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MessaggioInviato: mar dic 11, 2007 8:41 pm 
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Cristianuni
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Iron And Wine.....The Good Sheperd

La musica di Sam Beam (e l’imago mundis di cui è tesoriera) cresce assecondando il ritmo naturale delle stagioni, cadenzata dai fremiti del creato, nel palpito tenero dei germogli o nel crepitio delle foglie bronzee di senescenza. Cantore d’angusti ripostigli domestici al pari di assolate distese senza confini: solai rivestiti di sughero, illuminati da un lucernario col vetro smerigliato e praterie luccicanti di pioggia o, nel meriggio, bruciate da odorosi effluvi di clorofilla. Ferro e vino, contenuti semplici e universali. Come l’inesausta volontà dell’uomo, sempiterno anelito di vita e di piacere. Lo specchio di una serenità bucolica che riflette la parte migliore dell’ “ol’ south-east”, la minoranza accogliente e rumorosa (certi bisbigli, si sa, sono fragorosi) che non legge il “New Yorker” e non finirà mai sulla copertina del “Time” (al massimo su quella del “National Geographic”) ma di cui ci si ricorda, improvvisamente, ad ogni elezione presidenziale, quando i suoi voti diventano determinanti per assegnare gli scranni più contesi al senato e decidere chi siederà o no nella Sala Ovale (chiudiamo qua la digressione perché sennò ripenso ai tailleur lilla e pervinca di Laura Bush, mi si rivolta lo stomaco e corro in bagno a vomitare).

Un ciocco di legno che brontola nel caminetto e la Bibbia aperta sul comodino intarsiato. L’intimo, morigerato folk casalingo di Mr. Beamnon nutre l’assillo di misurarsi con il correlativo oggettivo rappresentato dalle sonorità del momento, ma preferisce cercare nei motivi familiari, nei barbagli d’emotività che riverberano dentro di se, la forza di andare avanti sulla strada accidentata dell’ispirazione. Dopo due album votati all’estetica della povertà e della sottrazione (The creek and the cradle, 2002 e Our endless numbered days, del 2004, entrambi su Sub Pop) e nonostante si siano sprecate su di lui le similitudini più disparate (da John Denver a Elliot Smith, passando per Neil Young, Simon & Garfunkel, Nick Drake e addirittura John Fahey), stavolta l’uomo dalla tricosi arborea nascosto dietro la sigla Iron and Wine, decide di modificare la rotta pur rimanendo sostanzialmente fedele alla propria linea stilistica. Complici forse le collaborazioni con gli amici Calexico e Califone, nel nuovo The Shepherd’s Dog (Sub Pop, 2007), le oblique sfumature old time music si allargano in campiture insolitamente vaste e ricercate: la voce si fa più che mai diafana e rarefatta da chorus e riverberi, nei solchi smossi dall’aratro della tradizione attecchiscono spore di psilocybe chiaramente sixties per ascendenza, i ritmi corposi e sincopati (raga, latino-americani, creoli) ammutoliscono impercettibili divagazioni quasi “droniche”.

C’è il boogie pentecostale di Pagan angel and a borrowed car e The devil never sleeps, la psichedelia arcaica e “primitivista” di White tooth man (sitar e pow wow pellerossa) o quella “pizzicata” e bluegrass di Love song for the buzzard (sitar, harmonium e accordion). La bossanova per banjo e kazoo di House by the sea e Innocent bones (marimbas e cantato alla “Donovan & Garfunkel”) si accomoda fra le filastrocche honky tonk Resurrection e Flightless bird and american mouth (amorevole, edificante valzer per bambini). Poi ci sono gli episodi isolati, i picchi di creatività, i passi in punta di piedi verso il cono d’ombra dell’ignoto: la deliziosa Carousel, ad esempio, voce schermata dal vibrato e minuscoli droni nell’epilogo, in cui la staccionata della farm di Sam sembra quasi invadere i terreni di Sufjan Stevens. Il flamenco di Boy with coin, con tanto di nacchere e lampeggianti “laid” elettrici (slide e spilli di larsen). E, ancora, i due capolavori: Wolves (song for the shepherd’s dog), un funky-dub mannaro, fosca pastorale che riesuma le “rogazioni” della liturgia dei morti, sorta di preghiere laiche e solenni con cui in campagna si stornavano la minaccia delle bestie feroci e i temporali incombenti; Peace beneath the city, dissonante, notturno, limaccioso blues di insegne cigolanti e barboni che cullano vuoti di T-Bird, un sonnambulo a spasso per una città che assomiglia ad un animale scuro e affamato, il fiato sospeso in aria, pronto ad inghiottirci.

