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MessaggioInviato: dom feb 25, 2007 8:12 pm 
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Cristianuni
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Steve Reich.....Drumming

Ascolto "Drumming" periodicamente, come una terapia.

Mi rassicura saperlo sempre lì, a distanza di un "play". Ogni volta che cala quella nebbiolina uniforme, e il pensiero sembra essere sul punto di impaludarsi tra le quotidiane sciocchezzuole, ebbene, allora mi pare il momento di rimescolare le carte. E infilarmi in un caleidoscopio lungo 56 minuti, senza mai sapere la figura che mi verrà in sorte di contemplare.

Le discussioni su Steve Reich avvengono generalmente in contesti accademici. C'è una valanga di cose colte da raccontare sul minimalismo, sul ripetitivismo, sul '68 (Reich nasce nel 1936, e vive tuttora). E John Cage, il primo a disimparare, a suonare le brocche d'acqua. E giù così, per le algide sinuosità di Philip Glass, o i processi di generazione aleatoria di Terry Riley. C'è da riempirne di scaffali. Questi musicisti, tutti americani, hanno marcatamente caratterizzato il secolo andato, delineato percorsi di decostruzione sonora dagli esiti multiformi e tuttora assolutamente non esauriti, in qualsiasi distretto della musica. Reich in particolare ha saputo produrre influenze trasversali, diventando autore di culto per DJ remixers particolarmente arditi. Ma torniamo a noi.

"Drumming" si compone di quattro lunghi brani. Più esattamente, un unico afflato. Il tempo è imprecisato, il luogo è una landa sterminata e primordiale, invasa da ogni sorta di percussione. Tamburi d'ogni genere, xilofoni, glockenspiel, marimbas, fischi, ottoni, in cui s'intarsiano tenui flauti, e voci arcane. Più esattamente, un arcano rito orgiastico, oppure il canto degli angeli, fate voi.

L'idea germinale di Reich è riassunta nel "phasing". "Ho scoperto che la musica più interessante in assoluto consiste semplicemente nell'allineare i loop all'unisono e lasciarli uscire lentamente fuori fase tra loro" (Steve Reich)

E allora via, mille battiti in sincronia. Uno stormo di uccelli, un respiro corale che invade la mente, sin dalla prima traccia, "Drumming Part 1", un pandemonio tribale. L'esperienza d'ascolto è totalizzante, l'urgenza dell'abbandono è assoluta. E quando il processo ipnotico è già irreversibile, i loop si sfasano, e quei mille battiti scivolano l'uno sull'altro, quasi impercettibilmente. Lo stormo è lassù, all'apice, e proprio allora gli elementi si combinano a generare nuove figure. Il tutto avviene con lentezza inesorabile. Un'esperienza poetica intensissima, due amanti che si incontrano, si attraversano, si rinnovano, il feto che si separa dal corpo che lo ha generato, restandovi però fatalmente attaccato. I momenti in cui il "phasing" si svolge, mi sembrano essere il paradigma della creazione.

I frammenti sonori perdono la loro consueta identità. "Drumming Part 2" è percorsa da una successione di suoni che si depositano, lievi, sul substrato percussivo. Sono voci, ma talmente eteree da aver smarrito la provenienza umana, quando intonano un fraseggio sommesso, quando imitano il suono delle percussioni.
La febbre sale, solennemente. Sempre più chiara si disvela l'idea di Reich, basata sulla variazione del ritmo, sulla sostituzione delle battute con le pause, sulla mutazione timbrica. Ciò che è figura si tramuta in sfondo, è il meccanismo diabolico che ritroviamo in un quadro di Escher: qui tocca all'orecchio restituire al cervello la trasmigrazione dei punti di riferimento. Ogni cosa è sfuggevole e caduca, eppure dannatamente profonda.

"Drumming Part 3". Eccolo, il glockenspiel, un interminato tintinnio, ancora imperniato sulla desincronizzazione progressiva dei loop. Se sono riuscito finora a trasmettere qualcosa del Reich-pensiero, siete già in grado di immaginare molto più di quanto potrei raccontarvi di questa traccia. Un lungo mantra composto da fischi va ad innestarsi negli interstizi del tin-tin, e un paio di smottamenti ritmici fanno temere che la nostra cara Terra stia cominciando a girare al contrario. La vertigine non è adesso più un impressione, ma uno stato esistenziale.

Il lunghissimo preliminare è concluso. Il cervello ha deposto le armi, ora si offre inerme al conclusivo, dolcissimo martirio. "Drumming Part 4" è la sublimazione, un orgasmo efferato che a un certo punto pare voler trascendere la carne. La furente ricerca dell'extracorporeità è affidata ad un vero e proprio baccanale percussivo, intagliato da suoni più acuti. Come se tutti gli animali della giungla emettessero i loro versi, nessuno escluso, anche i minuscoli, esotici insetti.
Il brano termina con una sincope improvvisa, stroncato dalla sua stessa foga. Un trauma, e un sollievo. Di certo, un profondo, ebbro straniamento, e un alone di incompiutezza deliziosamente umano.

Come tutte le espressioni profondamente anticonvenzionali, quest'opera usa un linguaggio elementare, libero da costrizioni.
Nonostante la raffinata, maniacale ingegneria compositiva, "Drumming" parla dritto all'uomo: è la musica del cuore che batte, del seme che germina, della paura, della gioia. Ma la cifra essenziale sta senza dubbio nello stravolgimento del ritmo canonico (1, 2, 3, 4/ 1, 2, 3, 4). "La mia idea è che quando scrivi materiale con un grande numero di ripetizioni allora devi costruire una certa indeterminatezza ritmica, che deve portarti a chiedere «dov'è l'uno». . . Un ritmo così generato produce instabilità, ma soprattutto permette all'orecchio di ricostruire la musica percepita in modi diversi" (Steve Reich)

Orbene, Reich trasfigura il ritmo, crea una nuova entità, fluida e indeterminata, e la inietta endovena. Lentamente. Chi mette piede a Drummingland apprende che tutto può divenire altro. Gli accenti, le priorità, il percorso. E'un sistema nuovo, il Sole non è più un perno immobile, ma gironzola tra i pianeti e li illumina uno ad uno, nelle distese, nelle crepe. E il turbinio di meteore e satelliti. Ogni corpo sa essere centro. E'una perenne meraviglia, "il tremendo remare verso Dio". E'l'abiura del ritmo, il diniego di Nostra Signora Abitudine.

