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 Oggetto del messaggio: Guida Ragionevole Al Frastuono Più Atroce
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Cristianuni
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Costretti a Sanguinare.....Marco Philopat

Poco o per nulla compreso da chi non l'abbia vissuto in prima persona, vilipeso dai mass-media o trasformato in un icona della moda transitoria di un epoca ormai apparentemente lontana anni luce, il movimento punk italiano ritorna con forza in un testo tra i più interessanti prodotti dalla casa editrice underground Shake: Costretti a Sanguinare - Romanzo sul punk 1977-84. Esordio narrativo di Marco Philopat, uno dei protagonisti della scena underground italiana, Costretti a sanguinare si presenta come un oggetto strano, difficilmente collocabile in una categoria che non sia quella della contaminazione tra culture e stili di vita diversi. Sovrapposizione di piani di lettura diversi e complementari, questo romanzo/saggio permette di appuntare semplicemente lo sguardo sull'autobiografia ragionata dell'autore - capace di trasmettere vividamente emozioni attraverso una scrittura viscerale e violenta nel denudare sentimenti e emozioni -, o soffermarsi sul panorama più generale, ricco di notazioni storiche fino a oggi patrimonio di pochi e mai sistematizzate. Ne risulta il tratteggio accurato e coinvolgente della breve epoca in cui una parte della popolazione giovanile del nostro paese, soprattutto nelle città più popolate, operò una scelta culturalmente inedita, radicale ed estrema, come necessaria fuoriuscita da un panorama politico che andava rapidamente chiudendosi.
Una spina nel fianco.
Nel mezzo della crisi dei luoghi alternativi, durante le punte più alte del processo repressivo, tra i gruppi di giovani che vagano nelle periferie o sostano di fronte ai negozi di dischi sta la genesi del punk italiano, dove l'incazzatura, il male di vivere e fascinazioni d'oltremanica germineranno in rifiuto dell'esistente e delle convenzioni. Stigmatizzati da abiti laceri e sporchi (ma rispondenti a dettami precisi), dall'uso smodato di alcol e droghe, dal gusto per la provocazione e l'eccesso i punk verranno percepiti come un fenomeno pericoloso - corpo estraneo e scandalo - anche nella vasta area della sinistra. Pur figli dello stesso movimento che aveva cercato l'assalto al cielo con in parte le stesse letture e la stessa tensione antistituzionale e antifascista, per i più tradizionali militanti di base i punk diventeranno elementi ideologicamente ambigui, spine nel fianco da isolare. Scritto con ironia, ma con un retrogusto di rimpianto per le occasioni mancate, sono