilibrio tra cantautorato e pulsione rock, tra deliri emblematici (Fuoco Corri Con Me) e paradigmatiche ribellioni (Testa Di Fuoco - quasi un De André in salsa roots rock - e Rossofuoco, strutturalmente un po' banale ma dal testo tutt'altro che prescindibile). Chiude la nevrastenia elettroacustica di Pompieri 2, che da sola basta a spiegare ciò che manca a un Ligabue per meritarsi la tesserina del club: l'intransigenza espressiva, quella determinazione che tradotta in suono si arpiona all'anima, come un virus incazzato, o molecole di tenerezza, o una visione d'abisso.
Rock adulto, consapevole, disubbidiente. Disincantato quanto fiducioso, orgogliosamente poetico e impuro, teso come uno sguardo da galera: in fondo di dischi così - di quelli che non smaniano per inventare, di quelli che ogni pezzo è uno schiaffo e qualche verso un tatuaggio nella memoria - c'è sempre un gran bisogno

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MessaggioInviato: sab ott 06, 2007 1:12 pm 
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Cristianuni
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Daniel Johnston.....Fear Yourself

Attivo sin dai primi anni Ottanta, il californiano Daniel Johnston torna alla ribalta con un album caratterizzato da elementi opposti che rifraggono le patologiche contraddizioni personali del suo autore, musicista profondamente sensibile, affetto da gravi turbe mentali che ne hanno condizionata la carriera.
Le tracce che costituiscono l’ossatura di "Fear Yourself" sono gemme grezze, avvalorate dalla pura fragilità della voce di Johnston, sgraziata e stonata, ma altamente espressiva e commovente.
Un’ingenua filastrocca acustica inaugura l’incantevole viaggio verso paesaggi immaginari tratteggiati dalla disinvolta follia del cantautore di Sacramento, che sfoga le proprie paranoie in un tripudio di allegria e disperazione.

I brani, della durata media di quattro minuti, ammiccano tanto al caramelloso pop lisergico dei Flaming Lips quanto alle incursioni a bassa fedeltà di Beat Happening e Half Japanese, svelando Johnston come uno dei compositori più ispirati degli ultimi vent’anni.
I rintocchi di piano di "Syrup Of Tears", le delicate ombreggiature di theremin presenti in "Must" e i sommessi fraseggi di corno francese che costituiscono il sostrato di "You Hurt Me" scandiscono timide note, intrise di sofferta passione e decadente malinconia; ciascun elemento concorre a contrappuntare l’ironia che pervade ogni singola nota di un lavoro privo di autocommiserazione e sentimentalismo fine a sé, caratteristiche purtroppo presenti nelle opere di diversi cantautori moderni.

L’encomiabile produzione di Mark Linkous, alias Sparklehorse, rende provvidenzialmente coeso e godibile un album fin troppo ricco di spunti. Artwork e booklet, curati dallo stesso Johnston, esprimono con coerenza le differenti sfumature di una musica mostruosa e al contempo naif.

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MessaggioInviato: sab nov 10, 2007 12:42 am 
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Anthony Braxton....For Alto

Se avete dei vicini di casa malati di cuore, o malati di nervi, o anche semplicemente inclini a chiamare il 113, lasciate perdere l'ascolto ad alto volume di questa "roba"... fatelo solo se le condizioni lo consentono o siate predisposti al peggio! Direte: "perchè tante precauzioni? In fondo si tratta solo di musica, no?"...NO! E' molto di più. E poi è davvero musica? Non lo so. So solo che ascoltarla la prima volta (ma anche le successive) è una cosa sconcertante, allucinante! Suoni inauditi... (suoni o rumori?). Si viene catapultati in un caleidoscopio di colori dalle tinte rosso sangue, splatter direi; chi l'aveva mai immaginato che il sax contralto (quello di Charlie Parker) potesse produrre tali oscene meraviglie? Da quei soffi estremi escono fuori visioni apocalittiche, ridicole, terrificanti, cacofoniche, dolorose. Semplicemente entropiche.

