Leggi argomento - Consigli Per Gli Acquisti(o download)

Oggi è gio nov 23, 2017 9:30 am

Tutti gli orari sono UTC +1 ora [ ora legale ]




Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 146 messaggi ]  Vai alla pagina Precedente  1 ... 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10  Prossimo
Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: gio giu 07, 2007 4:21 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Battles.....Mirrored

E' sempre più raro e difficile per me trovare un disco da ascoltare fino in fondo senza un senso irritante di profonda noia. E dunque mi sento una specie di miracolato quando metto su il nuovo fresco fresco disco dei Battles, 'Mirrored'', e mi viene un acceso moto di divertito scatenamento.

A dir la verità la reazione è stata al secondo ascolto; al primo l'incipit di "race in" mi aveva lasciato l'agro gusto delle solite autoreferenzialità che nonostante il post rock sia vecchio di 15 anni ancora ti spacciano per innovative. Ma poi al secondo ascolto arrivo a toccare anche "atlas" e "ddiamondd", rispettivamente secondo e terzo pezzo. E non mi ci stacco più dal disco, vado fino in fondo di filata, perchè qui in realtà si parla d'altro. Il problema di "Race in", giusta introduzione, è che si rifà al passato. Cita ancora il Math come indubbia base dei Battles, che però si sono evoluti. Eccome. ciò che è rimasto è quell'approccio esplicitamente razionalistico, quello squadrare e inquadrare programmatico, quel quasi dodecafonico trasportare gli intervalli armonici in quanto tali. Ma adesso di programmatico c'è anche l'intento, non solo il linguaggio. E nell'intento i Battles diventano il concetto stesso di destabilizzazione.

Prendono funk, elettronica, hardcore, post, e li distruggono sotto i colpi di accetta di un serial killer che è anche tipico maniaco ossessivo, di quelli che di giorno si vestono in giacca e cravatta. La loro non è infatti violenza sonora, ma il lato oscuro dell'imprevedibilità, del suono che non ti aspetti, del cambio dinamico o di tempo, eppure il tutto mai a ruota libera, ma sempre costretto dentro il tema, forzato nella ripetizione. Dunque la loro è musica di un tentativo di controllo che non riesce, di un sistema che falla, di un'apparenza che sottintende sempre un lato oscuro, ancor più tremendo perchè mai libero, mai realmente inconscio o istintivo. In altri termini questa contrapposizione razionale/irrazionale, entrambe imperfetti e incompleti, la si può riscontrare nell'incontro scontro di suoni sintetizzati e umani, i primi sempre imperfetti nel loro tentativo di squadrare e quindi razionalizzare tutto tipico dell'elettronica perchè mischiati e sviscerati da una mano umana sempre percettibile, i secondi a loro volta scarnificati da un tentativo parossistico di ricondurli sempre ad un'interpretazione "robotica", per l'appunto squadrata e "monotimbrale".

E' una musica che SEMBRA ragionata, ma che smentisce sempre la sua esternata razionalità. In sostanza l'intrinseca essenza dei Battles è quella di essere profondamente antipositivisti. Per questo assolutamente contro-tendenti nonchè scomodi. La loro è musica prima di tutto beffarda, e filosoficamente all'opposto di tutto ciò che si giustica solo per il suo esistere in altri tempi.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: gio giu 07, 2007 6:55 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Gli Oneida sono un quartetto di New York, e questo "Each One Teach One" è il loro quarto lavoro, diviso in due cd.

Il primo cd è composto solo da due pezzi, "Sheets of Easter" e "Antibiotics", per la durata totale di mezz'ora di musica; mezz'ora di grandissima musica. Due parole mormorate ed ecco partire "Sheets of Easter", devastante brano garage, basato su un'unica nota suonata con un'irruenza e una foga inaudite, travolgente, con quelle voci atone e ossessive a coprire tutto. Solo due brevissime varianti (stiamo parlando di pochi secondi!) a straniare ulteriormente l'ascolto di un brano unico nel suo genere, catatonico, angosciante eppure divertito, sintesi perfetta delle angosce suburbane e dello stress metropolitano, addirittura rivisitazione in chiave postmoderna della teoria della ripetitività ciclica dei materiali, catarsi di un mondo industrializzato destinato alla saturazione.

Addirittura superiori i 16 minuti sui quali si dipana "Antibiotics", gemma di assoluto splendore, aperta da uno snervante organo sulla cui scia si dipanano una chitarra acida, un basso percosso con furia e una batteria impazzita; estasi di epilessia musicale che continua compatta e senza freni fino a che poco alla volta gli strumenti si spengono, lasciando da solo l'organo che verso il decimo minuto si frantuma in una serie di rumori e riverberi dai quali si innalza una voce cantilenante, da filastrocca per bambini, che sembra quasi provenire da un'altra epoca. L'idea del contrasto raggiunge quindi il suo grado di perfezione: in un momento di stasi rumoristica, che mischia futurismo e avanguardia alla John Cage, il futuro si sposa con la propria memoria demodé.