tra le pagine più divertenti del libro quelle in cui si descrivono i concerti mandati a monte da solerti servizi d'ordine di questo o di quel gruppo politico, imbufaliti da una spilletta sbagliata o da un generico sentito dire. Nelle pagine di Costretti a sanguinare ritroviamo al completo l'eterna questione delle "due anime" del movimento, la frattura, mai sanata, tra "politici" e "culturali", tra "ortodossi" e "fricchettoni", di cui risuonano gli echi ancora oggi. Eppure, le prime esperienze dei gruppi punk milanesi, nei quali l'autore si dimostra da subito una delle anime più vitali, sono soprattutto tentativi di comunicazione con il consenso sociale più ampio, di esperimenti di aggregazione che superino le barriere del già visto, ricerche di luoghi dove vivere, finalmente, al di fuori dell'abbraccio mortale della famiglia. della birreria, della fabbrica. Nel dipanarsi del racconto, troviamo alcune dello tappe fondamentali vissute dagli scampoli di movimento di quegli anni. La fondazione del centro sociale "Virus" di via Correggio, che diventerà il primo spazio dove convergeranno in massa gruppi punk da tutta Italia e dal resto d'Europa con effetti devastanti; sfondamenti ai concerti, la manifestazione pacifista contro i missili di Comiso, repressa con cariche selvagge da celere e carabinieri, l'occupazione del Teatro Miele per contestare uno stolido convegno di sociologi sulle "bande giovanili", il momento più alto del movimento punk milanese e, al contempo, uno dei primi appuntamenti dove i gruppi antagonisti milanesi, sopravvissuti o rifondatisi, ricominceranno a parlarsi. Nel mezzo i viaggi in Inghilterra, l'incontro con gruppi musicali come i Crass e i Black Flag, la nascita di etichette discografiche autoprodotte. E una storia d'amore delicata e struggente, tentativo impossibile di costruire un equilibrio all'interno di una relazione "aperta" e non convenzionale. È, tutto questo, una narrazione sul filo del ricordo, costruita come un monologo dell'autore, che sperimenta una scrittura forse' difficoltosa per chi non ha familiarità con la cultura underground. Steso senza segni di interpunzione, ma solo con trattini che delimitano il periodo come respiro all'interno della frase, richiama e cita lo stile allucinato di William Burroughs, i romanzi di Nanni Balestrini, le poesie di Ginsberg. Una scrittura efficace, soprattutto quando le percezioni dell'autore si mescolano con gli effetti delle droghe consumate in quantità industriali, e le parole si trasformano in archetipi fiammeggianti. Completano il volume una preziosa appendice fotografica, che segna i passaggi salienti del movimento punk, e un fumetto del Professor Bad Trip.