Questo "For Alto" del '69, doppio lp convertito in cd singolo, rappresenta la versione sonora dello stream of consciousness di Joyceiana memoria; l'inconscio Freudiano scoperchiato in musica nella sua natura più primordiale; surrealismo puro! 73' di solo sassofono durante i quali il grande e quasi sconosciuto Anthony Braxton, novello Dalì, da libero sfogo al fiume in piena delle sue visioni deliranti e geniali, si arrampica ad altezze enormi per poi lasciarsi precipitare nel baratro più profondo, è volgare ed elegante, creatore e distruttore, angelico e satanico. In tutta l'opera si avverte uno sforzo palpabile, una fatica immane nel compiere questa incredibile catarsi, ed è comprensibile, dato l'impegno psicologico e "muscolare" che un'impresa come questa richiede. A tal proposito la splendida copertina riesce a ritrarre questa intensità meglio di mille parole! Un viso allo stremo delle forze, impegnato ad oltrepassare la "barriera del suono". C'è dentro tutto l'affanno, e la forza di un superuomo Nietzschiano intento a compiere qualcosa di unico. Impressionante sentire al microfono le inspirazioni di Braxton dopo alcune delle sue potentissime emissioni d'aria... sembrano quelle di un uomo che ha rischiato di affogare ma è risalito in tempo in superficie.

Impossibile descrivere le otto tracce, perché nonostante abbiano caratteri molto diversi tra di loro, sono talmente complesse e multisfaccettate da rendere davvero arduo e potenzialmente noioso per il lettore questo tentativo. In ogni caso è interessantissimo confrontare il secondo pezzo, "To Composer John Cage", con il quinto, "Dedicated To Ann And Peter Allen". Un violentissimo uragano il primo, che travolge e spazza via ogni ostacolo; un'ode elegiaca il secondo, giocato sul filo del silenzio, sussurrato, in cui le note sono appena percettibili, fino a divenire "concettuali"! A un certo punto infatti Braxton smette di soffiare nell'imboccatura, pur continuando a soffiare, e si avvertono i click dello schiacciamento dei tasti dello strumento...come se per un momento volesse sentire quei suoni solo nella sua testa e non nelle orecchie, quasi a volerli sublimare!

Ma insomma è bello questo disco? No, se lo si giudica con parametri convenzionali; assolutamente no. Può risultare orribile, fastidioso, grottesco. Ma è importante sottolineare che si tratta di un'opera rivoluzionaria e geniale, totalmente originale nell'idea e nei risultati. La rivista americana Jazz Down Beat premiò il lavoro con una votazione di cinque stelle, proprio in virtù di questi meriti. Io personalmente trovo quest'opera unica e sublime.

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MessaggioInviato: sab dic 08, 2007 8:15 pm 
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A Silver Mt. Zion: He Has Left Us Alone, but Shafts of Light Sometimes Grace...