Ascolto "Drumming" periodicamente, come una liturgia.

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Ultima modifica di bukowski su dom feb 25, 2007 8:14 pm, modificato 1 volte in totale.

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MessaggioInviato: dom feb 25, 2007 8:14 pm 
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Cristianuni
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Steve Reich.....Music For 18 Musicians


La perfezione matematica applicata alla musica.


Questa è forse l'opera più ambiziosa del grande Steve Reich, da Village Voice definito il "più grande compositore americano vivente", quella che nel 1976 spazzò via ogni dubbio sulla grandezza del "minimalismo" nell'ambito della "moderna" musica classica. Opera ambiziosa, anzitutto per la difficoltà nel mettere in atto la complessa intelaiatura che lo compone. Diciotto musicisti appunto si cimentano in un delirio di strumenti, tutti acustici: oboe e marimbas, cello e voci, piano e maracas, xilofoni, clarinetto, vibrafono e 4 voci femminili in una sarabanda di intuizioni e spasmi sonori che si evolvono con naturalezza e ispirazione davvero fantastici, e con uno slancio che evita abilmente qualsiasi pericolo di manierismo.
Il tutto è condito da una intensità e una profondità persino superiore al pur brillantissimo passato, tanto che lo stesso Reich ebbe a dichiarare: "C'è più movimento armonico nei primi cinque minuti di Music for 18 Musicians che in ogni mia precedente opera". E infatti l'effetto dell'ascolto della prima suite "Pulses" è come quello di un veleno che velocemente si propaga nel corpo, per assumere una forza sempre più letale. Il phasing, lo sfasamento di suono, la peculiarità del sound di Reich qui raggiunge inevitabilmente la sua perfezione, sia nell'eleganza che nella perfezione dei sincronismi tra figure, strumenti, sonorità e riverberi. Come un lento e sinuoso rumore di onde verso la spiaggia, in continuo e incessante movimento estatico eppure carico di tensione. Come un'esplosione atomica controllata in laboratorio: cristallizzata in un equilibrio etereo, ma magnificamente solida e in grado di tenere l'intera durata dell'esecuzione, per 56 minuti.
Difficile scegliere un solo episodio tra i tanti: tra squillanti suoni di vibrafono, eteree fasi percussive, trance pianistiche calde e magiche ogni istante di quest'opera è essenziale, e servirà da manifesto per tantissima avanguardia successiva, costituendo un irripetibile traguardo per lo stesso Steve Reich.

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MessaggioInviato: mar mar 20, 2007 8:49 pm 
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Bark Psychosis....Hex

Gli anni ottanta sono stati abbagliati dalla meteora Talk Talk che con "Spirit of Eden" e "Laughing Stock" hanno arricchito la musica internazionale di due zaffiri di rara bellezza e pur di difficile ascolto. Sembra strano che la stessa band di "Such And Shame" abbia potuto disintegrare la struttura musicale fino a renderla un mero fantasma di sé. Ma queste finezze si pagano e care con l'impopolarità e con i ricatti delle case discografiche alle quali non interessa il profumo che si espande nell'aria, ma la confezione del profumo stesso. Ma ormai un seme era stato gettato e l'embrione da esso generato non sarebbe stato coperto dal cemento... non questa volta.

Anni novanta... il germe ha dato il frutto e come una fenice risorge così quella musica scorge la luce per la gioia dei nostri occhi. Come una stella cadente che illumina il cielo e sparisce consumata nel suo nero cosmico arrivano i Bark Psychosis che elevano a potenza il suond così gentilmente tratteggiato dagli ultimi Talk Talk. Hex è dimensione, è spirito che si fonde nell'aria, è ciò che non pretende di essere, come un sussurro che si ode ma non pretende di schiacciare prepotentemente ciò che gli sta attorno. Hex c'è se vuoi ascoltarlo e ti parla dentro... così nella sua immobile bellezza, così come può essere la bellezza della vita.

Stilisticamente Hex è psichedelia, musica da camera, jazz, avanguardia e quant'altro, ma è soprattutto immobilità, armonia, passione. Sì passione, quella passione che anima i gruppi che producono capolavori e che poi si perdono perché schiacciati dalla loro stessa passione. Ma è riduttivo pensare la musica di Hex in termini di generi. Come si può definire, spiegare con parole il fascino dell'emozione? È questo Hex: emozione, aria, generosità. Note singole e lunghe si espandono in un crescendo di suoni ed armonie, riempiono gli spazi senza aggredirli. Scivolano via perdendosi nell'eterno. Anche le percussioni appaiono soffici nenie. Tutto è studiato nei minimi particolari, maniacale. Alla frenesia del mondo (ben rappresentata dal rock nelle sue sfaccettature) i Bark Psychosis scelgono la vera trasgressività: la spiritualità, l'incubo notturno, l'urlo di chi sta in silenzio e che riempie la testa di chi prepotentemente condanna e strilla.
Hex è e resta un capolavoro a tutt'oggi anche se dimenticato, ma se lo ascoltate non può lasciarvi senza un arricchimento. Un capolavoro testamento di una band che nella sua brevissima vita ha illuminato il cielo notturno dei colori dell'anima. Spirito allo stato puro. Hex.