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Please Kill Me......Legs McNeil Gillian McCain

“I Ramones mettevano sempre qualche goccia di piscio in tutto ciò che offrivano agli ospiti, era un loro tipico scherzo.”

(Dee Dee Ramone)

One, two, three, four...Questa è roba maledettamente seria, pochi cazzi: il punk in presa diretta, microfono aperto, tutto live come in un bootleg smanioso e succulento, un vorticoso montaggio ricavato da centinaia di interviste ed estratti da altri libri, riviste, fanzines. L’America degli MC5, di Iggy & The Stooges, dei New York Dolls (recentemente tornati in pista con l’album One day it will please us to remember even this su Roadrunner), di Jim Carroll, Patti Smith, Dead Boys, Tom Verlaine e dei Ramones, del Max’s, del Mercer Arts Center, del CBGB’s e di tutta la gente che ci stava intorno, travestiti, spacciatori e groupies comprese (le gesta di Bebe Buell, ex coniglietta di Playboy sono storia). L’Inghilterra dei Clash e dei Sex Pistols (soprattutto quella di questi ultimi, catturati nel corso del loro devastante tour americano).

Titolo: impareggiabile, ricavato da una pericolosa T-shirt disegnata da Richard Hell.

In copertina: Iggy birra in pugno che si fa leccare compiaciuto un lembo di pelle da Debbie Harry. Livello di tossicità: alto. Volume: altissimo, spaccatimpani, rock’n’roll. Ci sono le voci dei protagonisti, solo quelle (a parte qualche notarella utile soprattutto ai lettori più giovani), divise in cinque parti più un prologo che esplora la stagione dei Velvet Underground e della Factory di Warhol ed un epilogo dedicato agli anni che vanno dal 1980 al 1992.