ome trovarsi in un angolo qualsiasi del mondo ad un'ora qualsiasi e avvertire, immancabilmente, una struggente sensazione di malinconia...
A Silver Mt Zion è, probabilmente, il più conosciuto e prolifico tra i side project del gruppo canadese dei Godspeed You Black Emperor!, e forse anche il più simile come approccio musicale a quello della band madre, sebbene riveli a più riprese una intimità maggiormente marcata. Partiture apocalittiche, quasi completamente strumentali, per una band-orchestra in questo caso ad organico ridotto, quasi da camera la si potrebbe definire (nei dischi successivi avrebbe accresciuto il numero dei componenti), eppure capace di creare vortici emotivi di straziante bellezza, semplici nella reiterazione di un tema per archi e capace di trascinare l'ascoltatore con sé nel suo ascendere verso impensabili altezze (Sit in the Middle of Three Galloping Dogs).
Eppure è nel tornare giù, negli abissi, che questa musica trova la sua dimensione più consona e naturale, ed ecco, ancora, lo stesso tema portante della prima parte di questo disco, dipanarsi lungo una scala che stavolta discende, continua (Stumble Then Rise on Some Awkward Morning), verso luoghi non definibili, lasciandoci in un non meglio specificato luogo silenzioso e probabilmente buio (Movie, Never Made), dove un cantato e una musica sommessa accolgono chi giunge in visita, parlandogli di città in rovina, forse memorie di una guerra combattuta o ancora in corso di combattimento, una come tante, insomma...
13 Angels Standing Guard 'Round The Side Of Your Bed è un incontro di spiriti e malinconia, quasi coda al racconto della devastazione immediatamente precedente, ma non hanno direzioni differenti le canzoni a seguire: "don't tell me that I am free, 'cause I have not been well, Lately" recita una voce in Blown Out Joy From Heaven's Mercied Hole, ma è un suono quasi ai confini del sussurro, è compito della musica rendere lo stesso concetto, ribadirlo, riuscendovi in maniera mirabilmente più espressiva di qualsiasi parola; corde di violino e tasti di pianoforte giocano ad intersecare suoni struggenti, qui come già altrove, e come, ancora, nella magistrale e conclusiva For Wanda.
Ma sono suoni distanti, ognuno a suo modo, quasi in secondo piano, rispetto all'unico, invariabile e costante protagonista di queste dilatate atmosfere: il fragoroso silenzio che tutto avvolge...

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Rachel's: The Sea And The Bells

Improvvisazioni post-rock avviluppate da arrangiamenti orchestrali di tipo classico, le spire d'un idolatrato romanticismo e l'immediatezza della variegata musica popolare combinati con un modo del tutto nuovo in strutture d'avanguardia; questi gli obiettivi e le peculiarità dell'ensemble statunitense -capitanata dal violoncellista Christian Frederickson, dal chitarrista Jason Noble e dalla pianista Rachel Grimes- che hanno aperto le porte dell'arte ad un promettente "Rock da Camera".

Cambiando spesso formazione del "gruppo" - nel quale si contano sempre almeno venti musicisti esperti di classica o rock - sperimentando e perfezionandosi nei comunque attraenti primi dischi "Handwriting" e "Music For Egon Schiele", i Rachel's pubblicano nel 1997 il disco che identificherà loro e il loro nuovo modo di comporre: "The sea And The Bells".

Un concept album dal sound puro, vivido ed agilmente travolgente, come le onde del mare e le sensazioni salmastre dei naviganti a cui è ispirato, come l'inquietante e struggente vista d'una distesa d'acqua senza sponde, come i versi magari di Pablo Neruda.

Subito il celere andazzo della nave di "Rhine & Courtesan", la cui orchestrazione rinascimentale è bruscamente interrotta nel mezzo dai rumori d'un ipotetico sottocoperta, ci mostra la tendenza al teatrale dell'intero lavoro; ci si può lasciare così sommergere con più scioltezza da brani quali "Sirens", dove troveremo archi impazziti a rappresentare forse proprio il canto delle sirene, o dagli enigmatici echi sottoposti ad una burrasca in "To Rest Near To You" o ancora la cupa, spasmodica "Night At Sea".

Ma le perle indiscusse del disco consistono nelle riflessioni del piano di "Tea Merchant's" -lamento sublime, di cui l'emozionante crescendo è davvero da plauso-, nel minimalismo degli archi alla Michael Nymam in "Cypress Branches" , negli struggenti effluvi di note preziose e nelle architetture formalmente perfette di "Lloyd's Register", e nella fatua aria di "All Is Calm". Con la criptica ambiguità della soffusa "His Eyes" la musica dei Rachel's si ritira, pian piano, svanendo nell'ultimo riverbero della spuma, affidando l'ascoltatore al nero manto del silenzio e della contemplazione.