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MessaggioInviato: sab mar 31, 2007 2:15 pm 
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Cristianuni
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Chrome......Half Machine Lips Moves

San Francisco, fine anni '70. La civiltà "industriale" è ormai una realtà mostruosamente esistente, il progresso comincia ad avanzare a ritmo vertiginoso, nascono i primi personal computer, la fiducia nei confronti delle macchine aumenta a dismisura, il colore prevalente è il grigio, il colore della penombra, dell'inerzia nata dal bianco della fede e il nero della morte. Si esce dal periodo del "flower power", e come tutti i cambiamenti epocali si respira un clima di smarrimento, in una parola sola, di "alienazione". Parola tanto abusata ma incredibilmente pertinente nel descrivere realtà come questa. I Chrome erano figli di questa realtà. La loro musica è il "disegno" di quella realtà. E come tutti gli artisti che si rispettino usano la loro arte come mezzo per esprimere uno stato d'animo, come strumento di "avanguardia" (nel senso di guardare avanti, oltre l'apparenza immediata, quello che è vero ruolo dell'intellettuale).

Realizzarono così con Half Machine Lip Moves oltre che uno dei dischi migliori della storia del rock, anche un lavoro tremendamente importante a livello di "testimonianza storica". Con loro (e ancor prima con gli inglesi Throbbing Gristle) la musica "industriale" emette i primi vagiti. E non poteva essere altrimenti.
Per esprimere il loro disagio i Chrome producono così un suono abnorme, mostruoso, pochissimo musicale. I loro pezzi sono collage di suoni assemblati in maniera spesso casuale, utilizzando tutto ciò che è possibile far "suonare", non importa come e perchè; l'importante è disturbare, provocare una lenta e inesorabile nevrosi cerebrale, portare l'ascoltatore a fuggire da quest'ammasso di rottami sonori. All' interno del disco si ascolta di tutto: distorsioni acide, feedback estenuanti, dissonanze, rumori "concreti", voci trattate, elettronica seviziata e seviziante. Il ritmo è spesso meccanico (marchio di fabbrica di tutto l'industrial a venire , nervoso, spezzato, con progressioni vertiginose ed improvvise pause. Tutto sembra casuale (e spesso lo è, visto che molte "digressioni" sono state improvvisate al momento della registrazione), estenuante confusione che stordisce. E alla fine ci riesce, ben prima che il disco sia terminato.

Missione compiuta, l'obiettivo dei Chrome era proprio questo, enfatizzare in maniera mostruosa la situazione che stavano vivendo, portare l'ascoltatore tra presse, ingranaggi, pistoni e microchip, in maniera così "disumana" e fastidiosa da dargli uno schiaffo in faccia, da vomitargli addosso la sua realtà. Nel nostro caso "quella" realtà, "quel" momento. Sul nostro, di momento, meglio sorvolare.

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MessaggioInviato: mer apr 11, 2007 12:54 pm 
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Cop Shoot Cop.....Ask Questions Later

Prologo

New York City, 1978. Un’orda di teppisti sonici tiene in scacco la Grande Mela. Si chiamano Lydia Lunch, Contortions, Arto Lindsay & Dna, Mars. Sono poco più che adolescenti, carichi di rabbia e terrore. Con il loro campionario di latrati, rumori, dissonanze e altre atrocità devastano i padiglioni auricolari degli spettatori che affollano l'Artists Space di Soho. Va in scena il “no future” a stelle e strisce. Punk sì, ma non certo rozzo e primitivo: perché quella furia iconoclasta si nutre anche del free-jazz di Albert Ayler, del minimalismo colto di Glenn Branca e Philip Glass, di quella febbre d’avanguardia che aveva già infervorato i baccanali dei Velvet Underground undici anni prima. Un bestiario di anime perse che passerà alla storia del rock sotto la voce “no wave” e sarà immortalato da Brian Eno nella raccolta “No New York”.

Il Day After

New York City, 1993. Dopo la breccia no wave, legioni di psicotici indie-rocker hanno messo a ferro e fuoco gli States. A scrivere la colonna sonora dell'alienazione nella metropoli post-industriale sono stati soprattutto i Sonic Youth, con i loro furibondi maelstrom noise-rock. Ma a suggellare il Day After newyorkese (e del genere umano) sarà un supergruppo, che riunirà quattro noti criminali del pentagramma: Jack Natz (ex Undead) al canto, Todd Ashley (ex Shithaus e Dig Dat Hole) al basso, Phil Puleo (ex Dig Dat Hole) alle percussioni e Jim Coleman ai campionamenti.

Lo scenario cambia: al posto delle metropoli alienata e violenta, ma comunque viva, c'è ora un ammasso di macerie e scorie radioattive. Una città-pattumiera, dominata dalle macchine, che hanno annientato l'umanità. E' l'epilogo preconizzato da una generazione di waver, che della paura del futuro tecnologico aveva fatto la propria religione. La new (e no) wave cede il testimone alla sua terminazione più temibile: la musica industrial, agghiacciante e sarcastica rappresentazione della rovina umana.

Formatisi sei anni prima, i Cop Shoot Cop hanno già destato scalpore per la loro peculiare line-up senza chitarra e per la violenza omicida dei loro testi. L'assalto nichilista di "Consumer Revolt" non ha fatto prigionieri. Il successivo "White Noise" ha cercato di virare su rotte più marcatamente noise-rock. Ora, resta solo da tradurre il marasma originario in suono compiuto. A portare a termine la missione provvederà "Ask Questions Later".

Anarchy in the Usa

Sotto l'influsso perverso delle correnti australiane, di profeti dell'apocalisse come Foetus e Nick Cave, il capolavoro dei Cop Shoot Cop giunge a sublimare una stagione di esperimenti noise/industrial in un sound più "musicale". Merito anche degli elaborati arrangiamenti, che includono una sezione di fiati guidata dal trombone di David Ouimet, e dei notevoli progressi in fase di produzione (che faranno però storcere il naso agli immancabili pasdaran del rock alternativo). Qualche novità anche in formazione: ai campionamenti subentra Jim "Cripple Jim" Filler, partecipano alle session anche April Chung (violino), Jim Colarusso (tromba) e Joe Ben Plummer (sassofono).

