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 Oggetto del messaggio: 25esemo Anniversario Touches & Go
MessaggioInviato: sab feb 17, 2007 1:27 pm 
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Cristianuni
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EXPLODED SOUND

Lo scorso settembre l'etichetta Touch & Go ha festeggiato il venticinquennale dalla nascita radunando gran parte delle stelle del catalogo. Partita come fanzine punk nel '79, nasce ufficialmente come etichetta due anni dopo, quando pubblica il primo 7" dei Necros di Corey Rusk, futuro proprietario della label di Chicago insieme alla moglie Lisa. Negli anni la Touch & Go ha puntato sulla varietà della proposta, caratteristica rara in molte etichette indipendenti che fanno dell'isomorfismo una ragione di vita. Nessuna scena cittadina, nessuna comunità chiusa, geograficamente si spazia in lungo e in largo per gli USA
e l'Europa (non solo anglosassone), una lungimiranza incredibile le permette di essere al posto giusto nel momento giusto, che si tratti degli eighties rumorosi dei Grandi Laghi, delle college radio di Chapel Hill o dell'alba del post rock a Louisville.

Sotto il tetto T&G trovano riparo i depravati texani Scratch Acid e i provos olandesi Ex, i gotici Virgin Prunes e i nerd Slint, gli album spoken word di Henry Rollins e le ristampe dei Chrome, la falce e martello dei Killdozer e il duce dei Big Black, la casa dei sogni delle Cocorosie e le invasioni aliene da B-movie dei Man Or Astroman? Un universo multiforme di musica non allineata, non classificabile ne ha fatto l'etichetta principe del panorama underground americano. Prima che l'anno scada abbiamo deciso di sezionarne il catalogo titolo per titolo e ne abbiamo ricavato una scaletta. Slint, Jesus Lizard, Polvo, Don Caballero, Dirty Three... Chi c'è sul podio?

CHICAGO TOUCHES & GOES: anni '80

Chicago. Un nome di città, anzi d'una tana per il suono che cullò, e poi devastò, gli anni 80 reaganiani e il loro sogno d'ottimismo plastificato. Una bomba atomica che esplose nel Midwest trascinando nella detonazione e nel fragore le rovine, ormai nient'altro che rovine, dell'hardcore americano tutto. Di prima quanto di seconda generazione. Chicago, la Windy City, conosciuta anche come Second City. La più grande città dell'Illinois, nonché la terza per popolazione di tutti gli Stati Uniti, dopo New York e Los Angeles, in realtà un vero covo di belve nutritesi di emozioni estreme e rigurgitanti suoni altrettanto “on the border”. Big Black, Naked Raygun, Effigies sono forse le tre più importanti icone post-hardcore sulle quali l'ecclesia dolorosissima e barbarica del suono selvaggio dell'epoca fondò il proprio incorruttibile credo in quella metropoli. Ma prima che chiesa fosse, e a giudicare dal seguito e dai risultati artistici raggiunti nel corso degli anni lo è stata, vi fu un sacerdote a propiziarne il rito. Il suo nome fu Corey Rusk. Primo suo strumento di tortura, ed efferata 'vergine di ferro' del nuovo brutale sound del Midwest, furono i suoi Necros.

Meatmen, Negative Approach, Fix già andavano di loro sfregiando il volto della scena espansasi, a macchia di leopardo sì seppure fittamente, nella zona dei cosiddetti Grandi Laghi. Ma era il Midwest tutto a bruciare d'ardore creativo in quei primi indimenticabili anni 80: i feroci Die Kreuzen in Wisconsin, gli emotivi Squirrel Bait, dipresso, in Kentucky, i raccapriccianti Scratch Acid dal Texas, i blueseggianti Laughing Hyenas dall'Ohio ed infine, tutt'altro che ininfluenti nel corso della breve epopea musicale di cui si vanno vergando le sorti, i già citati Necros dall'Indiana. Ecco: i Necros. Ufficialmente la Touch And Go, come punkzine, nasce nel 1979 rispecchiando la volontà di Tesco Vee dei Meatmen, ma è solamente due anni dopo, quando pubblica il primo 7" dei Necros di Corey Rusk che la Touch And Go, poi gestita negli anni dal buon Corey con la moglie Lisa, diverrà un vero e proprio “brand”, passando da foglio ciclostilato ad etichetta discografica indie vera e propria, per la gioia di tutte quelle belve (musicalmente parlando) che fecero di tale Chicago lontana una vera e propria polveriera rock atta ad esplodere e a seminare lo scompiglio nel mondo, oramai sempre più angusto e rumoroso, dell'(post)hardcore made in USA.