Gli aneddoti si sprecano: la drammatica dipartita di Billy Murcia - primo batterista dei New York Dolls – in terra inglese. Jim Carroll che si prostituisce lavorando di bocca per quaranta dollari. Dee Dee Ramone che spiega come la canzone 53rd & 3rd sia completamente autobiografica (lui batteva all’angolo tra la Cinquantatreesima e la Terza). Una giovane Patti Smith che passa da un letto all’altro e aspira a conoscere da vicino i suoi miti. Iggy che passeggia per Londra attirando uomini intenzionati a rimorchiarlo. Ray Manzarek che tira fuori di galera Iggy (in abiti femminili) dopo un arresto per ubriachezza molesta a Hollywood. L’incontro all’insegna dell’equivoco (colpa di un aspirapolvere) tra Sid Vicious e Philippe Marcade, musicista e amico di Nancy Spungen. Wayne Kramer incastrato dai Federali a Detroit. Stiv Bators che scolpisce una svastica nel pelo pubico della fotografa Eileen Polk. Ron Asheton alle prese con una potenziale suicida. Johnny e Dee Dee che sniffano colla e Carbona (uno smacchiatore simile alla nostra trielina) sui tetti di New York. E poi ci sono perle come questa: “Ho sempre pensato che un punk fosse uno che lo prendeva in culo.” (William Burroughs) Oppure: “Lo sanno tutti che le drag queen sono le lesbiche più cattive del mondo. Sono capaci di farti a pezzi. Per una drag queen, essere forte è una questione di sopravvivenza – se ti vesti in quel modo, devi essere dura e forte per reggere quello che ti aspetta.” (Terry Ork).

Lo scrittore Wu Ming 1 ha preso questo libro a modello per il suo romanzo New Thing. Il lavoro svolto dalla coppia McNeil/McCain è davvero notevole: con Please kill me il rischio di annoiarsi è nullo perché qui non ci sono teorie asettiche, non esiste un distacco dai fatti ma – caso più unico che raro – il lettore viene portato nel clima di quegli anni, all’interno delle situazioni narrate.

La bibbia del punk? Si.

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Post Punk(1978-1984).....Simon Reynolds

Più di settecento pagine, prezzo di copertina assolutamente proibitivo (per comprarmelo ho dovuto accendere un mutuo non agevolato fino al 2020), l’autore, nato a Londra nel 1963, già firma del Melody Maker, di Spin ed Artforum, indicato da più parti come “il più grande critico musicale vivente”. Ecco la traduzione italiana di Rip it up and start again, tomo salato e tuttavia fondamentale che colma una lacuna non trascurabile poiché, come annota lo stesso Reynolds nell’introduzione: “I testi sul punk e la scena del 1976-77 si contano a decine, ma su ciò che accadde dopo non esiste praticamente nulla.” Pure, l’influenza del post-punk, “periodo di sperimentazioni straordinarie nelle tecniche compositive e vocali”, si avverte tuttora in maniera oggettiva su alcune formazioni che negli ultimi anni sono riuscite a staccarsi dal mainstream musicale (tre nomi chiave: !!!, LCD Sounsystem e Liars). Non è una questione di semplice revival con tanto di mercato invaso da ristampe e antologie più o meno interessanti dedicate alla No Wave, al funk mutante o alla musica da ballo punk; il fatto è che gli anni che vanno dal 1978 al 1984, vale a dire il periodo analizzato in questo saggio, hanno visto in piena attività artisti seminali: John Lydon ed i suoi P.I.L., i Joy Division ed i New Order, i Killing Joke, i Throbbing Gristle, gli Scritti Politti, il Pop Group, il giro della Rough Trade e quello della Mute, fondata da Daniel Miller (l’uomo che offrì un’occasione ai Depeche Mode dimostrando un fiuto infallibile). L’elenco è vasto, sia che si parli di roba inglese, sia che l’attenzione si concentri sui fermenti americani (in particolare quelli rigurgitati dalla Grande Mela) ed è significativo notare quanto la spinta sperimentale del movimento sia stata in grado di mettere in luce e superare i limiti palesi della rivoluzione punk riportando in gioco la parola “contaminazione” e recuperando alcune cose del passato soprattutto sul piano estetico ma anche su quello formale (“I Cabaret Voltaire presero il loro nome dai dadaisti, i Pere Ubu da Alfred Jarry. I Talking Heads trasformarono una poesia sonora di Hugo Ball in un brano di dance tribale. I Gang of Four, ispirati da Brecht e dagli effetti alienanti di Godard, picchiavano duro, ma nel tentativo di decostruire il rock”).