Ci si trova davanti allora ad un'opera originale, importante, ispirata, ambiziosa; è la simbiosi dell'inviolabilità e dell'evoluzione, è un territorio non incolto ma fertile, non acerbo ma giovane.

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16 Horsepower.....Sackcloth 'n' Ashes

La cosa che più colpisce l'ascoltatore è quella di trovarsi di fronte ad un cantato apocalittico sorretto da una musica che pesca a piene mani dai Joy Division come dai Violent Femmes (il cui violinista, Gordon Gano, partecipa all'album); è un suono che arriva dritto dalle viscere dell'inferno le cui coordinate sono rintracciabili nell'America rurale, precisamente nel Colorado - luogo d'origine del terzetto - tra ritmate digressioni country ("Black Sour Choir") e saloni western pieni di polvere ("Black Bush").
Un inferno che si nutre allo stesso tempo di più tradizioni e movimenti: la disillusione sarcastica del punk - che è l'attitudine distintiva di quest'album - viene accostata al misticismo del country americano e talvolta fusa in una improbabile e grottesca danza macabra dal sapore folk balcanico (grazie soprattutto alla presenza di Jean-Yves Tola, batterista jazz d'origine francese), dove le immagini evocate dalla voce di Edwards si trovano a ballare tra la polvere ed un pesante odore di ineluttabilità ("but i hid and did a bit more lookin', saw ya dancin' on the pine porch creakin', mouth open an doors down wide, here's what was inside i seen what i saw an these things i do are wrong, that's all; an these tales i tales i tell are tall").
Si passa così dalle sfuriate epiche punk-country di "I Seen What I Saw", "Horse Head" e "Prison Shoe Romp" alla declamazione oscura su chitarra slide di "Strong Man", dalle fisarmoniche e la preghiera di un'anima persa in "Ruthie Lingle" al violino balcanico (ad opera di Gano) di "American Wheeze", dai momenti di puro e bellissimo folk malinconico di "Harm's Way" (come non innamorarsi di quel basso profondo intrecciato alla fisarmonica) alla filastrocca dalle sonorità greche di "Neck On The New Blade" - pezzi che poi daranno corpo al futuro sound degli album successivi - alla spensieratezza tra cavalli e cowboy di "Red Neck Reel", legati tutti dai testi e dalla voce di Edwards che proferisce all'opera un senso di inquietudine profonda, come se grandi nubi nere avessero oscurato il cielo; sembra già di vederlo - predicatore che ammonisce i presenti dall'alto di un campanile mentre un'aura di pesantezza si fa strada nei saloon, tra gli stivali dei cowboy, le cosce delle ballerine a lato pianoforte e lo sguardo perso di qualche minatore davanti la sua birra.

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Part & Labor.....Mapmaker

La grande tradizione noise della Grande Mela viene completamente rivoltata dal trio di Brooklyn che preferisce, in questo suo quarto "Mapmaker", accostarsi sempre più a sonorità pop generando un "noise-pop" alquanto intrigante e deflagrante. Li avevamo lasciati con "Stay Afraid" (Jagjaguwar, 2006), un gran pezzo di album di pura potenza rock, dove già la componente pop andava di pari passo con un noise sempre più marcato e radicato nel loro sound.

I Parts & Labor sono: Dan Friel, chitarra/tastiera, B.J. Warshaw, basso/tastiera e R. Weingarten, batteria. Dan Friel ha anche un background da musicista d'avanguardia (musica elettronica), tre album solisti e vari progetti. Questo è il suo gruppo, diciamo, "tradizionale" ma con tanti richiami alla sperimentazione più estrema.

Certo siamo ormai al quanto lontani dal loro disco d'esordio "Groundswell" (JMZ, 2002), strumentale e meno canonico, disco potente, mix di math-rock, noise e rock. "Mapmaker" rappresenta l'apice dell'esplosione di potenzialità espressiva del trio. Quest'album coniuga perfettamente melodia e distorsione, un impatto sonoro ottimamente controllato, esecuzioni perfette con grande lavoro di sintesi fra le tante varietà di influenze che si possono riscontrare (Sonic Youth, Deerhoof, Oneida,..).