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MessaggioInviato: gio dic 13, 2007 12:37 am 
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Cristianuni
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Altro....Aspetto

C'eravamo quasi cascati all’inizio, e ripensandoci s’era preferito pensarla una simpatica boutade, la descrizione di quest’album fornitaci dai diretti interessati con un sardonico “shoegaze, ma col cantato punk". Al solito, non sai con che pinze pigliarli, Altro, e questa volta sgusciano con ancor più agilità. C’è molto Settantasette “trent'anni dopo” in quell’autarchia fiera, nello spirito che fa sì che restino gli stessi sul palco e fuori, al punto che li potresti vedere tra il pubblico a osservarsi mentre suonano. Non gli impedisce di essere diventati grandi, però, di fargli sottoscrivere che non è così male, in fondo, quella strana faccenda chiamata maturità artistica. Questo è Aspetto: undici brani che smatassano il bandolo del “terzo disco, quello definitivo” smentendo l’assunto con sottigliezza, esibendo suoni finalmente adeguati senza snaturare l’indole che da sempre accompagna i tre marchigiani. Di conseguenza, la calligrafia sonora ha necessariamente smarrito qualcosa in immediatezza, riparando con la padronanza degli scenari new wave che furono e che sono di nuovo tra noi.
Non pensate ad una mossa dettata dal conveniente opportunismo o ignoranza della storia, ché non è da loro: a questo già provvede la maggioranza della stagnante scena musicale italiana. Il linguaggio inconfondibile degli Altro, infatti, ha tuttora modo di emergere costante al di là delle influenze, che non si possono evitare ma nemmeno calpestare. Lo trovate cristallino e peculiare come la regola esige, dentro l’ugola da primi Public Image Limited in cui il gruppo si specchia spesso, volentieri e in Canzone di Andrea, Quadro A. e Passato (dove sei, Memories?) più che altrove. Non manca nelle spolverate di paranoia, stemperata da un respiro malinconico che diresti appartenuto al Morrissey ribelle da cameretta (ma pure al Fiumani cinicamente acustico: l’accoppiata piovosa Smettere e Chiuso). Tuttavia, qualcosa sfugge come sempre e per fortuna, perché quale ruolo giocano la fratturata, falsamente impassibile Federico o la scheggia Gang Of Four di Ramirez? E lo shoegaze che davvero affiora dai riverberi di lontane chitarre nella cingolata Stefano, l’eco sulla voce in stile Pornography di Colpito, o la toccante 31/12, nuovo classico nel solco di Pitagora e Canzone del Gabbiano?
Crescendo alla distanza, l’avvincente rompicapo quasi fornisce una chiave: era già tutto potenzialmente custodito dai due lavori precedenti, aspettava solo di poter emergere, ma forse ci stiamo sbagliando. Gli Altro, più che fornire risposte, paiono propensi a inventare domande da lasciarci in eredità. Al solo scopo di continuare la magia e per rispetto del loro seguito

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MessaggioInviato: ven gen 11, 2008 9:27 pm 
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Cristianuni
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Dirty Projectors......Rise Above

Che Dave Longstreth, in arte Dirty Projectors, fosse molto più che un fenomeno passeggero lo avevamo già intuito dai primi passi del giovanissimo musicista statunitense. Anzi, avevamo anche avuto più di una conferma che la maturità fosse alle porte, nonostante il piccolo passo falso dello stucchevole The Getty Address, un album un po’ troppo pretenzioso.

Ma, si sa, chi non risica non rosica e Dave ha dimostrato negli anni di avere il coraggio e le capacità di provarle tutte senza il minimo interesse di compiacere il pubblico. Ed eccolo di nuovo, in perfetta coerenza con questa linea di pensiero, a cambiare completamente le carte in tavola, spiazzando chi lo aveva già incasellato nella scomoda categoria di musicista “colto”. Rise Above è proprio ciò che nessuno si sarebbe aspettato dopo gli ultimi due capitoli della sua già dignitosa carriera. Spogliatosi della scrittura complessa e cameristica di Slaves’ Graves And Ballads e della pomposità corale di The Getty Address, Longstreth si presenta alla prova (forse) definitiva della sua maturazione artistica con un sound che, grazie ad un organico strumentale ridotto all’osso (chitarra in evidenza, basso e batteria, con coro femminile) strizza l’occhio in maniera del tutto personale e schizofrenica alla “negritudine”: rythm’n’blues, funky e soul in stile Motown. Ma, al cospetto di una personalità così estrosa e musicalmente onnivora, questi riferimenti vanno presi con le molle, tanto sono amalgamati e metabolizzati (e, di conseguenza, nascosti) attraverso strutture e stili che ne rappresentano l’esatto contrario. Tra questi, una certa vena prog, che pervade tutto l’album e conferisce forse il marchio più peculiarmente distintivo a questa ennesima piccola-grande svolta; così come le sferzate noise e i passaggi dal sapore post-rock (Depression, Spray Paint), ai quali è dato il compito di rompere improvvisamente un’atmosfera generale che si può definire piuttosto pacata (in questo senso spicca la beffarda tenerezza di Thirsty And Miserable e di Gimme Gimme Gimme), anche se i toni sono quasi sempre sopra le righe. Fino a giungere alla sintesi estrema di tutti questi elementi con la bellissima Room 13.