Su rumori e suoni spaziali si chiude il primo cd. Un'avventura musicale difficilmente narrabile. La domanda ora è: dopo questa apocalisse sonora, cosa potrà nascondersi nel secondo cd? La risposta è la meno ovvia eppure la più semplice: sette canzoni. Ed è qui che il genio di questi quattro musicisti si dimostra in tutta la sua grandezza: se il primo cd aveva infatti mostrato il volto più ostico e magmatico della band, il secondo cd si apre sul trascinante riff hard-rock della title-track, apripista di un brano frenetico che mescola reminiscenze da rock anni '70 a stacchi da post-punk.

Battiti metronomici in perfetto stile Suicide si legano ad acidità lisergiche e psichedeliche e a un cantato malato e straziante in "People of the North", segnata da un synth e dalla discesa della chitarra in frenesie noise. "Number Nine" è una ballata elettronica con echi orientaleggianti e un demenziale cantato che si eleva fra i rumori industriali prima dell'irrompere epico della batteria, sovrastata ora però da echi, riverberi, pulsazioni e battiti, "Sneak into the Woods" un catartico e stralunato intermezzo in odore di new wave, "Rugaru" ripropone le ossessioni del primo cd in versione ridotta, accompagnate da un organetto in pieno stile sixties e da un cantato (?) rumorista che si presenta come strumento aggiunto mentre in sottofondo delicati e soffusi tocchi di metallofono iniziano a prendere forma e consistenza.

Con l'incedere ambiguo di "Black Chamber", dal ritornello accattivante e mellifluo, e con la circolarità musicale di "No label", destinata a dissolversi nella ripetitività, si chiude quest'album miracoloso e sorprendente, licenziato da un gruppo capace di metabolizzare e ricreare decenni di musica rock, dai furori degli MC5 e degli Stooges all'angoscia metropolitana di Velvet Underground e Suicide, dall'avanguardia tedesca di Can e Faust alla psichedelia di fine anni '60, dalla new wave newyorchese di fine anni '70 ai giorni nostri - vengono alla mente anche i lavori di Liars e Xiu Xiu -.

Un album capolavoro, sospeso, indefinibile eppure concreto. E suonato in maniera eccellente.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: gio giu 07, 2007 8:01 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
I'm From Barcellona......Let Me Introduce My Friends

Quanta allegria riesce a mettermi addosso questo gruppo.

E dire che questo è un mondo di merda. Un mondo, creato dai potenti, nel quale c'è veramente poco (o niente) da sorridere. Dai una volta l'amministrazione Bush. Dai un'altra volta le tensioni fra il Papa e la Turchia. Dai ancora i test nucleari della Corea Del Nord. E, giusto per fare pendant, un bell'effetto serra che ci sta progressivamente cuocendo tutti. La cosa istintiva che una persona sana farebbe, è prendersi un bel fucile ed impallinarsi la gola a dovere. Eppure, c'è ancora chi ha voglia di sorridere e, ciò che è più importante, ciò che fa la differenza, ciò che scolla in un secondo lo stereotipo di persona egoista, far sorridere.

L'animo dei bambini dell'asilo è pulito, limpido e incorruttibile. Sarà perchè sono piccolini, sarà perchè ancora non conoscono le insidie di questo (vecchio?) bel mondo, la cosa certa è che, in ogni momento della giornata, hanno un sorrisone stampato sulla faccina. Cosa che spesso e volentieri gli adulti non hanno nè tempo, nè voglia di fare. Eppure, quanto sarebbe bello fermarsi un attimo, distrarsi dai ritmi frenetici della nostra vita, chiudere gli occhi e fermarsi a pensare. Pensare se si sta vivendo la vita in modo giusto. Pensare se veramente vogliamo viverla in un modo giusto. E dopo, agire di conseguenza. Sarebbe un mondo migliore per tutti ma, purtroppo, non c'è tempo per queste piccole e futili cose, al limite dell'insopportabile, noiose e prolisse. Ma ci sono le eccezioni. C'è chi, guardandosi indietro, ha deciso di mandare affanculo i pessimismi della vita. Ha deciso di mandare affanculo gli stili di vita attuati fino a quel momento, rigidi e antiquati. E, invece di raparsi i capelli a zero, oppure farseli crescere in modo inverosimile ed imbracciare una bella chitarrona tagliata a V per far soccombere a suon di assoli i timpani delle persone, ha deciso di fermarsi. Sospendere le lancette del tempo. E farle ritornare indietro di dieci, quindici, vent'anni. Per portare allegria e voglia di vivere.

Suonerà un po' logorante forse, visto che l'ho ripetuto non so quante volte, però non riesco a trovare un sostantivo più adatto per sintetizzare questo collettivo. Un sostantivo che è semplice e stratificato al suo stesso tempo. E dire che tutto era cominciato per caso, come succede di solito nella stragrande maggioranza dei casi, come succede di solito per le grandi band. Tutto ha inizio nell'estate del 2005, quando il buon Lundgren, scritte un paio di canzoni, decide di mettere in piedi un complesso per suonarle dal vivo a qualche festa. Ma l'idea, evidentemente, piace molto di più che a un paio di persone. Aggiungi una, togli l'altra, poi rimettila, dai, facciamola partecipare. Alla fine ventinove persone, escluso Lundgren, partecipano a questo improbabile progetto. C'è chi suona la chitarra, chi la fisarmonica, chi il kazoo, chi il flauto, chi il banjo, chi la tastiera, chi la tromba, chi la batteria. In teoria, questa grande famiglia dovrebbe sciogliersi dopo qualche apparizione. C'è però chi non la pensa così, gli I'm From Barcelona ottengono un grande successo di pubblico, tanto che Lundgren crea un sito personale da dove, in una settimana scarsa, più di ventimila persone scaricano i loro pezzi. Da qui ad incidere un album (fatta eccezione per un EP chiamato "Don't Give Up On Your Dreams, Buddy!" a metà strada) il passo è veramente breve.