Un’onda lunga, un periodo davvero fertile, un’esplorazione artistica che è anche geniale saccheggio di tutte le forme d’arte del Novecento: il Futurismo, Marcel Duchamp, la Nouvelle Vague francese, i paesaggi desolati di James G. Ballard, le satire spietate di William S. Burroughs, i Velvet Underground, il binomio Bowie/Eno (per inciso: il mai abbastanza compianto Stefano Tamburini è stato indubitabilmente e in tutte le sue incarnazioni terrene un artista post-punk).

Grande merito di Reynolds (precedentemente conosciuto in Italia per la pessima traduzione del suo Generation ecstasy: into the world of techno and rave culture) è quello di non ammorbare il lettore con troppe seghe mentali alla Paul Morley e, dettaglio non meno trascurabile, di evitare toni accademici e clamorose cadute di stile. Lettura piacevole e istruttiva, insomma, nata in parte da un lungo articolo sullo stesso argomento realizzato dall’autore per la rivista Uncut. Libro che si sofferma volentieri su meteore del calibro di Vic Godard, leader dei Subway Sect, una band che oltre a rifiutare categoricamente di presentarsi in pubblico con un look alla moda e ad ispirarsi a formazioni del passato come gli Who, non fece mai uscire un album nel corso della sua breve carriera.

Post-punk è da un lato un catalogo ragionato di sette anni irripetibili, dall’altro un lungo zibaldone di ricordi, storie, eventi che ha inizio con la scoperta dei Sex Pistols e dei Devo “(...) un amico molto più maturo di noi portò a casa Jocko Homo/Mongoloid, uno dei loro primi singoli pubblicati dalla Stiff. Era la cosa più raccapricciante e degradante che avessi mai ascoltato.”, poi con le tribolazioni di un Johnny Rotten che al capolinea dei Sex Pistols rivela al mondo di poter andare molto oltre la truffa del rock’n’roll mettendo insieme un progetto musicale dieci volte più interessante, legato alla sua profonda passione per tutta la musica e a quella sensibilità artistica offuscata da Malcolm McLaren per questioni di marketing (l’immagine del marcio, sporco, imbecille sovrapposta a quella del ragazzo proletario curioso del mondo e della cultura prodotta dall’uomo). 1978: il nome è Public Image Ltd. (mutuato dal titolo di un romanzo di Muriel Spark) e ci sono dentro il bassista John Wardle, meglio conosciuto come Jah Wobble ed il chitarrista Keith Levene. Il primo singolo, avvolto in una finta pagina di tabloid, esce nell’ottobre dello stesso anno e si chiama Public Image, poi è la volta dell’album First issue, con dentro Religion I & II, Annalisa, Fodderstompf. Appena undici mesi più tardi sarebbe uscito il glorioso Metal Box, opera cardine non solo per i P.I.L. ma per il post-punk tutto.

Riuscite a vedere qualcosa di altrettanto eccitante nel 2006?

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Oggi Ho Salvato Il Mondo. Canzoni di Protesta 1990-2005

Persino Giovanna Marini, che certo di "canzoni di protesta" se ne intende, confessa di non ascoltare mai le parole: "E' una cosa che mi accade sempre: le parole non le sento, dopo molto incomincio a ripensarle, e solo in quell'istante escono dalla loro dimensione sonora per acquisire finalmente un significato preciso e non esclusivamente fonetico."
Le migliori canzoni di protesta in ambito "rock" e "pop" (nelle accezioni più vaste possibili, campi semantici che nessuno è mai riuscito a delimitare) rimangono politiche anche prescindendo dal testo. Noi italiani lo capiamo benissimo coi testi in inglese: di solito, nemmeno chi capisce e parla quella lingua ex-germanica ascolta subito il testo. Arrivano prima l'armonia, la melodia, la timbrica, l'atmosfera del pezzo, la grana della voce, l'attitudine di chi suona, canta, si presenta sul palco o sullo schermo. Il testo è puro suono, di primo acchito: fa parte di un fumigante calderone da sabba. E questo capita anche coi testi in italiano. Non sapremmo spiegare come, ma spesso capiamo che un pezzo è "di protesta" ben prima di ascoltarne e capirne le parole. E' una questione del mezzo che è già il messaggio, e del contesto che è il vero testo.
Prendiamo l'hardcore punk, dagli anni Ottanta in avanti. Prendiamo soprattutto l'hardcore punk europeo, e in particolare quello italiano: testi vomitati sul microfono, incomprensibili se non li leggi, parole sommerse dal frastuono, la batteria che corre in 2/4 e sembra un frullatore con dentro una moneta, e il "cantante" più che altro rantola, geme, grugnisce. Cionondimeno, l'hardcore punk è considerato l'epitome della musica politica, legata all'anarchismo militante, ai movimenti animalisti e vegan, al mondo delle autoproduzioni etc.