Il punk di Chicago, bene dirlo schiettamente, innova estremizzando un suono, o meglio l'idea del suono e dell'estetica thrash-punk stessa, in un'orgia reazionaria che, per vocazione all'estremo e al suo contrario, si capovolge in rivoluzione-innovazione adamantina, per classe perlomeno. Da quella scuola attinsero in parte e in qualche maniera anche nomi, diversissimi fra loro per attitudine e musiche, poi non legatisi a Corey e alla sua beneamata label, ma tutt'altro che secondari, se presi ad uno ad uno, nel comprendere lo scenario variegato dell'epoca in quella porzione di USA: dai Micronotz, provenienti dal Kansas, di Forty Fingers, 1986, albo in cui rileggendo il popular Scarborough Fair (già nota nelle celebri cover di Simon&Garfunkel nonché di Shirley Collins, cfr. False True Lovers, 33 giri del 1959) contribuiranno a fondare, tutt'altro che virtualmente, l'emo-core ai Breaking Circus di Steve Bjorklund, per sempre raffigurati come incrocio fra i Big Black di Steve Albini e gli altrettanto arrembanti Three Johnes, ed almeno citati vanno poi i For Against, sognanti quanto basta per imporsi come alternativa umile, nei mezzi se non negli intenti, allo shoegazing uk esploso quasi un lustro dopo l'esodio discografico dei nostri (del 1987 l'album 'lungo' Echelons).

Tutte esperienze 'tangenziali' alla Touch And Go queste, eppure in qualche modo foriere d'una saggezza in note che traghetterà Corey e la label, attraverso gli Anni 90, sempre più verso generi e modi di far musica oramai lontani dall'hardcore 'autoctono' e dalla sua furia primordiale. Un'occhiata a quei primi rudimenti di catalogo, esemplificherà più e meglio di mille parole spese qui invano. Vi si trovano alloggiati i primissimi Die Kreuzen, quelli dell'omonimo esordio (1984), caustici ed invettivi quanti mai altri allora, e poi entità alien(at)e come Psychic...Powerless...Another Mans Sac dei texani, lunatici, Butthole Surfers, vera e propria pietra miliare per certo modo di unire goliardismo feroce e dissacratorio, psichedelia rumoristica e (h)umor nero. Ma il primo significativo lustro di attività della label, 1983-1989, cela altri e non meno entusiasmanti gemme da riverire: gli Scratch Acid, col futuro David Yow a farsi gargarismi tossici dietro i microfoni, di Berseker, ep del 1987 che ne consacrerà l'importanza sotterranea a venire su tutto il noise rock dei ‘90s, o ancora gli straordinari Big Black, macchina squadrata di ritmiche ghignanti e turbolenze hard(core) incontenibili, sui quali il grande Steve Albini si fece la mano come musicista, prima di approdare ad una carriera in veste di produttore a dire poco stratosferica (Nirvana, Pixies, PJ Harvey etc etc). A illuminare quest'immagine maggiore ancora fulgente di primievo splendore, quei primordi di ciò che sappiamo essere oggi, con forse la sola SST a contenderne il ruolo, una delle più importanti realtà discografiche americane della decade dibattuta, ci sono poi tutta una serie di luminarie non proprio 'fioche'.