Certe volte le parole vengono a mancare. Cosa dire di questo esordio? E' un disco intricato, pieno di capovolgimenti, difficile da assimilare al primo ascolto? Assolutamente no, semmai è tutto il suo contrario. Ma nella sua estrema semplicità, nella sua estrema freschezza (sembra quasi inciso dal Piccolo Coro Mariele Ventre certe volte!) conquista come nessun altro. E ti stampa un sorrisone in faccia che dire smisurato è poco. Il collettivo ha alla base di tutto un suono ispirato agli anni '60. Poi vengono inseriti sprazzi di folk e country, come testimonia la deliziosa "Chicken Pox" (P. S. varicella in italiano : -D), dove l'intro di chitarra viene mescolata con piccoli coretti, fischiettìi e quant'altro possa rimandare alla campagna. Oppure vengono ribadite, per mezzo di tastiere soffuse e chitarre che più gioiose di così non si può, le false origini del gruppo (il singolo ufficiale "We're From Barcelona"), un vero e proprio inno all'allegria che vede più volte partecipi tutti i membri del gruppo in un cantato spensierato (e l'ascoltatore, già rapito ed inebetito, che canticchia beato "na-na-na-na-na-na-na"). Se lo desiderate, i ragazzi vi piazzano una potenziale hit, nella quale cantano ancora una volta tutto il loro amore per Barcellona ("Barcelona Loves You") a ritmo di banda (azione combinata di batteria, chitarra, percussioni e banjo) e con coretti in stile Zecchino d'Oro in sottofondo, quasi a voler sottolineare la perfetta unione fra di loro e con gli ascoltatori. Se proprio ne sentite la mancanza, gli I'm From Barcelona mettono una canzone a metà fra atmosfere orientaleggianti, campanelli, tastiere e coretti, di quelle che si cantano dopo un'escursione in montagna oppure di notte, in spiaggia, attorno al falò, tutti assieme ("Treehouse"), con un ritornello contagioso quale "I have built a treehouse!". Non mancano certo anche i colpi sporadici di genio, che alternano queste piccole gioiose canzoncine a momenti già più maturi, come quando in "Ola Kala" sembra vogliano esplorare territori vagamente punk, indurendo un po' i sottofondi di chitarra, oppure quando in "Collection Of Stamps" ci sparano un'intro veramente eccezionale, con una miscellanea fra batteria, kazoo e tromba.

Molte persone hanno etichettato questi ragazzi come "poco seri", "meteore", qualcuno li ha addirittura definiti "sfaticati". Sì, sì, lasciateli parlare, quei noiosii, che tutto sanno e tutto possono, e che non sanno cogliere la bellezza di un fiore che sboccia in primavera, o il canto dei passerotti sugli alberi, e che appartengono alle persone che non sanno viaggiare a ritroso nel tempo e tuffarsi in un mondo fantastico e pieno di magie. Etichettare, etichettare ed etichettare, tutto il mondo in un'etichetta, e poi nemmeno ti accorgi di quanto sei ridotto male.

Gli I'm From Barcelona scrivono quel tipo di canzoni che potrebbero riuscire a far andare d'accordo Israele e gli Hezbollah.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: gio giu 07, 2007 8:14 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Il Teatro Degli Orrori.......Dell'Impero Delle Tenebre

Una bomba cavolo!!! E' una bomba sto disco... veramente bello.

Tutto fila a pennello. Musica potente, basso-batteria da paura, testi commuoventi... e io me ne sto innamorando. Il perchè non lo...sarà che il signor Pierpaolo Capovilla (basso e voce degli uomini unidimendionali e qui solo alla voce) ti impone il suo spettacolo di sangue, sbronze, merdate varie, e con la consapevolezza di dire realmete qualcosa ti vomita addosso la sua inquietudine nei confronti della vita e di come andrà a finire tutto puttane.

"Vita mia" primo pezzo dell'album si dimena tra riff belli pesanti sostenuti da un basso bello tondo e ragionevole. la batteria pulsa e cavolo quando arrivi a new york dopo aver sorseggiato pernaund al boulevare stai dimenando la testa come un'osseso. neanche fossero lì difronte a te a suonare... senti questa qui come è bella..."Dio mio" ti impone un arpeggio alla jesus lizard... gran cavolo di complimento per un chitarrista che in questo caso è Gionata Mirai, voce e chitarra dei Super Elastic Bubble Plastic, e poi tanti stop&go veramente efficaci. Dopo il basso, sempre bello tondo e ragionevole, ti ingoia!!! Indietro non si torna quest è poco ma sicuro.
"E lei venne" si racconta come canzone pienamente attraverso il suo testo... "sta sera mi sbronzo di brutto e alla fine mi sdraio per terra e dormo come un cane. mi passasse sopra un tir o un intercity, io me ne frego, me ne frego di dio, me ne frego del demonio, me ne frego dei sacramenti, me ne frego di te"
"Compagna teresa" parte tiratissima e ti stende fino a quando non arriva la voce, perfetta su basso-batteria, fino all'incredibile ritornello che ti rapisce. il tutto si mischia, si intreccia, in un finale vorticoso dove è la chitarra a fari girare e rigirare fino al nuovo ritornello... ed è lì che ti viene in mente una sola parola: cavolo!