E' la melodia il filo che lega tutte le tracce di quest'album. La melodia come prerrogativa del loro sound. Una melodia vocale contaggiosa che scorre nell'incandescente magma noise tra tastiere giocattolo (care alla new-wave), pedaliere, effetti e rumori vari, drumming incalzanti, basso massiccio. Canzoni che suonano orecchiabili ma non perdono certo di aggressività. Già l'inizio è da paura, Fractured skies è una bomba pronta ad esplodere: melodia ascendente, batteria pulsante deflagrata da esplosioni di chitarre distorte e trombe ad inneggiare la cavalcata verso il gran finale. Brighter Days è un post-noise-rock travolgente, basso distorto, batteria invasata e lanciata a tutta velocità, un suono devastante e cattivo. Vision of Repair, Camera Sky (deflagrazioni punk-rock), fake rain, the gold we're digging, knives and pencils, sono altri episodi di grande spessore noise.C'è anche la cover dei Minutemen King of the Hill ottimamente interpretata.

Sicuramente uno dei suoni più eccitanti e intriganti di questi ultimi mesi.

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Loney, Dear....Loney Noir

Il disco che aspettavi ti capita tra le mani così, senza preavviso, mentre stai a guardare nelle bacheche virtuali i grandi nomi in attesa della sospirata release ufficiale, distratto: ti prende alle spalle, ti agguanta, e non ti lascia più andare.

Un nome che non ti dice niente, Loney, Dear, i soliti svedesini da cui ti aspetti Smiths, twee, electro pop e poco più, una copertina né bella né brutta, fari nella notte riflessi in uno specchietto retrovisore. E quasi non fai caso al nome dell’etichetta, la solita Sub Pop, una volta simbolo del grunge di Seattle e ora faro dell’indie pop.

Sinister in a State of Hope attacca e ti ritrovi inchiodato alla sedia: pensi al Neil Young più affranto, nudo, romantico, risenti i Grandaddy, spogliati dei loro gingilli lo-fi, ti ricordi dei meravigliosi, ultimi Robot Ate Me, ma li ritrovi con un cuore più grande. Un cuore grande, e spezzato.

Un pezzo solo, e ti hanno già conquistato. Una manciata di note e sei già loro. Quando ascolti il twee di I Am John, sorridi beato, che non ti ricordavi che melodie così esistessero ancora, ti chiedi dove fossero stati nascosti, questi Loney Dear, da quale meraviglioso pianeta provengano.

Quando parte Saturday Waits quasi li odi, che questo disco è un’operazione a cuore aperto, un esperimento irresponsabile sulle tue coronarie: commosso, ti ricordi perché un bel giorno hai spento la radio e hai cominciato ad ascoltare oscuri gruppi indie pop, riscopri come un falsetto, a volte, possa essere una stilettata al cuore, altro che malanni del sabato sera.

Di Hard Days adori e abbracci l’apparente banalità, e quando arriva il refrain scopri che il già sentito a volte è una maledizione affascinante e necessaria. Gli schemi razionali sono definitivamente saltati, il tuo livello critico pari a quello di una groupie delle più accanite.

Non importa che da lì il disco si adagi su una piacevolezza un po’ più canonica, un po’ meno fuori dalle righe. Servono pezzi per sbollire la sbornia emozionale di quei primi pezzi: provvedono brillantemente la bella I Am The Odd One, quasi un outtake di The Robot Ate Me, il classicismo pop di I Could Say, il walzer delicato di I Will Call You Lover Again.

E poi Carrying a Stone obliqua e romantica, The Meter Marks Ok sconsolata e barocca e la concessione più generosa al lo-fi dei Nonnetti, una And I Won’t Cause Anything At All che suona come suonerebbe il gruppo di Modesto se avesse passato un mese immerso in un barattolo di miele.