Dirty Projectors mantiene, in ogni caso, i suoi tratti distintivi, come quella particolare, ondulante e inafferrabile emissione vocale di Dave, che ricorda, e non poco (come già si è avuto occasione di dire) il miglior Jeff Buckley. Non manca del tutto la scrittura cameristica, relegata, stavolta, ad alcuni episodi (Police Story), a brevi introduzioni (No More) e alla ghost track che chiude l’album, ma mai predominante. Ciò che invece svolge un ruolo assolutamente primario è la chitarra, suonata con svariate tecniche, che spaziano da arpeggi tipicamente neo-folk a graffianti andamenti atonali. Dare un giudizio su un disco complesso come questo presuppone l’accettazione dei limiti di una recensione che, nel contesto degli spazi a disposizione, della tempistica e dell’immediatezza che le sono proprie, può soltanto cogliere aspetti generali di un’opera che aggiunge sempre qualcosa di interessante ad ogni ascolto e che, a dispetto di una piacevole immediatezza di fondo racchiude raffinatezze degne di un grande artista.

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MessaggioInviato: mar feb 12, 2008 6:31 pm 
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Cristianuni
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Into The Wild...Eddie Vedder

Tra spiriti selvatici l'affinità non è mai un problema. Basta una semplice occhiata, poche chiare parole, per capirsi e sapersi ascoltare. Eddie Vedder è un uomo che aspetta il suo momento, tranquillo, con umiltà: rifiuta la facile e grassa promozione. Si nega con vigore ai flash della celebrità contemporanea, e non rincorre il futile ‘botto' d'una carriera solista inutile come Cornell.

Un uomo ‘antico', che riesce ancora a stare in un angolo della stanza senza smanie d'infantile protagonismo. Lui vive così, al di fuori di un ‘sistema' musicale che oggi ti mastica un pò e domani ti sputa via. Ma fuori anche da una politica, da un'amministrazione (W. Bush) che spesso ci dileggia. Ci prende per il culo. Perciò Eddie, qualche anno fa, pensa bene di ‘scollegarsi' dalla routine quotidiana (era il post-Roskilde). E la passione per il surf lo portò a largo delle isole Hawaii, in mare aperto: dove, con altre cinque persone e in piena tempesta, vide la morte da vicino.

Spiriti selvatici affini, dicevo. Amicizie nate un poco per caso, ma spesso perché ritrovarsi a fianco durante proteste o battaglie perse (John Kerry) aiuta a darsi forza. A specchiarsi negli stessi ideali, fortemente ‘liberal' e ambientali, di un amico attore-regista quale Sean Penn. Aiuta a credere. E alimentare quel sacro fuoco che soffia sulla nostra passione. ‘Into the wild' è la colonna sonora dell'omonimo film di Penn, basato sulla storia vera di Chris McCandless. Un giovane che, finito il college, decide di mollare tutto. Il proprio futuro ‘regolare', i soldi, la famiglia e senza guardarsi indietro. Inizia nei primi Novanta (l'epoca di "Ten") il suo viaggio\odissea da hobo, attraverso l'America e poi in Alaska. Nel ‘selvaggio' scenario naturale tra i ghiacci, dentro l'avventura. Un gesto estremo, unico, di un coraggio primordiale: che non avrà un lieto fine, a causa di una pianta velenosa.

Un esordio anomalo e onesto tanto quanto l'autore delle musiche, quello di Vedder. Molta sostanza, e polpa, nelle 11 brevi tracce di ‘Into the wild'. Quasi a rimarcare una differenza, un ‘volare basso' ma concreto rispetto alle ultime stanche prove in studio targate Pearl Jam. C'è voglia di suonare quel banjo, strimpellare l'ukulele e accarezzare con la solita voce di cartavetro una melodia, in queste note a volte figlie d'una tastiera sghemba. Con scatti nervosi, quando serve, a voler ricostruire il fascino delle terre al nord del pianeta; nelle ballate ruvide e sincere di una strumentazione ‘povera', e pochi fidati collaboratori come il producer Adam Kasper, Jerry Hannan e Corin Tucker delle Sleater Kinney. C'è il profumo di sano artigianato in musica, fatto d'idee che abbracciano la tradizione per raccontare una vita ‘vera', ma straordinaria. Specie in anni d'illusionismi, e di pallide ‘realtà' vendute dagli schermi tv.