"L'impero delle tenebre" è una canzone apocalittica che ti lascia dubioso... è vero: abbiamo perso. abbiamo perso a priori e in ogni caso comunque vada abbiamo perso e ti ci perdi per davvero per questa fitta selva di riff sostenuti dalla batteria che te la immagini con le pelli scavate e sporche del sangue che coggiola dalle mani (il picchiatore in questione è Franz Valente ed è per me il sublime... come guardare una tempesta). Ora, in "Scende la notte", è tempo di riff che poi lasciano basso,voce e batteria a viaggiare splendidamente (il basso lo suona, per la cronaca, Giulio Ragna Favero, ex chitarrista de one dimensional man) fino al ritornello che scoppia... con "sei solo, semplicemente solo"... e sono brividi.
"Carrarmatorock" si apre con la batteria... punta, mira... è tutto ok. In questa canzone il gruppo si emancipa dal mondo... è musica nuova questa qui. Per l'appunto è un "carrarmato di rock per te che ti faccia morire di musica e non di paura".

"Il turbamento della gelosia" è la canzoneche trovo più biografica. Qui il tiro si abbassa un attimo per dare spazio alle parole con dei fuori-metro tanto cantautorali quanto affascinanti. Il tutto suona sempre deciso con una chitarra affilatissima che sembra impazzita per tranquillizzarsi nel lirismo finale. Rallentati i ritmi si arriva a "lezione di musica". Pezzo suadente che ti ricorda i Gun Club più lenti e meno ubriachi. Sembra una ballad ma chi ci crede? Io no e, nemmeno loro mi sa, infatti arriva il distorto furente che ti spiazza! Chitarre acustiche? Oh cavolo rallentano ancora? Ma non era post-hardcore? "La canzone di Tom" così comincia: chitarre acustichedal suono nitido...breve crescendo...1,2,3,4...go. Brividi e nient'altro. Il disco si chiude "Maria Maddalena" altro caso strano della vita.

Il bello di sto gruppo e che ti impone i loro ascolti (Melvins, Jesus Lizard, Shellac, Scratch Acid) convincendoti, facendoti senrtire a tuo agio, ma poi all'improvviso li sorpassa, li calpesta, gli piscia sulle scarpe, con un irriverenza che non immaginavi e che ti lascia sbigottito. Abbracciano tanto il post-punk quanto il cantautorato italiano. Veramente un discone, forse il più bello da un pò di anni a questa parte!, che ti fa muovere il culo, ti fa cantare e ti fa commuovere, il tutto seguendo la propria alienata strada... tanto indietro non si torna.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: mar giu 12, 2007 2:13 pm 
Non connesso
Quaquaraqua
Quaquaraqua
Avatar utente

Iscritto il: mar ago 16, 2005 3:14 pm
Messaggi: 84
Località: Locri
bukowski ha scritto:
la sto finendo...
dammi tempo....
auhuahuahuahauhauha!!!!!!!!!




ok! ;)
me la fai recapitare a casa col furgone (visto che saranno 35646843567689731867156716871867,32 pagine)? :wink:

_________________
Immagine

Brad Pitt, e Cicc ten a scal!!!


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: gio giu 14, 2007 10:59 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
è il virgola 32 il problema...
dove lo metto???

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: lun giu 18, 2007 8:28 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Paolo Benvegnù.....Piccoli Fragilissimi Film

Dopo la sua dipartita dagli Scisma, e dopo essersi cimentato nei panni di produttore, Paolo Benvegnù ha pensato che fosse arrivato il momento di mettersi in gioco personalmente, debuttando come solista con un disco che dà un po' di ossigeno ad una parte della scena musicale italiana, che al momento non sta godendo di ottima salute.
Diciamo subito che "Piccoli Fragilissimi Film" è un disco molto bello, scritto bene e suonato meglio, e che rende giustizia ad un autore che forse con il suo precedente gruppo non aveva trovato il giusto spazio, e anche per questo non aveva mai riscontrato un grosso successo di pubblico. Benvegnù dimostra una maturità compositiva di ottimo livello, ma questo lo sapevamo già, unita a testi profondi ed introspettivi che rimanda ad artisti del calibro di Luigi Tenco, dove ad affiorare è sempre una certa vena di malinconia, ma quella da cui ci si lascia avvolgere senza paure, in quanto lascia intravedere sempre una via d' uscita.
Canzoni come "Suggestionabili", "Cerchi nell'acqua" o "Il mare verticale" dimostrano come si possano coniugare splendidamente una forma canzone cantautorale e arrangiamenti rock, in uno splendido e delicato equilibrio dove il pianoforte ha quasi sempre un ruolo di primo piano, insieme alle orchestrazioni acustico elettriche. Molto intensa è l'interpretazione di "Brucio" e di "Il sentimento delle cose", dove le liriche sempre di altissimo livello si rivelano meno ermetiche che in passato.
Un viaggio tra le gioie e le fragilità dell'uomo, un lavoro intimo, che proprio per il fatto di essere così profondo e raffinato magari non raggiungerà il grande pubblico, ma che contiene delle vere e proprie gemme da ascoltare in assoluta tranquillità per apprezzarne meglio tutte le sfumature.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: dom giu 24, 2007 6:20 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Comets On Fire....Blue Cathedral