Lo stesso discorso vale per il folk americano da Woody Guthrie allo Springsteen acustico, passando per Pete Seeger e il primo Dylan. Anche non ascoltando o non conoscendo i testi, noi sappiamo che quel timbro nasale, quei due accordi mezzi sgangherati, quell'atmosfera dolente, sono "protesta". E' una questione di orientamento culturale.
Esiste invece una canzone di protesta che, senza il testo, sarebbe una canzone come tutte le altre. Ecco, quella non è musica di protesta: è musica con un testo di protesta. C'è una bella differenza. Se il mezzo è il messaggio, e se il contesto è il vero testo, allora il testo non caratterizza proprio niente, se mezzo e contesto vanno da un'altra parte. Metti caso che Gigi D'Alessio fa un testo contro la guerra: non se ne accorge nessuno, perché quella non è musica di protesta. A meno che l'operazione non sia parodica: Frank Zappa e le Mothers of Invention riempivano gli album di canzoncine doo-woop tipo Platters, con testi come: "Qual è la parte più brutta del tuo corpo? / Alcuni dicono il naso / Altri le dita dei piedi / Ma io penso sia la tua mente". Oppure deve prodursi un corto circuito, un effetto straniante: Burt Bacharach che incide canzoni contro Bush, per esempio.
Tutto questo per anticipare che, fra le canzoni di protesta raccolte da Gianluca Testani e Carlo Bordone nel loro libro Oggi ho salvato il mondo. Canzoni di protesta 1990-2005 (Arcana Editrice), si passano in rassegna operazioni e progetti molto diversi tra loro: si va dall'approccio "totale" al binomio musica/politica (con artisti come Fugazi, International Noise Conspiracy, Michael Franti, System of a Down, che perseguono la sintesi coerente tra mezzo, messaggio e contesto) alle "furbate" vere e proprie, con artisti che, in via del tutto occasionale, hanno appiccicato un contenuto "sociale" a canzoncine pop altrimenti anomiche e anemiche.
In mezzo c'è un po' di tutto, comprese canzoni la cui presenza nel libro è, a tutta prima, sconcertante, perché nessuno le avrebbe mai dette "di protesta". E qui viene il bello: l'operazione di Bordone e Testani è tanto più interessante quanto più ambigua è la canzone esaminata. Gli autori ne forzano al massimo la possibile interpretazione politica, e così facendo producono dissonanze di senso, spiazzano il lettore, gli mettono imprecisati insetti nell'orecchio. Un caso su tutti: One degli U2 (stavo per scrivere "di Johnny Cash", tanto è toccante la cover dell'Uomo in nero). Tutti noi la credevamo una sconfortata lamentela sull'amore che finisce, spento dalla routine, e sulla necessità di tirare avanti con buona volontà etc. Puro Bono insomma. Anzi: buonismo. Secondo Bordone e Testani, invece, la canzone parla della riunificazione tedesca dopo il crollo del Muro.
La parte che più mi ha colpito, però, è quando i due autori infilano di soppiatto le "canzoni" di una band canadese che fa solo pezzi strumentali, i God Speed You! Black Emperor (c'è una querelle su dove vada messo il punto esclamativo). Ecco, qui si torna al discorso iniziale: i GSY!BE fanno musica politica perché noi la percepiamo come tale, affidandoci solo all'intuizione (sentiamo una musica tesa, cupa, conflittuale), al paratesto (i titoli dei brani e le scarne note di copertina) e al contesto (la band proviene dal giro delle case occupate di Montreal). Difatti, Bordone e Testani non riportano lyrics (come potrebbero?), ma si affidano a scampoli, indizi, come il fatto che "09-15-00" (titolo di un brano del gruppo) sia la data d'inizio della seconda Intifada.
In appendice, vengono prese in esame anche canzoni di artisti italiani, dai Subsonica a Frankie Hi Nrg, da Daniele Silvestri a Giorgio Gaber. Molto puntuale la critica all'operazione Il mio nome è mai più del trio Liga-Jova-Pelù, benché a mio avviso vi sia stato fin troppo accanimento contro il terzetto, allora e negli anni a seguire. Nel 1999 la protesta contro la guerra in Kosovo fu sporadica, indecisa e disorganizzata. Il fatto che ad appoggiare la guerra e co-gestirla da questa sponda dell'Adriatico fosse un governo di centrosinistra "ammortizzò" il dibattito e disinnescò preventivamente la possibilità di vere mobilitazioni trasversali e di massa. In quel contesto, fare un pezzo contro la guerra era più difficile che farla quattro anni dopo. Quel poco che ci fu era già qualcosa, e almeno andarono soldi a Emergency.
In definitiva, il libro merita, fa riflettere, a volte sorprende, e sempre intrattiene. Bordone e Testani hanno trovato una formula che, con gli adattamenti del caso, può consentire loro altre esplorazioni. Suggerisco, in tutta serietà: canzoni sull'identità nazionale italiana da Cutugno a oggi; canzoni sul rapporto America-Europa (ne esistono svariate, la prima che mi viene in mente è An Englishman in New York di Sting); canzoni che parlano solo di sé stesse (da Il nostro primo 45 giri dei Powerillusi a più o meno 3/4 del repertorio hip hop internazionale).