30 minuti essenziali, privi di pause superflue, tra i quadretti acustici e strumentali di ‘The wolf', ‘Tuolumne', l'intimo slancio di ‘Setting forth' e le sonorità rotonde, calde di ‘No ceiling'. I teneri arpeggi in ‘Long nights', la calma ombrosa di ‘End of the road', le memorie younghiane che tornano nel vigore di ‘Far behind', l'accorata ‘Society' e i suoi cori solitari, l'anima folk e tenera di ‘Rise' e ‘Guaranteed'8. 'Hard sun' è il singolo scelto da Vedder, una ballad corale che s'apre epica con le chitarre nel finale: e testimonia il gusto sbilenco del Nostro, una cover di un oscuro brano fine '80 di tal Gordon Peterson scovato chissà come.

Magari se fosse stato un album normale, avrebbe in parte deluso, ma l'inserimento di quest'opera in un contesto filmico fa ovviamente cambiare i parametri di giudizio, e da questo punto di vista è una riuscita colonna sonora. Un lavoro suggestivo, forse ‘imperfetto', e il canto di Eddie, insieme virile e dolce, che può ancora scaldare e farci trovare un riparo. Come quel ragazzo meravigliosamente perso, al mattino, nella sua immagine in uno specchio d'acqua. Riflesso sconfinato della Natura, madre immensa e severa.

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bukowski ha scritto:
Into The Wild...Eddie Vedder


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Arab On Radar...Yaweh Or The Highway

Noise, Wave, punk, improvvisazione? Difficile incasellare gli arabi tanto suonano strani e devastanti. La forma canzone non rientra nel loro modo di pensare e anche i passaggi melodici non sembrano molto apprezzati, in molte canzoni si ha l’impressione che tutto sia diretto verso lo sfascio totale e il caos sembra irreparabile.

Invece loro sguazzano felici in questo marasma sonoro complice anche la durata esigua delle “canzoni”, mentre si divertono a maltrattare le chitarre con note altissime e distorte, la batteria sembra suonata da un muratore con mazza, tanto è semplice e cattiva, senza parlare delle staffilate di synt sparse qua e là giusto per rovinare i timpani a noi poveri ascoltatori.

La voce come potrebbe essere se non malata e isterica, quando non sembra solo un lamento insopportabile?

25 minuti in 8 canzoni e dopo, tutto torna alla calma nella vostra testa ma qualcosa rimane nascosto, un piccolo seme incolore che se opportunamente annaffiato e nutrito vi mostrerà la strada per capire la follia nascosta dietro la musica malata degli arabi.

Un elogio alla skin graft che continua a sfornare gruppi fregandosene di mode e critici e spesso anche del lucro.

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Fuck Buttons...Street Horrrsing

L’estetica del rumore, una nuova concezione sonora che da quello splendido album dei My Bloody Valentine, Loveless, abbiamo imparato ad accettare e comprendere. Perché non è banale l’idea di fare del rumore, elemento sgradevole per definizione, qualcosa di bello, di poetico addirittura, di soave…Certo, il rumore è da molto tempo usato per sfruttare il potere primordiale del fragore, il fascino morboso del caos, per fungere da mezzo liberatorio di inibizioni e da sfogo per giovani inquieti.

Ma all’ambizione di conferire bellezza a questo fastidioso fenomeno acustico si era ancora ben lontani.

E oggi, nel 2008, un gruppo sperimentale proveniente da Bristol, sembra aver imparato molto bene la lezione, trovando nuovi sbocchi nell’elettronica per questo difficoltoso processo di “abbellimento del mostro”.

Loro sono in due (Andrew Hung e Benjamin John Power), si chiamano Fuck Buttons e il loro album Street Horrrsing è uno stupendo esempio di ciò che è stato detto qui sopra: un insieme di strati e sovraincisioni elettroniche rumoriste ma volte sempre alla ricerca del fascino e della bellezza.

La prima traccia, Sweet Love For Planet Earth, introdotta da delicati effetti elettronici, viene presto sconvolta da un bruciante loop ossessivo e minimale, che con poche (ma buone) variazioni ritmiche e tonali ci immerge in un’acida dimensione altamente fascinosa e turbolenta, resa ancora più abrasiva da una voce filtrata e distorta che sembra prendere spunto dal modo di cantare proprio del campo metal estremo.

Ribs Out è aperta da uno sperimentalismo tribale lontanamente riconducibile a Jon Hassel, estremamente ripetitivo ma dotato, proprio per questo, di un’attrattiva ipnotica e morbosa. La conclusione si riaggancia con la seguente Okay, Let’s Talk About Magic, dove una tempesta di droni martellanti si ripresenta alle nostre orecchie. E così assistiamo ad un fluire caotico capace però di intrappolarci nella sua trasformazione estatica a ritmo e a melodia. Si tratta di un’evoluzione trascinante, o meglio, travolgente, dal potere emozionale ed evocativo estremo. Un’altra volta la voce urlata compare ad esaltare il lato oscuro di questo lavoro e a creare un pregnante mood agghiacciante e minaccioso. Le trasformazioni dei suoni e dei ritmi sono lente, minime, ma radicalmente incisive, riuscendo con incredibile abilità a prendere il sopravvento su un mare di rumore pur essendone costantemente sommerse e a catturarci irrimediabilmente in un crescendo inesorabile e impietoso.