I Comets On Fire sono un quintetto proveniente da Sacramento, uno degli ultimi baluardi del movimento hippie e fucina della prima ondata psichedelica made in USA. Il loro è un sound unico, che spazia dall'hard rock alla psichedelia, misti a distorsioni acide, effetti "spaziali" e accelerazioni free-jazz. Un vero e proprio percorso di destrutturazione del rock che, già nel primo album omonimo e nel successivo e bellissimo "Field Recordings From The Sun", aveva contribuito alla creazione di uno stile unico e inimitabile.

Nel 2004 i nostri passano alla Subpop, e il risultato è questo "Blue Cathedral". Il gruppo sembra mettere volutamente da parte le sperimentazioni rumoristiche del passato, per far posto ad atmosfere zappiane, puntate progressive alla Pink Floyd e King Crimson e divagazioni folk, senza, tuttavia, perdere il proprio spirito originale. Nelle 8 tracce del disco troviamo, infatti, sia momenti complessi e frenetici, come l'iniziale "The Bee And The Cracking Egg" e "Whiskey River", ma anche più pacati, nel caso di "Organs" e della conclusiva "Blue Tomb", forse il vero capolavoro dell'album: 10 minuti di puro "noise-rock psichedelico", accompagnati dal rumore delle chitarre e dagli echi e riverberi della voce "lisergica" di Ethan Miller, davvero stupendi.

Con questo disco, insomma, la band californiana non delude le aspettative dei precedenti lavori, ma, anzi, presentando sonorità più varie e ben amalgamate, sembra compiere un passo in avanti verso la totale destrutturazione sonora, verso la maturazione definitiva del loro stile che, con questo "Blue Cathedral", può considerarsi definitivamente completata.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: dom giu 24, 2007 6:33 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Cesare Basile......Hellequin Song


"Piscerai sulla banca d'Italia, ma non fuggirai il grembo, questo è il palco che rompe la voce, quando il canto è più dolce, questo è il giorno che piove negli occhi, questo è giusto il deserto"

Un deserto enorme, morti dappertutto, sangue e lamenti, i corvi, i fantasmi, l'odio soddisfatto, il sacrificio, fumo e fetore, e lui, Hellequin, l'arlecchino, il demone condottiero che nel medioevo scorazzava fra i campi di battaglia alla guida della sua armata delle tenebre in cerca delle anime dei guerrieri, teatro o triste realtà, uno scenario maledettamente attuale, è l'alba e gli sconfitti possono finalmente trovare sollievo, entrano in un'altra dimensione, la vita ormai è andata, Hellequin li ha raccolti e traghettati, inferno o paradiso non importa, tutto è finito. "Hellequin song" è un album cupo e tetro, minimale, dalle sonorità secche e incisive, poco italiano, ricorda il rock-blues nero di Nick Cave, blues, ma anche folk. Suonato in presa diretta, affascinante ed introspettivo, prodotto da John Parish (PJ Harvey, Eels, Goldfrapp, Giant Sand, Tracy Chapman), scheletrico negli arrangiamenti, magnetico nelle melodie, crudo e impietoso nei testi. Quattordici pezzi di cui cinque in inglese, maturi e teatrali che innalzano il livello della musica cantautoriale italiana.

"Dal cranio" ballata funerea, molto western, ci ricorda il nesso fra crocifissione e amore, lo splendido pianoforte di "Finito questo" introduce al peccato e al perdono, il nostro dilemma, "Fratello gentile" è un valzer elettrico con basso alla Bauhaus e cori di Manuel Agnelli che ricorda De André nella voce e nei testi, "Odd man blues" un blues appunto, ammaliante e distruggente, "Il deserto" è un valzer da chansonnier parigino, una giostra, la beffa che ogni giorno ci tende l'agguato, "To speak of love" una voce cavernosa che ricorda Tom Waits i Tindersticks e Mark Lanegan, un sogno, un viaggio, "Dite al corvo" country con banjo in evidenza, "Hellequin song" sintetizza lo spirito dell'album, uno dei pezzi migliori, "La festa di ieri" è ciò che rimane di una bella serata, fumi d'alcol e pegno lasciato, "Continuous lover, silent sister" echi di Deus vista la collaborazione con Stef Kamil Carlens (leader dei Zita Swoon) ancora banjo e slide guitar, "Usa tutto l'amore che porto" amore svenduto e rimpianto, ricorda Ivano Fossati in "Ceaseless and fierce" arriva il fantasma di Tim Buckley e la dolcissima e conclusiva "Stella and the burning hearth" la voce di Cesare si interseca con quella di Kris Reichert e la sofferenza si allontana.

Non so se Hellequin porterà la nostra anima alla salvezza, ma sicuramente ci farà scorgere una bellezza candida che ci farà stare meglio. . .