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Krautrocksampler......Julian Cope

Tra le cose che non mi perdonerò mai c'è la vendita della collezione di dischi tedeschi degli anni '70, puro, prezioso vinile, sacrificati sull'altare della mancanza cronica di denaro ma più ancora traditi per insulso, avvilente conformismo punkista. Dischi che contenevano musica taumaturgica, sciamanica, inaudita. Incredibili aaaahhhhhhhhhh e zzzzzzzzzzz dei sintetizzatori alla Klaus Schulze, l'ondeggiare metamorfico delle sequenze dei Tangerine Dream, i paesaggi assorti dei Popol Vuh, il delirio controllato e camp degli Amon Duul II, le melodie infantili dei Cluster… Roba che mi metteva in un branco a parte, piccolo gregge di teste sconvolte, numero assai ridotto di capi, conventicola di invasati con la testa piena di nebbia e gli occhi puntati in alto. Roba da un'era trascorsa.
Musica cosmica, ribattezzata ironicamente "krautrock" dagli inglesi, musica fatta con i sintetizzatori, ma non solo. Gli Ash Ra Tempel, ad esempio, aggiunsero nuovo significato all'idea di power trio, Basso (Hartmut Henke) Chitarra (Manuel Gottsching) Batteria (Klaus Schulze) utilizzati come un'arma sonica che si libra a migliaia di metri d'altezza, gigantesca V-2 freak a propulsione mantrica, razzo caricato a testate di pace selvaggia color arcobaleno, musica per nerds senza speranza, troppo sfigati per la disco e troppo snob per Deep Purple & Led Zeppelin, musica per gente come me che avrebbe visto un po' di luce solo dopo il primo acido. Musica davvero psichedelica, davvero senza compromessi, almeno fino alla svolta pre-New Age del '73: quello è l'anno in cui esce Phaedra dei Tangerine Dream, easy listening se confrontato ai capolavori degli anni precedenti, e la magia originaria svanisce.
Il libro di Julian Cope, apparso originariamente nel 1995, chiarisce alcuni punti fondamentali. Primo, la mia ansia di conformismo alternativo era davvero demente (fu, non mi ricordo chi, a consigliarmi di buttar via tutta quella mevda tedesca, e ascoltare i Crass – quando si dice i cattivi maestri!) , visto che in realtà buona parte della produzione tedesca di quegli anni ha debiti evidenti con i Velvet Underground, con Detroit addirittura, è proto o ur-punk nel senso più stretto del termine (roba come i LA Dusseldorf, ad esempio, i Neu! o gli stessi Can). Secondo, che musica davvero dirompente, in un certo senso definitiva fu possibile solo al di fuori del contesto culturale angloamericano, da parte di musicisti che avevano assimilato e rimasticato modelli angloamericani per anni e si erano rotti pesantemente il cavolo. Pensate a Edgar Froese, anima dei Tangerine Dream, che nel giro di pochi anni passa da suonare Midnight Hour tre volte a sera nel club di Johnny Halliday a Parigi al free rock più destrutturato e visionario, roba da far impallidire Zappa e gli Airplane e tutti gli altri, non parliamo di Pink Floyd e altra robaccia inglese: questa era gente che aveva preso sul serio A Saucerful of Secrets, più di chi l'aveva inciso, intendo, e aveva voglia di spostare lontano il confine, voglia di esplorazione, sonde lanciate oltre l'orbita del pianeta più esterno, segnali pulsanti, beep beep sintetico ben al fuori della trivialità rock'n'roll - poi Froese si procurerà i sintetizzatori e toccherà con i primi dischi elettronici (Alpha Centauri, del 1971, oppure Zeit, "Tempo", del 1972) vertici ineguagliati; oppure pensate a Klaus Schulze, uno dei batteristi più potenti e idiosincratici mai registrati, che compra il primo sintetizzatore da Florian Fricke dei Popol Vuh e produce un primo disco solista per Macchina Elettronica e Orchestra (Irrlicht, "Fuoco Fatuo", 1972) dove, semplicemente, l'idea di batteria è abolita; pensate a tutte queste cose, leggete il libro, ascoltate musica da un mondo trascorso e capite un'accezione importante della parola coraggio

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American Punk Hardcore.......Steve Blush

Con interviste, aneddoti e racconti riguardanti:
Black Flag, Minor Threat, Bad Brains, Bad Religion, Misfits, SS Decontrol, Adolescents, 7 seconds, Agnostic Front, Faith, Tsol, Youth Brigade, Void, Saccharine Trust, Scream, Negative Fx, Adolescents, Necros, MDC, D.O.A., Dead Kennedys, Dicks, Cro-Mags, Circle Jearks e centinaia di altri gruppi della scena hardcore americana