Il canovaccio, tuttavia, non cambia: restano le percussioni spastiche, le urla, il sarcasmo, in più, semmai, ci sono le canzoni e, tutto sommato, un senso della melodia più pronunciato rispetto a illustri compagni di (dis)avventura, dai Ministry ai Nine Inch Nails. Melodie deturpate, beninteso, come quella della magnifica "Room 429", storia di eroina e perdizione, propulsa da una ritmica implacabile. Melodie sempre più oscure, al punto da lambire le lande desolate del dark-punk britannico nella danse macabre di "Everybody Loves You", con i suoi bruschi scarti di chitarre su un testo sardonico ("Life is so much better when you're dead/ Conversation's easy when there's nothing to be said/ But it can get a little lonesome/ Maybe you should take along a friend"). E come da tradizione gothic (da Siouxsie ai Pil) non mancano le suggestioni mediorientali, evocate dal violino di "Cut To The Chase" su un maestoso tappeto di mellotron.

La retorica anarcoide di Ashley fa a pezzi ciò che resta della società americana in invettive blaterate a squarciagola, nel solco dello Jourgensen più mefistofelico, come l’iniziale “Surprise Surprise”, spinta allo spasimo dall’infuriare delle percussioni e da una pioggia devastante di campionamenti, o come il blues psicotico per trombe e fischietti di "$10 Bill", mentre tra i fiati e i clangori di "Got No Soul" s’intravede il ghigno beffardo del Nick Cave degli esordi.

L’angoscia cresce a dismisura nei labirinti metallici di “Cause And Effect”, nel gioco di specchi dei sampler di "Seattle", a cura di Filler, e nel pandemonio di “Nowhere”, dove un riff ostinato viene trafitto da continue scariche elettriche. Quasi senza fiato si arriva così al commiato di “All The Clocks Are Broken”: altra melodia malsana, poi il buco nero, la fine di tutto. La successiva ghost-track è solo un indistinto vociare dall’oltretomba.

Disco sconvolgente e maturo al contempo, "Ask Questions Later" diverrà un feticcio del rock underground per l’intera decade Novanta. Ma la sua ombra maligna si allungherà anche su tutta la musica industrial delle generazioni successive. E continuerà a turbare le notti a tutti quelli che l’hanno ascoltato. Perché è bene avvertire: dopo la prima volta, non ti molla più.

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MessaggioInviato: ven mag 18, 2007 6:59 pm 
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Cristianuni
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Grinderman......Grinderman

Come parlare di un disco come Grinderman? Quali stratagemmi retorici potremmo utilizzare per dare il giusto colore a questa recensione? Come cominciare? Beh, innanzi tutto, potremmo partire dal toglierci gli occhialini, le scarpe, metterci comodi sulla seggiola e, magari, sorseggiare un po’ di birra. Poi potremmo decidere di alzare il volume dello stereo un po’ più del solito e lasciare che il disco trovi il suo agio tra le pareti della stanza. Così, messo in conto che di primavere, per il blues, ne sono passate parecchie; che non sempre Questo è riuscito a rinnovarsi col tempo e che, oggi, nel nuovo millennio, con il trionfo del digitale e delle tecniche di registrazione (che laccano i dischi in maniera innaturale), il Suo caratteraccio non ce la fa a mantenere intatta tutta la carica che ha; dobbiamo dire che Nick Cave, Warren Ellis e Jim Scalvunos (messi da parte i Bad Seeds) con l’aggiunta di Martyn Casey (già nei Triffids), riescono nel miracolo: suonare un disco blues assolutamente “nuovo”, rivisitato secondo il gusto attuale e, nero, nerissimo di malumori moderni. Cave, con un nuovo look da pistolero incazzato, insomma, torna di nuovo a “sporcarsi le mani”, a metterci il sudore. E “Grinderman” è questo: pezzi virulenti, bollenti di passione, bluesacci elettrici e spacconi. Suonati in presa diretta, dunque sporchi di ‘verità’, masticati, callosi, al naturale e con tanto di piccole grandi imperfezioni. Nick sfodera la sua solita voce cavernicola e disillusa, abbaia sul microfono e guida un albo dal sapore forte ma genuino, sanguigno e muscolare. Chitarre elettriche svergognate e maschiliste, sessione ritmica grondante succhi gastrici e puzza di tabacco andato a male. Prendete ad esempio un pezzo come Love Bomb, il suo andamento dondolante vi farà battere un piede e poi penetrerà prepotente nel vostro stomaco. Le distorsioni di chitarra gareggiano con la voce di Nick Cave a chi raggiunge la maggiore disperazione. Ma anche il secondo brano in tracklist No Pussy Blues è prova di grande prepotenza musicale con un parlato emicranico di Cave e con un senso di minaccia imminente che poi si realizza nell’esplosione elettrica tritacarne. La danza del basso di Casey è l’apripista per (I don’t need you to) set me free, pezzo corposo e denso, suonato con un lessico musicale perfetto. E l’organetto nostalgico di Cave, invece, introduce Man in the moon, ululata alla luna con trasporto. “Grinderman”, insomma, è un disco da vivere a pieno, da sbatterci il muso se è necessario. Un album presuntuoso e dannatamente amareggiato, blues, agrodolce e dannatamente vero.