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: dom giu 24, 2007 6:55 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Okkervil River...... Don't Fall In Love With Everyone You See

Innamorarsi di tutte le persone che si incontrano nella vita è, senza dubbio, una tendenza alquanto pericolosa: gli Okkervil River ci tengono premurosamente a ricordarcelo. Innamorarsi di loro, in compenso, è un rischio a cui ci si può abbandonare placidamente. Texani di Austin, capitanati da mister Will Sheff, propongono da qualche anno un folk-rock semplice, privo di fronzoli, ma intenso, mettendo assieme Bob Dylan, Nick Cave e Bright Eyes. Questo disco, uscito nel 2002, è forse la loro cosa migliore. Sedetevi su una poltrona, lasciate scorrere le canzoni: vi sembrerà di essere seduti su una chaise-longue, magari in una veranda legnosa con vista sulla campagna.

Nove canzoni di malinconie, sensi di libertà, gioie vissute sotto luci oblique, sparse in pianure vastissime. Le facce sono familiari, l'intimità di una cucina consola, anche se nel paese c'è l'ubriaco che ti fa intravedere la dimensione sghemba della vita, o l'assassino che ghigna mentre si vede circondato, e tutti quegli emarginati con cui senti di avere in comune, se non la vita, la sua visione sporca. Il disco parte con un capolavoro: si chiama "Red", è una dolce e commossa canzone alla madre, tra rimpianti e piccole frustrazioni. Chitarra acustica, una batteria spazzolante e un flauto che riempie di note antiche i vuoti tra le strofe. Il pezzo finisce per odorare da intimo ritorno domestico in una di quelle domeniche crepuscolari, quelle che ti insegnano fin da scuola: tristi, un po' nuvolose, in una primavera ancora fredda, timida e malinconica, in cui vai a trovare la madre (o il ricordo di lei) con un mazzo di violette. Quando entra quel flauto vengono i brividi di nostalgia.

"Kansas City" è un evocativo pezzo tra country e folk, con un'armonica dylaniana e Sheff che ostenta un tono strascicato alla Cave. Ancor più Cave è presente nelle note buie di "My Bad Days", sprofondamento abissale nelle distorsioni delle giornate storte, nei pensieri che strappano e dilatano le cose quando non gira bene: il dolore si denuda, sfregato da un violoncello beffardo, sovresposto da un ritmo lentissimo. La sofferenza si sforma, perde le misure, alla Dostoevskij. Quando il nemico peggiore diventa il pomello della porta. "Lady Liberty" e "Westfall" sono pezzi più mossi: la prima è arricchita dai fiati, mentre la seconda racconta la storia di un omicida, condendola con ricami di un mandolino picaresco: la canzone a metà parte come un treno con l'ingresso della batteria, e all'urlo di "Evil don't look like anything" ti viene voglia di spazzare via i soprammobili di casa. Ancora più convulsa è "Dead Dog Song", dove la voce di Sheff arriva effettata e il ritmo incalzante prende direzioni neanche tanto vagamente country. Per praterie.

Il rallentamento acustico di "Listening To Otis Redding At Home During Christmas", dal testo ancora delizioso ("Home is where beds are made and butter is added to toast. On a cold afternoon you can float room to room like a ghost"), sa di un'America sbriciolata nelle campagne, o incastonata nell'esilio di edifici metropolitani. Ricordate il racconto di Natale che chiude il film Smoke? Ce lo distenderei lì sopra, come un lenzuolo sul letto nuovo. E poi c'è il folk allo stato selvaggio di "Happy Hearts" e "Okkervil River Song", che sanno di taverna e di rive erbose.

Se quando il disco finisce distinguete ancora i serramenti di casa vostra, il lampadario e la tivù, poco male: gli Okkervil non fanno per voi. A quest'ora, se vi fossero piaciuti, vedreste solo campi di tabacco e villaggi sperduti negli spazi sconfinati dell'America okkervilliana. Con i Decemberists, senza dubbio, tra i migliori interpreti del genere: il compromesso tra musica d'autore e indie-rock sta forse, magicamente, tra le pieghe di questo folk malinconico fuori dal tempo.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: mer giu 27, 2007 7:55 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Sparklehorse.....Vivadixiesubmarinetransmissionplot

Lo spirito e l'attitudine più autentica del country sono ben conservati nei sotterranei della musica americana. Per trovarli bisogna frugare fra l'ossessione byrdsiana dei Long Ryders, le convulsioni punk dei Meat Puppets, le bizzarrie dei Giant Sand, i sussurri dei Cowboy Junkies e le impennate rock dei Green On Red e Dream Syndicate, passando attraverso le nevrosi dolenti dei Violent Femmes e Neil Young.
Sono qui i semi della fioritura dell'alternative country anni '90 che ha caratterizzato gli ultimi anni della musica americana, e gli Sparklehorse sono tra le band più grandi della scena, e questo disco del 1995 dal titolo interminabile ne è l'esordio e il capolavoro alla pari di "It's A Wonderful Life" del 2001.

Dimenticate gli stivali con gli speroni, ma anche no, dimenticate i capelli da cowboy, ma anche no, dimenticate il deserto e l'Arizona strip, ma anche no, dimenticate le rosate Vermillion Cliffs dei vecchi e sbiaditi films perché nei nineties hanno riacquistato colore grazie alla commistione dei generi, perché su "Vivadixie...", parola mia, si suona musica selvaggia, nuova e cruda. Mark Linkous, voce e chitarra: "Vedo le canzoni come dei piccoli pianeti, non devono essere in asse, se orbitano diventano noiose".