Un’altra mazzata di rumorosa bellezza ci viene da Race You To My Bedroom/Spirit Rise, con la solita superba leggiadria melodica sovrastata da sferragliate di brutali droni, in uno sviluppo epocale nella sua pregnante capacità di imporsi con minuziosa pazienza.

Bright Tomorrow fa proprie tutte le caratteristiche fin qui presentate, partendo con un ritmo techno cadenzato e con loop sinuosi e in costante evoluzione ad accompagnarlo. Ma il caos è in agguato, come ormai ben sappiamo. E così quando siamo già incantati dall’atmosfera così creata (dopo 4 minuti), ecco che la densissima scarica elettronica noise arriva a completare il tutto. Ci siamo di nuovo dentro, e questa volta la profondità di queste caotiche armonie primordiali è superiore, in grado di farci comprendere mille altre sfaccettature di una grazia inconsueta alle nostre orecchie.

La sesta ed ultima traccia, Colours Move, sviluppa ulteriormente e splendidamente gli spunti di Ribs Out per un risultato intenso e policromatico.

Insomma, non so se l’avete capito, ma al sottoscritto quest' album piace proprio.

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The National...Boxer

Arrivati al quarto album, i National non deludono le aspettative e confermano le vette compositive raggiunte col precedente, splendido, "Alligator"; a differenza dei concittadini Interpol o di qualsiasi altro gruppo "pilotato" dalla stampa specializzata, il quintetto americano ha saputo costruirsi lentamente un discreto e meritatissimo seguito, grazie anche a grandi performance dal vivo.

Le caratteristiche della band sono sempre le stesse, come conferma l'opener "Fake Empire": voce baritonale e sofferente, accordi di pianoforte in minore che creano un atmosfera notturna e malinconica. Rispetto al passato però il tutto è molto più compatto, soprattutto grazie al batterista Bryan Devendorf, forse il vero protagonista di questo disco: è lui uno dei punti di forza del gruppo, riuscendo a trasformare persino i pezzi più convenzionali (ad esempio "Squalor Victoria" o "Apartment Story") rendendoli interessanti e convincenti, come dimostrato anche dal vivo in occasione delle date italiane del precedente tour.

In "Mistaken For Strangers" sembra quasi di ascoltare gli Editors o uno dei tantissimi gruppi new waveinglesi, se il cantato sofferto e i dissonanti riff di chitarra non portassero la canzone ad un livello superiore; "Brainy" - una delle migliori canzoni indie-pop ascoltate quest'anno - affronta nel testo i consueti demoni del cantante Matt Berninger (alcool, notti insonni, amori finiti e rimpianti), in contrasto con la melodia semplice ma d'effetto.

La ballata "Green Gloves", davvero emozionante, è forse la traccia più riuscita dell'opera: un racconto sulla solitudine e sull'immedesimazione nelle persone amate che non lascia scampo all'ascoltatore e che dimostra quanto il gruppo sia maturato dagli esordi, qui ricordati con la rielaborazione di "29 years" che appare, del tutto stravolta, con il titolo di "Slow Show", buon esempio dello struggente romanticismo di Berninger ("You know I dreamed about you / for twenty-nine years before I saw you").

Nella seconda parte, inevitabilmente, l'album paga una leggera flessione, anche se la qualità si mantiene alta: le chitarre sono protagoniste assolute della dolce "Start a War" e di "Guest Room", che riprende a livello compositivo e lirico le suggestioni di quella "Secret Meeting" che resta - ad oggi - il capolavoro del gruppo.

Nel finale c'è spazio per una comparsata dell'onnipresente Sufjan Stevens, al piano nell'incalzante "Ada", ennesima riflessione sulla vita di coppia e sull'incomunicabilità; la conclusiva "Gospel", racconto di una nottata estiva in città, si fa apprezzare per l'arrangiamento intelligente e non invadente, che richiama alla mente, oltre che la solita tradizone cantautorale americana, anche gli U2 (che pagherebbero oro pur di scrivere una canzone così, di questi tempi). Considerato nel complesso quindi questo "Boxer" è senz'altro un album eccellente

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DOmani nn perdetevi i MARTA SUI TUBI A SCALO 76 su rai 2 ore 14!! miraccomando!!!!!!!!!!!!!!!!11

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SCUSA MARI, IO SCRIVERO’, VISTO CHE MI VUOI LASCIARE,
(GRAZIE A DIO, GRAZIE A TE!), PERCHE’ A KATMANDU ALLA FESTA DI MARIA
ERO NEL LETTO DI LUCIA CON AIDA, ROSITA E RARE TRACCE DI GIANNA


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Three Second Kiss...Long Distance