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Cristianuni
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Rites Of Spring.....Rites Of Spring

Del breve arco di soli tre anni di attività (1984-1987) i Rites Of Spring dei futuri Fugazi Guy Picciotto (chitarra e voce) e Brendan Canty (batteria) contribuirono in maniera sostanziale ad accrescere e legittimare l’aura di grandezza e immortalità della leggendaria e scintillante scena musicale di Washington DC, facente capo alla (che dio l’abbia in gloria per sempre) Dischord dell’amico e futuro compagno Ian MacKaye, che in quegli anni stava vivendo un periodo di straordinaria intensità (basti ricordare i contemporanei One Last Wish, in pratica l’altra propaggine dei Rites Of Spring, con i medesimi protagonisti e gli stessi fantastici risultati; un’altra meravigliosa quanto fulminea storia su cui dovremo necessariamente tornare). Ecco, è proprio la parola intensità a venire in mente per prima ascoltando tutte d’un fiato le 17 splendide gemme raccolte in questa (ennesima) ristampa irrinunciabile edita dalla storica etichetta. A completare il quartetto Eddie Janney (ex di Untouchables, Faith e Skewbald/Grand Union, quest’ultimo ennesimo side-project pre-fugaziano di MacKaye, della durata di un solo mini-cd) alla chitarra e Michael Fellows al basso, sotto l’attenta supervisione dell’immancabile MacKaye e del fido nonché storico produttore di casa Dischord Don Zientara. La raccolta comprende tutto quanto edito dalla band nella loro fugace quanto indimenticabile esperienza (vale a dire l’esordio omonimo dell’85 e l’ep successivo “All Through A Life” dell’87), e si rivela tappa cardinale per la comprensione dei futuri sviluppi di alcuni fra i più influenti linguaggi musicali del decennio successivo, primo fra tutti il troppo citato a sproposito (specie oggigiorno) emo. L’origine del termine, difatti, pur essendo ancora incerta, sembra provenire da un’intervista al Flipside Magazine (come si legge su fonti internet), nella quale i quattro Rites Of Spring sembra abbiano rivelato come numerosi loro fan avessero iniziato ad utilizzare tale etichetta per descrivere la loro musica, a tutti gli effetti ancora oggi inclassificabile. E difatti l’ascolto lascia senza fiato. Un insostenibile soffio al cuore, un indimenticabile tuffo nei languidi ricordi sfocati degli anni migliori della propria vita (quei maledetti “riti di primavera”…), in quella giovinezza problematica e nostalgica, romantica e consapevole, che prende forma magicamente nell’universo musicale e lirico di Picciotto & Co. E la voce dello stesso Picciotto merita un discordo a parte, roca, rabbiosa e sfiatata eppure così intensa, pura, lacerante, irresistibile come forse neanche nei futuri Fugazi. E questo già la dice lunga. La sezione ritmica rimane (intelligentemente) sempre al suo posto, senza mai un eccesso o un colpo di troppo, in una lezione di compostezza ed essenzialità (forse dovuta anche alla spartana quanto funzionale produzione) da tramandare ai posteri. Ma è la chitarra di Janney, assieme all’ugola fatata di Picciotto, a furoreggiare ed a rimanere impressa nella memoria per gli anni a venire con le sue dolenti trame melodiche, fantasiose ed articolate come solo negli eighties (in quegli stessi eighties di Husker Du, Replacements, Mission Of Burma, R.E.M., è bene ricordarlo) sarà possibile. Un album che è pura emozione; un “rito” distruttivo quanto necessario di autolesionismo, nell’ultimo, disperato tentativo di bruciare il fiore delle proprie memorie per non soffrire più; una raffica incessante di sentimenti violentissimi (nella loro insostenibile intensità) e contrastanti; puro espressionismo in musica, pura catarsi emotiva. I Rites Of Spring sono(stati) tutto questo, purezza, intensità, emozione, dolore, rimpianto, disperazione, compassione. Che poi siano stati anche gli unici, autentici inventori del termine, oltre che del (non)genere, “emo” (assieme agli Embrace del compare Ian)… beh, questo conta ben poco…

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Squirrel Bait.....Skag Heaven

Figli illegittimi dell’hardcore macchiato di pop degli Husher Du, band culto degli anni ’80 reduce dal capolavoro “Zen Arcade” (1984), gli Squirrel Bait esordiscono nell’85 quando, poco più che adolescenti, escono con un ep omonimo. Sono i diciassette minuti di questa fulminante opera prima a fare da apripista a quello che sarà invece il loro primo (e malauguratamente ultimo) lavoro sulla lunga distanza: Skag Heaven, questo il titolo dell’album, vede così la luce nel 1987. Le dieci tracce che lo compongono, colme fino all’orlo di quella rabbia acerba che solo i teenager sanno esternare, sono un coacervo di nervi in tensione, di disperazione ed intimo degrado; le chitarre disturbate di Brian McMahan e David Grubbs esplodono fin da subito in deflagranti riff degni del noise dei Sonic Youth di “Confusion Is Sex” (1983), rincorrendosi avanti e indietro per la breve durata dei brani con stop and go repentini, decelerazioni e subitanee ripartenze, con una sintonia tale da sembrare quasi un unico strumento. Le pelli di Ben Daughtrey, invece, vibrano all’unisono con le sei corde, marchiando a fuoco una sessione ritmica inafferrabile ma costante nel suo disordine. In tutto ciò, si candida a vero e proprio manifesto dell’album Peter Searcy con la sua giovane voce, flebile e sconfortata, a metà fra Bob Mould degli Husker Du e Paul Westerberg dei Replacements; Searcy canta di alienazione e di droga, di paura per un futuro che “non esiste”, tanto per se stesso quanto per altri ragazzi che, come lui, vivono la provincia americana come una gabbia attraverso le cui grate non filtra la luce della speranza. I pezzi si susseguono uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, con almeno quattro episodi che si ergono ai massimi livelli: l’opener Kid Dynamite, unico singolo estratto, Black Light Poster Child, incontenibile nel suo incedere, la blueseggiante Choose Y'r Poison e Tape From California, riuscitissima cover di Phil Ochs. Che si parli dunque, a proposito della band di Louisville (cittadina del Kentucky), di post-hardcore o di punk-rock o di chissà quale altra diabolica definizione, i venticinque minuti di “Skag Heaven” rappresentano, con certezza, il punto di partenza per decine di formazioni a venire, non ultime le “creature” che prenderanno vita dalle ceneri della band ovvero Slint, Gastr Del Sol, For Carnation

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Storm And Stress.....Under Thunder And Fluorescent Light

Un po' di storia. Nel 1993 Ian Williams, Damon Che, Pat Morris e Mike Banfield formano i Don Caballero. Si tratta di un progetto finalizzato a creare un tipo di musica che i quattro chiameranno "rock matematico". Canzoni strutturate in forma rigida, chitarra e batteria preponderanti, ritmi incalzanti e secchi, assoluto divieto di qualsivoglia virtuosismo o velleità assòlea. Tutto deve suonare compatto e inattaccabile. Il primo album è esattamente così, compatto e in molti tratti denuncia influenze sonore metal (alla Kyuss: ma è un azzardo). Si ha l'impressione che alle canzoni non si possa aggiungere "nient'altro". Sono dense. Perfette. La band si forma, quindi, come manifesto programmatico.