Stati Uniti, primissimi anni ’80. Esplode il fenomeno hard core punk: musica ad alto impatto emozionale, coscienza politica e l’attitudine a sfornare dischi autoprodotti, fanzine fatte in casa, idee e guai. Poco a che vedere insomma con il punk inglese di Sex Pistols e Clash, tanto amato, soprattutto negli anni successivi, da case discografiche, riviste di moda e sfigati di ogni sorta.
E non è un caso che se il punk rimaneva un fenomeno sostanzialmente britannico, e come tale esportato e imitato in tutto il mondo, l’hard core americano sapeva parlare un linguaggio autenticamente internazionale, capace di dialogare e accettare spunti e innovazioni anche dai Paesi europei. L’Italia, è bene ricordarlo, fu in prima linea nella scena hard core mondiale. Furono quindi molti i ragazzi italiani che vissero sulla propria pelle le emozioni di quella scena. Una realtà che Steven Blush ricostruisce in American Punk Hardcore. 450 pagine di interviste ai protagonisti dell’epoca, fotografie di concerti infuocati, e più di uno spunto di riflessione sulla società americana degli anni di Reagan e l’alienazione della gioventù bianca dei sobborghi residenziali.
Con uno stile ritmato e spigoloso, capace di restituire al lettore la presa diretta dell’epopea hard core, Blush racconta la storia della scena americana di cui egli stesso è stato protagonista come organizzatore di concerti e manager di band. Scorrono così tra le pagine di American Punk Hardcore le vicende dei Germs di Los Angeles: anello di congiunzione tra la generazione del punk e quella dell’hard core, autori del capolavoro discografico G.I. e tra i protagonisti del film-cult di Penelope Spheeris The decline of western civilization. La loro breve parabola termina tragicamente con la morte per overdose d’eroina del cantante Darby Crash. Molti anni più tardi il chitarrista Pat Smear tornerà in pista con le superstar Nirvana. Diversissima la storia dei Black Flag di Hermosa Beach, California, di cui Blush narra i primi concerti al fulmicotone, i numerosi cambi di formazione, i tour attraverso gli Stati Uniti che arrivano a contare 200 concerti l’anno, e infine lo scioglimento al termine di una controversa fase creativa. Ancora più singolare la vicenda dei Bad Brains: quattro rasta di colore, leggermente più vecchi degli adolescenti che mediamente suonavano hard core, che però, paradossalmente, diventano forse la più apprezzata band americana. Con ogni probabilità, i loro spettacoli dal vivo sono stati i migliori concerti «rock» della storia. Inedita anche l’avventura dei Minor Threat di Washington DC. Sfornano un paio di 45 giri leggendari, un album, suonano relativamente poco dal vivo eppure assurgono allo status di mito per centinaia di migliaia di kids in tutto il mondo. Per di più, inventano una filosofia anti-droghe destinata a una lunga e dibattuta fortuna, lo Straight Edge, e fondano la Dischord Records. Il suo modello di casa discografica totalmente indipendente avrebbe fatto scuola su entrambi i lati dell’Atlantico.
Oltre alle storie delle band, Blush getta uno sguardo profondo e mai compiaciuto sui vari fenomeni degenerativi del mondo hardcore: l’abuso di droghe, la violenza ai concerti, la nascita delle gang di strada, l’esasperazione dei comportamenti autodistruttivi. A fronte di queste ombre, Blush sottolinea come il movimento hard core aveva saputo buttare sul piatto un’ideologia autenticamente indipendente e la costruzione di un circuito alternativo basato non sul denaro, ma sulla consapevolezza e sulla solidarietà. Un’idea di affermazione del sé lontanissima dal successo del music business che, proprio grazie a questo atteggiamento, ha saputo rimanere intatta negli anni, costituendo una sorta di riserva di valore, un’etica capace di parlare anche ai ragazzi di oggi.
Un’altra annotazione interessante riguarda gli scontri continui, e in alcuni casi cruenti, a cui i membri del movimento hard core erano costantemente costretti da benpensanti, poliziotti e teppisti sobillati dai mass media più conservatori. Si trattava delle stesse forze che, in America come in ogni altra parte del mondo, tentavano di soffocare le poche realtà libere che si erano trovate a fronteggiare i difficili anni ’80. Grande affresco di un’avventura irripetibile, insomma, ecco qual è la sensazione finale che si ricava al termine delle fittissime pagine di American Punk Hardcore. Se siete cresciuti pensando che la libertà incarnata dall’hard core fosse la vostra personalissima bandiera, questo libro è semplicemente imperdibile. Se invece dell’hard core non sapete nulla, potete leggere il libro di Blush per scoprire cosa vi siete persi, anche in Italia.

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