Sembra che ogni occasione sia buona per dare spazio a lamentosi piagnistei sullo stato della nostra scena indipendente nazionale. Spesso anche da queste parti siamo caduti nella trappola dell’autocommiserazione e abbiamo criticato, lamentato, esposto problemi, argomentato. A questo giro, però, vogliamo dedicarci ad una specialità differente: vogliamo dare spazio e credito ad una band importante che in questo scenario così spesso criticato, ha saputo ritagliarsi uno spazio oltre i luoghi comuni, oltre alle proprie limitazioni contingenti. I bolognesi Three Second Kiss esistono dal 1993 ed hanno pubblicato, compreso il disco di cui qui tratteremo, quattro album, preoccupandosi sempre di dosare le tempistiche e prendersi tutto il tempo necessario a realizzare sempre al meglio i propri progetti, coltivandoli con passione e con le strategie ritenute più giuste a raggiungere la migliore delle realizzazioni possibili. “Long distance” sarebbe perfetto se prodotto da Steve Albini? Lo si chiama; il disco ha come spazio naturale il mercato straniero? Ci si appoggia ad un’etichetta nuova ed ambiziosa come la Africantape (di cui “Long distance” è la prima pubblicazione). Poco importa se dal precedente ed ottimo “Music out of music” siano trascorsi cinque anni. “Long distance” funziona a meraviglia: rispetto al disco che lo ha preceduto appare più compatto ed irruento; dove “Music out of music” si fondava su dilatazioni ed occasionali assalti all’arma bianca, “Long distance” aggredisce l’ascoltatore a pugno chiuso, puntando maggiormente su ritmi più stretti (forse il nuovo batterista ha influito in tal senso) e brani più apertamente punk. Le influenze sono come sempre ben dichiarate: i Jesus Lizards affiorano un po’ dappertutto, insieme ad un gusto per la matematica che rimanda direttamente agli Shellac e ad un’irruenza che potrebbe anche ricordare le prime cose degli Unwound. Ci sono le varie You are the music, I’m a wind, Dead horse swimming e Deviationism a testimoniare quanto di buono i Three Second Kiss hanno raggiunto nei quindici anni della loro storia e “Long distance” è un piccolo miracolo, come quel “Stella” che gli Uzeda ci hanno regalato due anni orsono.

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The Queen Is Dead...The Smiths

Forse The Queen Is Dead non metterà d’accordo tutti i fan della band su quale disco sia il migliore, sempre che ce ne sia uno, ma in fondo poco importa, perché se il titolo del disco richiama il tema della dissacrazione delle istituzioni (in particolare Morrissey definisce in una intervista la famiglia Reale come la più inutile di queste) in questo disco, è innegabile, c’è tutto il mondo degli Smiths. E’ proprio la title-track ad aprire le danze con una pregevole introduzione di batteria e, nonostante la raffinatezza di Morrissey non viene mai meno, nel testo l’attacco è feroce e diretto: …Charles don’t you ever crave to appear in the front of the Daily Mail dressed in your mother’s bridal veil…(Charles, non hai mai desiderato apparire sulla copertina del Daily Mail indossando il velo da sposa di tua madre?).

Mentre sarà la Chiesa ad essere presa di mira in Vicar In a Tutu , sempre in uno spettacolare compendio di scuola musicale fatta di David Bowie e Beatles nelle loro versioni più poetiche. L’amore per Oscar Wilde, invece, è sublimato alle porte di un cimitero, dichiarandolo addirittura superiore a Keats e Yeats (non senza un altro attacco, stavolta a chi si appropria dei ‘versi’ altrui), un amore spirituale per il poeta omosessuale inglese che ricalca, a sua volta, l’androginia del leader della band, o, comunque, il suo difficile rapporto con l’altro sesso, tanto divulgato sui giornali e preso in giro da alcuni ‘colleghi’ increduli (“Non ci crede? Se George Michael vivesse la mia vita per cinque minuti, correrebbe ad appendersi al primo pezzo di corda”).

Questo stesso strano modo di vivere le relazioni affettive lo porta a dire , nella traccia conclusiva del disco, che tutto ciò che è riuscito a scoprire, in un brano aperto da un sali-scendi del volume, è che “Some Girls Are Bigger Than Others” e questo è tutto ciò che ha da dire sull’argomento.

La genialità dei testi trova un meraviglioso contrasto in There’s A Light That Never Goes Out, in cui, su una dolce melodia, ci racconta di come sarebbe bello morire in due schiacciati da un autobus a due piani (sempre molto campanilistico anche nelle immagini evocate). E nonostante la musica assuma palpitazioni punk in Bigmouth Strikes Again , originale colpo di inventiva che decora il disco, è ancora una volta il testo di Morrissey a lasciare senza fiato, raccontando delle sensazioni provate da Giovanna d’Arco mentre il suo walkman cominciava a sciogliersi…

Un disco da cui attingere citazioni a piene mani, un album spinto al massimo, anche nelle parti più intimiste, forse quasi nella consapevolezza che la carriera volgeva al termine ( I Know It’s Over , dice Morrissey, anche se riferito ad altro, in quello che per alcuni critici è il pezzo più bello degli Smiths).