Passano gli anni e gli album. I Don Caballero si fanno sempre più eterei, accordi e strutture una volta compatte cominciano ad allentarsi. Ma non si tratta di un calo, anzi. L'ultimo album dei Don suona come qualcosa di "slacciato". Le chitarre hanno perso l'accordatura e le corde, le canzoni si delineano in maniera sghemba e visionaria con parecchi cambi. Don Caballero, però, riesce ancora a mantenere un'andatura dritta. Il test della linea bianca a bordo strada lo passa. Quello degli ultimi Don Caballero è un rock progressivo sbronzo suonato da pittori. Eccoli, cavolo. Sono diventati pittori. È l'ultimo album (American Don). Ian Williams (chitarra), Damon Che (batteria) e Erich Topolski (che acquisirà lo pseudonimo di Eric Emm degli Storm, al basso) formano gli Storm And Stress. Tutto si distrugge. Un disco dei Don Caballero si chiamava "What Burns Never Returns". Non era una balla. I Don Caballero si sciolgono e restano solo gli Storm And Stress. Frutto evoluto. Minerale alieno. Ancora una volta tutto cambia. Ian Williams è un erudito, ed è completamente fuori di testa. Gli Storm And Stress nascono col proposito: "dimenticare le canzoni mentre si suona".

Il primo album (omonimo) degli Storm data 1997. Un cazzutissimo lavoro di free-jazz con batteria ipersclerata e chitarra e basso (e per la prima volta voce) che "fanno e dimenticano la canzone mentre la suonano". Libertà completa. Bottiglie che si rompono. Corde che partono. Canzoni bellissime, assurde, disperatamente e perfettamente sinusoidali. Il canto intona versi allucinati e illuminatissimi tipo We'd like to fell but have no feelings left. Molecole di una struttura febbricitante che si agita e si placa sotto le nostre orecchie e i nostri cervelli allibiti. Le canzoni hanno una durata media di 11 minuti. Di questo disco posseggo una doppia versione (compact e doppio vinile). Il lettore si fidi: se vuole sentire qualcosa di davvero illuminante e vivo in panorama rock contemporaneo vada a comprarsi sia questo, sia quello oggetto di questa recensione.

Tre anni più tardi gli Storm And Stress escono con Under Thunder And Fluorescent Light. Un capolavoro. La musica si arricchisce ulteriormente. Inserti di DNA drummofono modificato si aggiungono a strutture dalla creazione/evoluzione (dis)continua e sghemba e (dis)sezionata. Intenzioni fruibili indecifrabili, ma è tutto fottutamente chiaro. Cristallino (nel senso di occhio). Questi sapevano e sanno il fatto loro e sono addirittura cresciuti. "Cresciuti" cavolo. Termine che riferito a Williams (mente onnicomprensiva del gruppo) suona soltanto come una schifosa offesa. Il disco è prodotto (credo, non ricordo e non ho voglia di controllare) da Jim O'Rourke, che (credo, sempre come sopra) suoni pure la batteria in una canzone. Stavolta queste sembrano più calcolate, più "canzoni" (se così si può dire). Ma non è vero. Non è vero niente. Ogni microatomo di questo album è relativo. Relativo a cosa. . . (?) relativo a tutto il rock che è stato fatto e suonato finora. Tutto, dannazione. Tutto rimesso in discussione, versato in un acceleratore di particelle, particellato, e in seguito versato (ancora vivido e ridotto a pura "cosa pura") su un tavolo d'acciaio per essere analizzato da quest'equipe di scienziati. E dall'analisi e dalla ricomposizione ne esce questo cavolo di mosaico bizantino.

Ora gli Storm And Stress si sono sciolti. Come i Don Caballero. Il big bang si è fermato. Con tutta probabilità non uscirà più niente targato Storm And Stress. Mi dispiace. Lo so. Dispiace a tutti. Dispiace anche a me. Ma erano troppo geni (geni, non geniali) per riuscire a rimanere coesi. Il mondo della musica è fatto anche di cose che non possiamo capire. Ma qualcosa di veramente vivo si agita nel mio lettore. E posso dire di sentirmi appagato.

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Cristianuni
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Sebadoh......Bakesale

Con quella faccia occhialuta da secchione Lou Barlow ha sempre saputo di essere il primo della classe.
Ma nella sezione dei Dinosauri c'era qualcuno di troppo, per questo la convivenza col compagno di banco J. Macis non poteva che finir male.

Primi anni '90, il fermento musicale crea fantastiche creature destinate a finire su poster patinati, dietro di loro, nascosti da una gloria di cui non sanno che farsene, si celano figli sporchi e trasandati, ma ancor più affascinanti.
Uno di questi è The Sebadoh, individuo volutamente sgangherato e imperfetto, creato da un piccolo genio che ha sempre fatto di tutto per apparire fuori dagli schemi e dalla moda.
Picasso diceva che era nato con lo stesso tocco di pittura di Leonardo, ma ci ha messo una vita per imparare a dipingere come un bambino.
A me piace pensare che Lou Barlow sia un po' così, geniale e imprevedibile, se solo lo avesse voluto avrebbe potuto creare canzoni perfette, ma si è sempre nascosto dietro quel muro sonico lo-fi che lo ha tenuto lontano dalla popolarità.
Chissà se il piccolo che sta rovistando in quel cesso è davvero il piccolo Barlow come qualcuno dice, se davvero fosse così deve averne trovate di idee lì dentro.