Il lo-fi come religione, il folk rock come dose di litio da prendere quotidianamente, si spiegano così certi pezzi sofferti nostalgico-psichedelici come Homecoming Queen o Cow o Weird Sisters. Il culmine di questa parte nostalgico-anemica è Spirit Ditch: strimpellio spettrale e voce fragile, l'andatura sorniona ma che si stampa subito in testa. Ciò che lascia stupefatti sono gli arrangiamenti stravaganti che infiorettano il classico roots-folk donando nuova linfa vitale al genere.
Anche la parte energica dell'album subisce lo stesso trattamento stralunato (i Pavement non erano gli unici ad arrangiare così in quel periodo), certi loro picchi energetici (Tears On Fresh Fruit) ti prendono proprio a zompare per la loro commovente sgangheratezza (a tratti somigliano perfino ai The Fall che provengono da tutt'altro background), e nonostante questa sporcizia assuefatrice riescono ad suonare "diritti" (se capite cosa intendo ascoltate il chitarrismo di Tom Verlaine) al contrario di tanti gruppi della scena che usavano gli accordi per creare il pavementiano modus operandi "spreca ritornelli e riffs che fa molto alternativo" di contorno.
L'incalzante e lo sghembo si compenetrano in modo spartano, sempre venato da una qualità erratica, nel quale si aprono improvvise parentesi fatte di stranezze armoniche. Intravedo qualcosa di "neil-younghiano" nel loro roots speziato di folk e di alternativo (frammenti e suoni disturbati, pop sbilenco, qualche eco acid); e nel loro modo di usare il rock a fini emotivi (ascoltate Someday I Will Treat You Good).

E' uno dei capolavori degli anni '90 perché tenuto conto della classica forma canzone americana (rock principalmente) con influenze del "suono delle radici", quindi country essenzialmente di tipo elettrico, ma (ecco la variazione scintillante e geniale) si possono trovare sfuriate country-punk, approcci post rock, e anche gospel.
Insomma un roots rock completamente reinventato; anche se in fondo Linkous secondo il mio modo di vedere questa musica rimane fondamentalmente un cow-punk , non tanto distante dai Giant Sand di Gelb.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: sab giu 30, 2007 7:32 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Perturbazione....In Circolo

Lo ammetto, lo ammetto: il ritardo con cui sono arrivato su questo "In circolo", terzo album dei torinesi Perturbazione, ha del criminale, soprattutto in considerazione del fatto che, va detto onestamente, si tratta davvero di un gran bel disco.

Non si trova tanto spesso una band indie tanto coraggiosa e sincera da tentare una via personale al pop (termine che in tanti menti di gggiovane alternativo suona quasi come una bestemmia), con una grazia e un senso della misura davvero incantevoli, e non riesco a capacitarmi di come il sestetto rimanga colpevolmente sconosciuto ai più.

Echi dei migliori gruppi pop di ogni tempo (nomi sacri come XTC e Beatles) combinati con le asperità tipiche dell'indie rock si trovano in tutte queste quattordici tracce del disco, tra (pochi) bassi che appesantiscono un po' il tutto e (moltissimi) alti: brani divertenti e contagiosi come "Mi piacerebbe", "Il senso della vite", la dichiarazione d'amore sui generis frantumata in mille schegge punkeggianti di "Fiat lux", ma anche e soprattutto momenti di malinconia avvolgente e sincere confessioni di sapore generazionale (anche se per fortuna siamo molto lontani dagli stereotipi abusati sul trentenne che non vuole crescere). Stupendo sentire come la band riesca a disegnare melodie incantate, a coinvolgere e commuovere con pochi tratti di chitarra e un bellissimo violoncello, lasciando costantemente sullo sfondo la sezione ritmica.

Così, con semplicità ed eleganza, i Perturbazione (guidati in fase di produzione dalle mani sagge di Fabio Magistrali degli A Short Apnea) ci regalano alcune canzoni davvero indimenticabili, a partire dall'iniziale "La rosa dei 20", passando per la robusta virata indie di "Rocket coffee" (una discesa a rotta di collo lungo un pendio, violoncello e chitarre che si studiano per tutto il pezzo, finendo per azzannarsi), fino agli sguardi venati di tristezza di "Iceberg" e al folgorante attacco di "Senza una scusa", ai fremiti inquieti dell'unica traccia in inglese del lotto, "This ain't my bed anymore", vagamente Afterhours, fino ai singulti di chitarre, violoncello e glockenspiel che si allungano nel finale di "Per te che non ho conosciuto". Su tutte, due perle assolute, dolci e consolatorie come l'abbraccio di un amico ritrovato: "Agosto" (semplicemente incantevole, non so parlarne in altro modo) e la conclusiva "I complicati pretesti del come", resa ancora più preziosa dall'intervento della tromba di Cyril Phoa.