Dischi che vendevano milioni di copie conservando un grandissimo valore artistico.

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Massimo Bubola - Ballate di Terra e d' Acqua (2008)

Sono 11 i brani inseriti in "Ballate di Terra & d'Acqua", nuovo disco di Massimo Bubola. Undici canzoni legate da due elementi fondamentali per la nostra esistenza: la “Terra” e quindi le radici, la storia, la profondità e “l’acqua” e quindi la fluidità, il presente, la trasparenza. E’ un album sostanzialmente rock questo diciassettesimo lavoro di Bubola, risale, infatti, al 1976 il suo primo disco “Nastro giallo”.
Non incline a compromessi, il cantautore veronese collaboratore storico di Fabrizio De Andrè, (con il quale ha scritto due bellissimi album: “Rimini” e “L’indiano” e canzoni famose come “Andrea”, “Fiume Sand Creek”, “Don Raffaé”, “Sally”, “Rimini”, “Franziska”) ha fatto della sua coerenza il suo marchio di fabbrica.

Diritto per la sua strada ha sfornato una serie di dischi più o meno fortunati senza mai cadere nella morsa commerciale e anche questo disco, infatti, non scalerà (per fortuna) i primi posti delle classifiche di vendita.
Bubola abbandona in questo lavoro le tastiere e i violini, accentuando di più le chitarre e creando così un suono più rock. Il disco viene subito assimilato grazie alla semplicità e alla struttura delle canzoni, le parole e le musiche sono ben amalgamate, e questo rafforza l’equilibrio non sempre facile per brani di un certo spessore, canzoni in cui il testo ha una valenza primaria quanto la musica.
Tutti i brani si mantengono su una buona media ed è difficile stilare una graduatoria, questo dimostra ancora una volta l’omogeneità, l’intensità, la profondità, tutti valori aggiunti dall’esperienza ormai trentennale del nostro migliore folksinger italiano.
In definitiva "Ballate di Terra & d'Acqua" è la dimostrazione della serietà e della bravura di Massimo Bubola, a conferma che la coerenza alla fine paga sempre.


sottoscrivo parola per parola questa recensione tratta da http://appuntinovalis.blogspot.com/2008 ... a-e-d.html ... e aggiungo che è un peccato che Bubola non sia conosciuto bene da tante persone perchè secondo me è semplicemente il piu' grande cantautore degli ultimi 25 anni almeno. Oltre che uno dei pochi a scrivere completamente le sue musiche e i suoi testi .


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MessaggioInviato: dom set 28, 2008 11:26 am 
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Cristianuni
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Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
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ASSALTI FRONTALI....Mi Sa Che Stanotte

Il rap è linguaggio, l’arma il microfono, i proiettili le parole. Davanti al nuovo disco, il sesto di una carriera lunga 16 anni, si pensa a questo e la copertina in un certo senso aiuta: è una citazione della famosa foto di Malcom X con un fucile in mano e la scritta "con tutti i mezzi necessari", quelli previsti dalla Costituzione. Nel nostro caso, ci ritroviamo l’Assalto Frontale con un microfono al posto del fucile, ma con lo stesso sguardo scrutatore sulla realtà.
In fondo, realtà e società sono da sempre i temi del rap, con la politica come variabile impazzita, perché si è militanti sempre, prima, ora, dopo. Gli Assalti Frontali sono stati anche una notizia dei quotidiani nazionali qualche tempo fa, oggetto di inchiesta con l’accusa di terrorismo, intercettati e pedinati perché nei focosi anni 80 sono stati a contatto col terrorista br Mario Galesi.

Assalti Frontali e le nuove brigate rosse: questo il titolo e questa la storia raccontata in "Che stress i Ros", cronistoria dell’anno vissuto pericolosamente dalla crew romana. Per la cronaca, va detto che il gruppo è uscito pulito dalle aule di tribunale. L’esperienza ha colpito le sensibilità di Militant A e soci, tanto da stimolare un percorso a ritroso, un viaggio di riflessione tra passato e presente, partendo dall’origine, dove tutto ebbe inizio. Si rivivono gli anni dei centri sociali nel doposcuola, le gite al mare con la propria donna, gli squat occupati e i primi cortei politici ("Ribelli a vita"). A 18 anni, a emancipazione iniziata, ognuno cerca di darsi una propria ragione di vita: i valori della famiglia e l’educazione ricevuta sono ridiscussi all’interno del nuovo ambiente che ci si costruisce intorno, accettando e assimilando nuove esperienze, nuove traiettorie da cui partire. Gli Assalti Frontali sono partiti e rimangono "Dall’altra parte" (il brano prende la pallacanestro come paradigma di vita), dalla parte di chi è sempre stato contro un sistema (non importa quale), di chi ha difeso diritti e soprusi, annebbiati (visti gli anni) o stimolati da un ideale di uguaglianza.