Ti spazza via il cinismo, un disco così, ti fa buttare nel cestino etichette, rimandi, targhette e mode. La sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua semplicità, la sua espressività emotiva funzione della sua modestia: e se sentendolo non provate niente, guardatevi indietro, che strada facendo forse, insieme a qualche annetto di troppo, avete smarrito anche il cuore

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Jens Lekman... Night Falls Over Kortedala

Dopo vari cd-r, ep, 7” in edizione limitata e di scarsa reperibilità, nel 2004 l’uscita di When I Said I Wanted To Be Your Dog spinge il nome di Jens Lekman tra i papabili al trono di “rivelazione dell’anno”. Subito incastonato come una pietra preziosa tra Morrissey e Jonathan Richman, Lekman si impone come acuto songwriter di indie pop da camera; ora trascorsi tre anni e mezzo dalla sua ultima full lenght release, intercalata da qualche ep in edizione limitata, le speranze di un gran ritorno si erano affievolite notevolmente, tanto da non farmi scommettere grosse somme su una sua plausibile rifioritura: scommessa persa malamente la mia. Questo Night Falls Over Kortedala non solo è un ulteriore testimonianza del talento del ragazzo svedese, ma è il disco di un artista all’apice della (prima) completezza intellettuale, perfettamente consapevole delle proprie potenzialità.

L'album estende considerevolmente il raggio d'azione già segnato dal precedente lavoro, Lekman assorbe e rielabora tutto ciò che ha sempre amato spillando idee ovunque: curiosa a tal proposito la cover, inserita in un recente ep, di un vecchio pezzo scritto nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, dal compositore napoletano Cesare Andrea Bixio, "La strada nel bosco", portata al successo da vari interpreti tra cui Claudio Villa ed in tempi più recenti Pavarotti, ed in cui Lekman si cimenta accompagnato da ukulele e armonica con una buona padronanza della lingua nostrana.

Queste sue attenzioni maniacali per la forma canzone classica, per il pop, per la melodia, nonchè l'interesse autentico per la varietà di coloriture offerta dai suoni campionati, confluiscono in modo cospicuo in questa sua ultima fatica senza mai risultare straripanti, è il caso dei brani più vicini a quel filone kaleidopop molto in voga negli ultimi tempi, dai Concretes agli I'm From Barcelona, fino ai più blasonati Architecture In Helsinki (quando nomini gli AIH automaticamente i numi tutelari sono i Belle & Sebastian) ed ovviamente Patrick Wolf: tracce come Your Arms Around Me o It Was A Strange Time In My Life, ma anche I’m Leaving You Because I Don’t Love You, sono gioiellini pop splendidamente cantati, nutriti da un ampio uso di archi, handclapping e campionamenti che entrano ed escono di scena sempre al momento giusto, in Shirin ed Into Eternity rivivono l’estro di Van Dyke Parks e la magniloquenza di Burt Bacharach, un pò ovunque si scorge l’attitudine eccentrica del John Cale primi ’70.

L'impronunciabile Kanske Ar Jag Kar I Dig è un tripudio di fantasia pop, spumeggiante il singolo apripista Friday Night At The Drive-In Bingo, do la- fa sol, un riff solare di sax e via per un giro armonico twist che sa di Crocodile Rock del terzo millennio. Sarebbe imperdonabile non approfondire l’irresistibile poker iniziale, l’apertura con And I Remember Every Kiss, una pioggia d’archi e timpani tuonanti da far ghignare Scott Walker e Phil Spector, grandi vocalizzi sempre adeguati al contesto (nell’album il backing vocals tra gli altri puo’ contare su El Perro Del Mar sigla dietro la quale si cela Sarah Assbring), Sipping On The Sweet Nectar ti porta dritto nelle piste da discoteca stile Saturday Night Fever, una sorta di Barry White scandinavo, The Opposite Of Hallelujah e A Postcard To Nina si avvicinano pericolosamente alla canzone pop perfetta!

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