"I'm not a friend, i'm not a good friend at all... I'm nervous when you call", canta Lou mettendo le mani avanti; inutile provarci, lui non se ne fa nulla della nostra amicizia, della popolarità, vuole rimanere e ha sempre voluto rimanere in secondo piano.
"Bakesale", sua sesta o settima creatura dell'era Sebadoh, è un piccolo scrigno che custodisce gioielli nascosti da una fitta polvere fatta di bassa fedeltà e ordinato caos.
License To Confuse, già il titolo della prima traccia la dice lunga, splendido esempio di indie rock breve e incalzante, dove Lou con voce sincera comincia a prepararci per il mondo Sebadoh, un mondo sbilenco fatto di affetti, di difficili rapporti interpersonali e di rifiuti.
Quindici tracce che scorrono veloci una dopo l'altra, tra energiche accellerazioni (Magnet's Coil), splendide distorsioni vocali (S. Soup), e ballate che lasciano il segno (Not Too Amused).

Come uno sguardo che incroci per strada e speri di rincontrare perché ti ha lasciato qualcosa, Bakesale scorre via veloce e sfuggevole lasciandoti la voglia di ritrovarlo al più presto.

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Cristianuni
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Dinosaur Jr......You're Living All Over Me

J Mascis e Lou Barlow hanno deciso di riformare il giovane dinosauro e lo portano in giro per il mondo, sembra senza curarsi dell'odio a vita che si erano giurati vicendevolmente, e in primo luogo, dell'indifferenza e dell'assordante silenzio che aveva interrotto nell'ormai lontano 1989 uno dei sodalizi più seminali del rock a stelle e striscie del pre-Nirvana.

Anzi, con l'arrivo imminente di un album di inediti, evidentemente metteranno fine alle voci, reali o infondate, che parlavano di due ego troppo forti per convivere nella stessa casa. Se si sono riformati per soldi come quasi tutte le reunion, visto che gli ultimi lavori da solista di entrambi sono stati un fallimento commerciale, sono interrogativi oziosi che lasciano il tempo che trovano. Certo è che la banda di J si è riformata "ufficialmente" ormai un anno fa per promuovere live le ristampe dei primi tre albi editi dalla benemerita rhino. "You're Living All Over Me" è il secondo e più acclamato.

J Mascis quando si fa fotografare o concede interviste è solito sbadigliare e sbiascicare parole ma con la chitarra è un'ira di Dio. Scaraventa nelle orecchie dell'ascoltatore quintali di decibel, valange di larsen e wah wah in u modo che solo lui sa fare. L'incipit meraviglioso di "Little Fury Things" segna già la cifra stilistica che tanti proveranno ad imitare senza eguagliarne ispirazione e carica sovversiva: rumore bianco, violenza sonica e irresistibili melodie pop. Cantate poi dalla voce dislessica e "younghiana" del prode J.

Tutto l'album diviene un alternarsi di anthem pop ("In A Jar"), schitarrate inaudite ("Sludgefast") e sperimentalismo lo-fi come "Poledo" che anticipa lo slacker for life di pavement e figli. Succesivamente sforneranno l'hit indie "Freak Scene" e lo scontroso J, sfruttando l'onda lunga del grunge conoscerà anche il successo mainstream con l'altrettanto splendido "Where You Been" ma la storia era già stata scritta qui.

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Gianmaria Testa.....Da Questa Parte Del Mare

Le persone che hanno visto il mare si riconoscono dagli occhi perché ne conservano la meraviglia nello sguardo e spesso li tengono sbarrati anche nel sonno, quando il letto di crine o foglie di pannocchie diventa una placenta in cui nuotare, sognando quello che verrà dopo la morte.
(Salvatore Niffoi - La vedova scalza)

Sì, ha ragione Niffoi nel descrivere la sorpresa infinita che vive nello sguardo di chi ha visto il mare. Però non è sempre così, perché esiste anche un altro mare, che non desta meraviglia, ma che è prigione e speranza nello stesso tempo. È il mare che ci divide da terre di miseria perdute oltre il nostro orizzonte, il mare attraversato giorno e notte dalle barche di clandestini, che spesso nelle sue acque trovano solo una morte pagata a caro prezzo. Sono anni che rottami malandati partono e affondano in mezzo a questo mare, tra indifferenza e indignazioni diverse. . . contrastanti. Abbandonate le langhe e la nebbia natia, Gianmaria Testa oggi ce ne parla in questo concept-album con lo sguardo di chi sta dall'altra parte di questo mare. Racconta con tutta la sua delicatezza le speranze, le disillusioni, le urla, la vita quotidiana, la disperazione. Queste canzoni, però, non sono state scritte per loro. Gianmaria Testa dice che non ne sarebbe capace. Per chi allora? Per sé e per noi. Forse solo per provare a capire meglio. Allora vediamo questo mare della speranza e della morte, ma saremo capaci di mantenere alto lo sguardo?

Una migrazione comincia sempre con una partenza ("Seminatori di grano"). Uomini e donne "con passo lento silenzioso, accorto" si radunano per partire cercando "quello che non c'era dietro i binocoli della polizia". La chitarra e i violoncelli malinconicamente accompagnano il loro passo all'alba sull'altipiano, mentre la voce di Testa misura attentamente le emozioni scrivendo la cronaca di una storia tristemente quotidiana, mentre il clarinetto di Gabriele Mirabassi intona un tema che sa amaramente di abbandono.
L'imbarco e il viaggio ("Rrock") è fatto di stupore inatteso per le acque bagnate dalla notte ("ma non era così che mi avevano detto il mare") e dei primi pensieri per i parenti stretti rimasti a terra a "masticare la strada". La musica dipinge un quadro che accenna temi orientali delineati dal dialogo tra il clarinetto di Mirabassi e l'incisiva chitarra elettrica di Bill Frisell in un crescendo di agitazione, come le onde del mare, supportato dal contrabbasso di Enzo Pietropaoli. L'ansia, però, si spegne nella quiete della splendida canzone seguente - "Forse qualcuno domani" - dove, con il supporto della bella fisarmonica di Luciano Biondini, la chitarra e la voce di Testa evocano, con forme lievemente nostalgiche, il primo ricordo della terra lasciata alle spalle, parlando ora di una luce, ora di una voce, ora di un nome dimenticati.