Una vita scapigliata, sempre al limite della legalità, porta sempre con sé la paranoica idea di essere al capolinea, di essere giunti alla fine di una vita illegale e all’inizio di una nuova vita dietro le sbarre ("Mi sa che stanotte"). A volte, però, il destino è strano: non sono le occupazioni illegali o le voci sempre di protesta, ma un’accusa ben più infamante a turbare gli animi del gruppo: gli Assalti Frontali, come detto, sono rientrati in una lista di nomi di gente insospettabile, colpevole di fiancheggiare organizzazioni terroristiche. Lasciamo a Militant A la propria versione dei fatti in "Che stress i Ros", noi aggiungiamo solo che si tratta di un pezzo perfettamente old school con bassi a palla.
Al proposito, l’anno scorso avevamo registrato oltreoceano un riflusso della vecchia scuola hip-hop (Edan su tutti con il suo "Beauty And The Beat"), e i massimi esponenti del rap italiano non si sono lasciati sfuggire l’occasione di ripescare da un’ideale fonoteca certi suoni dannatamente anni 80, come le schitarrate heavy che fanno tanto Run DMC ("I miei amici sono strani").

La scheggia impazzita è "Gaia per davvero", una vera e propria campfire song fuori contesto e fuori tutto; una dedica per un’amica scomparsa — e così la prendiamo -, una ballatona acustica per chitarra e voce, malinconica il giusto, maliziosa il giusto.
Chiudiamo con "Si può fare così", domanda retorica sullo stato della musica, e sul modo alternativo di farla, e lo facciamo con le parole di Militant A:

"fatti pure il mio cd masterizzato — solo un pezzo? —
ma tutto il disco in qualsiasi formato
in mp3 o fai un po’ te
se c’hai l’originale è pure meglio per me
il mio diritto d’autore è una torta di more
non me lo difende mica quella brutta faccia d’ispettore,
capirai il copyright
noi: Get up, stand up for i nostri right"

Partiti per Bergamo, dove hanno creato le basi per i brani di "Mi sa che stanotte" e spiaggiati poi, per sei mesi, negli studi torinesi Casasonica dei Subsonica (che colorano del loro ormai prezzemolino- sound i brani del disco), gli Assalti Frontali regalano l’album più poetico e politico della loro carriera.

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 Oggetto del messaggio: Re: Consigli Per Gli Acquisti(o download)
MessaggioInviato: dom set 28, 2008 11:32 am 
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Cristianuni
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Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
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Lightning Bolt...Wonderful Rainbow

L'album ha il titolo che ha, il primo pezzo dice Hello Morning ed è inutile dire che è tutta una truffa: bastano pochi secondi e siamo già catapultati nel deflagrante mondo dei Lightning Bolt. Il duo di Providence al solito non si tira indietro, comincia da subito a smontare il concetto di rock pesante, lo rivolta e lo stravolge fino a portarlo alla sua essenza più pura, velenosa e dissacratoria. ("Funhouse", "Metal Machine Music", “Half Machine Lip Moves”,"Reign in Blood", "Ride the Skies").

L'interazione basso/batteria, Gibson/Chippendale è ancora una volta sorprendente, e canzoni come Dracula Mountain e 30,000 Monkeys fanno letteralmente paura talmente sono affilate e spietate nella loro matematica e abrasiva lucidità. Perché la cosa che più stupisce dei Lightning Bolt è proprio questo: sì il rumore, un suono espettorato a forza di kilowatt, ma soprattutto la forma che gli viene data, la melodia che riesce a farsi largo, la possibilità di domare qualcosa che sembra inafferrabile, scherzare col fuoco e poterselo permettere. Questo è un suono che unisce idealmente Oriente (la scuola noise giapponese, dai Ruins agli Zeni Geva) e Occidente (la scuola noise rock a stelle e strisce, dagli Unsane ai Flying Luttenbachers) e che si nutre non solo di ossessioni personali, di visioni apocalittiche e incubi tecnologici, ma anche di una insana dose di ironia, di fumetti, film horror e di una collezione di dischi che non riesco neanche ad immaginare. Cosa rimane alla fine? Tutto quello che conta. Crown of Storms è Van Halen passato attraverso il tritacarne, 2 Towers un armageddon tascabile, Wonderful Rainbow un'apnea inattesa, e Duel in the Deep la canzone che i Melvins non scriveranno più. Basterebbe anche solo questo.

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MessaggioInviato: mar set 30, 2008 12:35 am 
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ma cu è sta genti????? :D :D :D :D :D :D




perdonate l'ignoranza e la minchiata :) :)

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"Si cola cacava non moria abbuttatu!!!"



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