Disco davvero bello, elegante, fiero anche delle sue imperfezioni.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: sab giu 30, 2007 7:46 pm 
Non connesso
Cristianuni
Cristianuni

Iscritto il: sab mag 14, 2005 7:49 pm
Messaggi: 280
Marco Parente......TrasParente

Nonostante la scena italiana abbia ben poco da offrire nel suo panorama visibile è anche vero, che con un pò di volontà, è possibile far uscire fuori dal loro semi anonimato artisti che meritano davvero rispetto come creatori di qualcosa di spontaneo e particolare.
Tra questi io personalmente colloco Marco Parente e il suo TrasParente, terzo album di una discografia essenziale e piena di passione, intimismi, sentimenti puri e piena onestà intellettuale. Le origini partenopee di Parente sembrano quasi eclissarsi di fronte e dentro la sua musica, lasciando che le melodie vengano approcciate da influenze ben più “nordiche”, che si estendono in campi di chitarre, e dolci e minimali parti di pianoforte disegnate tra le nuvole di un paesaggio tendenzialmente simil-britannico.

Marco Parente è in piedi di fronte a noi, con le le braccia tese e le mani aperte. Vuole trasparenza e ci dona la sua musica con i suoi pensieri diretti e dannatamente profondi. Nella loro umile semplicità. Sembra stigmatizzare ed elogiare il suo mondo, con una carica ottimistica che sprofonda in atmosfere piene di malinconia e disperazione. Cerca risposte dentro se stesso e dentro la sua vita, ma esplorando le coscienze di tutti e di tutto ciò che lo circonda. Ed eccolo improvvisamente aprire la mente (“no non cambia il mondo, se non cambia il mio”) o rivolgesi ad oggetti, o a uomini-oggetto, come per avvertirli dell’ombra maligna che li segue e perseguita (“armi di tutto il mondo, fermatevi a pensare. Se la bellezza è un coltello scolpisce la violenza che hai in mano”). Sentire pezzi come Farfalla Pensante, ad alto volume, nella propria stanza è come intraprendere un viaggio nei pensieri di Parente. La sua musica dannatamente matura spazia da minimalismi essenziali a complesse orchestrazioni, da imperfezioni elettroniche a ipnotici tappeti di piano wurlitzer. La voce, a volte sospirata e a volte sostenuta e impostata, accompagna le liriche che infiocchettano ed avvolgono perfettamente le melodie. Ma Marco Parente è anche altro: è un progetto ambizioso e a mio parere ancora molto confuso. Quello delle “open songs”, cioè, come spiega nel suo sito:“Rendere libere le sorgenti di un brano, i tasselli presenti o non utilizzati nel missaggio finale di un pezzo. Liberi di essere manipolati e ricontestualizzati”. Davvero molto interessante, anche se tutto sembra ancora essere avvolto da una nebbia misteriosa che non aiuta di certo ad abbracciare appieno l’iniziativa.

In conclusione, ritornando a TrasParante, è consigliabile a chi ha voglia di scoprire qualcosa di realmente valido nel panorama italiano. Tutto il disco è avvolto da un fascino irresistibile, che dall’Inghilterra ci riporta dolcemente alla nostra terra. Un piccolo gioiello che un italiano dovrebbe tenere orgogliosamente nella sua collezione. Non è un sogno, è la Rivoluzione di Marco Parente: quella a colpi di grazie.

_________________
www.autistico.blogspot.com


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: dom lug 01, 2007 12:22 am 
Non connesso
Fondatore Associazione
Avatar utente

Iscritto il: dom set 19, 2004 10:27 pm
Messaggi: 1481
Località: Locri-Roma
buko scrivi scrivi.......
io faccio d+,ve lo faccio ascoltare:),cmq buko potresti essere anche così garbato da mettere il link agli spaces?thanks

http://www.myspace.com/jeffbuckley

_________________
SCUSA MARI, IO SCRIVERO’, VISTO CHE MI VUOI LASCIARE,
(GRAZIE A DIO, GRAZIE A TE!), PERCHE’ A KATMANDU ALLA FESTA DI MARIA
ERO NEL LETTO DI LUCIA CON AIDA, ROSITA E RARE TRACCE DI GIANNA


Top
 Profilo  
 
 Oggetto del messaggio:
MessaggioInviato: ven lug 06, 2007 10:01 pm 
Non connesso
Fondatore Associazione
Avatar utente

Iscritto il: dom set 19, 2004 10:27 pm
Messaggi: 1481
Località: Locri-Roma
agli amanti dei ritmi della taranta consiglio di acquistare TERRA dell'officina zoè

http://myspace.com/officinazoe

_________________
SCUSA MARI, IO SCRIVERO’, VISTO CHE MI VUOI LASCIARE,
(GRAZIE A DIO, GRAZIE A TE!), PERCHE’ A KATMANDU ALLA FESTA DI MARIA
ERO NEL LETTO DI LUCIA CON AIDA, ROSITA E RARE TRACCE DI GIANNA


Top
 Profilo  
 
Visualizza ultimi messaggi:  Ordina per  
Apri un nuovo argomento Rispondi all’argomento  [ 146 messaggi ]  Vai alla pagina Precedente  1 ... 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10  Prossimo

Tutti gli orari sono UTC +1 ora [ ora legale ]


Chi c’è in linea

Visitano il forum: Nessuno e 1 ospite


Non puoi aprire nuovi argomenti
Non puoi rispondere negli argomenti
Non puoi modificare i tuoi messaggi
Non puoi cancellare i tuoi messaggi
Non puoi inviare allegati

Cerca per:
Vai a:  
cron
Powered by phpBB © 2000, 2002, 2005, 2007 phpBB Group
Traduzione Italiana phpBB.it