Fra incubo e sogno la traversata prosegue nella notte e il pensiero delle anime sulla barca ondeggia e si perde al canto di una sirena, rivolgendosi agli abitanti delle imbarcazioni appoggiate sul fondo del mare, naufragate inseguendo talvolta speranze, spesso chimere ("Una barca oscura"). L'atmosfera onirica di questo passaggio è data dai colori tenui sempre del clarinetto e della fisarmonica, ma anche dalla voce pacata di Testa che contrasta con l'amarezza delle parole ("in fondo al mar profondo/ ci lascio il canto mio/ che non consola/ per chi è partito/ e si è perduto al mondo/ in fondo al mare").
Il risveglio è la terra promessa, ma non mantenuta ("Tela di ragno"). La musica diviene ruvida e la voce impolverata come la strada. Alla chitarra di Bill Frisell - che ricorda alcune escursioni blues del chitarrista americano - si aggiunge la frenetica tromba di Paolo Fresu ad accompagnare parole altrettanto abrasive, ma lucide nel descrivere il nostro sguardo infastidito nei confronti di chi "tende la mano al semaforo rosso". L'umanità di Testa trova poi ulteriore sfogo nella canzone seguente, "Il passo e l'incanto", nel quale si comprende come il ricordo e l'immaginazione possa pervadere la vita di coloro che sono stati rovesciati sull'altra sponda del mare per non tornare indietro ("ma sono già stato qui/ in qualche altro incanto/ sono già stato qui/ mi riconosco il passo"). Il senso attuale di déjà-vù diviene palpabile insieme alla consapevolezza di ciò che si è necessariamente lasciato alle spalle. Forse uno dei momenti più intensi di questo racconto in canzoni.

Fino a questo punto dell'album si scopre un Gianmaria Testa un po' diverso dai lavori precedenti. Certo, alcuni elementi tipici della sua poesia musicale permangono immutati, ma musicalmente si nota una raffinatezza particolare accanto alla ricerca di un suono non omologabile a quello dei dischi passati. Forse molto si deve alla sua capacità di lavorare con altri musicisti, ricercandone l'apporto personale, ma si avverte anche la mano della produzione di Greg Cohen. Tuttavia, nei passaggi successivi sembrano tornare momentaneamente a prevalere le sue originarie sonorità, specialmente grazie alla chitarra acustica e le parole che proseguono la storia dei clandestini, costretti talvolta a separare corpo e mente, l'uno sdradicato, l'altra rivolta a desideri e rimpianti, forse perché chi cambia di cielo non cambia di animo ("3/4"). Passaggi dolceamari sfociano, quindi, nella colorata e ironica vitalità della ballata/filastrocca "Al mercato di Porta Palazzo", che, tra "femmine da ragazzo" con le gonne nere, file di "uomini da bastone" e documenti da esibire, racconta la storia di un bimbo che nasce sgravidando "sul suolo pubblico comunale" del mercato pubblico affollato da genti diverse.

I tre brani finali si muovono da prospettive differenti per chiudere il cerchio di questo racconto. Il primo - "Ritals" - ci rappresenta la maturazione della consapevolezza relativa alle difficoltà dell'immigrato ("lo sapevamo anche noi/ e una lingua da disimparare/ e un'altra da imparare in fretta") in un contesto musicale ancora una volta di stupefacente raffinatezza e apparente semplicità, con i violoncelli ancora sullo sfondo a dare profondità e le chitarre in primo piano a supportare la voce calda e coinvolta di Testa nell'interpretazione.
"Miniera", invece, è l'unica canzone che non appartiene a Testa essendo stata scritta da Bixio e Cherubini nel 1927, in un periodo, dunque, in cui erano gli Italiani a dover lasciare la propria terra ("vien di lontano un canto così accorato/ è il minatore bruno laggiù emigrato/ la sua canzone è il canto di un esiliato"). Ecco così un parallelo tra storie lontane nel tempo, ma vicine nella sostanza, sottolineato dalla riscoperta di una canzone semplicemente splendida.
Diverso, ma altrettanto affascinante, è il finale de "La nostra città". È il punto di vista di chi ha raccontato. Gianmaria Testa rimane così da solo con la sua chitarra per lasciarci con una piccola canzone impressionista che racconta una città piccola dove non passano i tram, ma in compenso scorre il fiume. È da questa città, da questa piccola città con il suo fiume affollato di foglie secche che Gianmaria ha gettato il suo sguardo lontano come forse non aveva mai fatto prima. E l'ha fatto per sé e per noi che stiamo da questa parte del mare.

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Marysun ha scritto:
The Strokes.........Juicebox
nn sono brava a scrivere recensioni, vi dico solo che questa canzone è bellissima, mette completamente il risalto le doti canore del canante dei The Strokes, di cui (me ne vergogno :oops: ) non conosco il nome perchè finora non mi era piaciuta nemmeno una loro canzone... con questa sono riusciti a conquistarmi! hanno una fan in +!!!

quoto alla grande, e aggiungo pure heart in a cage sempre degli strokes...


Io vi consiglio la canzone "metalingus" degli alter bridge ;-) sia perché é bella, sia perché è la canzone di edge ;-)

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bukowsky...
scrivisti a divina commedia 2?!? :lol: :lol:

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la sto finendo...
dammi tempo....
auhuahuahuahauhauha!!!!!!!!!

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