I Didjits (che riportarono l'hardcore, oramai in asfissia, del 1986 al rock'n'roll delle origini), i Laughing Hyenas di John Brannon e Larissa Strickland (R.I.P., una delle prime punk, che ancora lei adolescente, Corey incontrò a Chicago e con cui strinse un rapporto d'amicizia, grossomodo poco prima dell'epoca in cui la nostra “troubled girl” pubblicò l'unico 7” delle sue L-Seven) portatori sani di un blues malato, ma quanto mai benefico alle nostre orecchie, memore di Captain Beefheart, Stooges, Nick Cave, MC5, e ancora i grandi e dimenticati No Trend, capaci di unire hardcore allo stato brado ed istanze no wave (addirittura!) e poi, a ruota, Flour, Peter Conway dei fu Breaking Circus, dedito ad un dark punk ossessivo-paranoico di prima grandezza o anche, sul finire degli 80s, i Rapeman dello stesso Albini, raffinata formula di violenza concettuale ancor prima che sonica aggressione noisy, e i grandissimi Killdozer di Snakeboy o Burl, viziati più che viziosi redneck dediti ad una forma sberciata di blues-grunge ante litteram, tutte perle, quelle infilate in questo rosario di nomi, che hanno portato l'etichetta dibattuta, con esiti artistici peraltro davvero ineccepibili, all'anno 1990. Anno di svolta quello per Corey e la TNG, che la vedrà divenire vera e propria catena distributiva nel circolo, ristretto, degli indipendenti, grazie anche alla fondazione d'una label sussidiaria d'eccezione, la Quarterstick. Ma procediamo passo passo, quatti quatti verso i vicini, ormai non più tanto, Nineties, ossia...
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CHICAGO GOLDEN YEARS: anni '90 e oltre...

1991. La bolgia dei nuovi leoni noise rock esplode in tutta la sua accecante furia. Di nuovo Chicago “in medias res”. Amphetamine Reptile e Touch And Go a tenere salde le redini di un suono che rileggeva il rock'n'roll alla luce di quanto i Chrome dissero. Non a caso, proprio nell'anno spartiacque fra decenni, il 1990, la TNG ripubblicherà, uniti in un solo destino ancora prima che in un'unica edizione, due dei maggiormente fondamentali album della band capitanata da Helios Creed e Damon Edge, ossia Alien Soundtracks e Half Machine Lip Moves (rispettivamente 1977 e 1979). Insieme alla raccolta God's Favourite Dog (1985) - con dentro pezzi inediti di Butthole Surfers, Scratch Acid e compagnia dissonante e rumorosa – il contributo più fondamentale (l'albo è una sorta di No New York per la giovane generazione d'arrembanti noisters americani) al diffondersi d'una moda che ormai è, ahimé, acqua passata (che macina ancora, però!). Ma non di sola Chicago, ovvero di Touch And Go e Amphetamine Reptile, si nutre il verbo di quel rumorismo.

Old Skull, Poopshovel, God Bullies, Mule, Warrior Soul e chi più ne ha ne metta, fan dire di sé non solo in quella parte di States, coi loro dischi e con live acts al fulmicotone. La Touch And Go, di certo, non sta a guardare. Sono gli anni di Nevermind e di Chapel Hill, dei Nirvana che devastano la filosofia del “3 chord wonders” punk attraverso dosi massicce di paranoia, emotività deflagrata ed incontrollabile e pura melodia pop-punk. Sono anche gli anni dei Fugazi e degli Slint. E soprattutto, in casa Touch And Go, saranno gli anni della Quarterstick, piccola ma attiva sussidiaria che Corey Rusk farà risplendere nel firmamento delle indie d'allora. Mule, Peg Boys, e poi nel corso del decennio, con il decantarsi delle armonie più aspre nel mare placido e sperimentale del post rock (leggesi, soprattutto, Louisville), anche Shannon Wright, Tara Jane O'Neil e molti altri ancora. I nomi da tenere sottocchio, comunque, in quei primi Anni 90 fausti e fruttuosi marchiati TNG sono, a voler rimanere un po' di manica tirata, tre: i Jesus Lizard di David Yow e Duane Denison (già chitarra dei Cargo Cult, mitizzata band di metà ‘80 sempre sul catalogo dibattuto), gli Slint e i Polvo. Dei Lizard si può ben dire che rappresentarono lo stato dell'arte del suono noise tutto nel Midwest. Album come Goat o Liar, editi fra il 1991 e il 1994, consegnano agli annali della storia del rock, nonché a quelli della personale etichetta del buon Corey, due delle gemme più ruvide, e contemporaneamente sofisticate di sempre.

Le altre due gambe, non meno salde, di questo tripode delle meraviglie han nome Polvo e Slint. Laddove i secondi, il mitico Spiderland, con foto di copertina scattata nientemeno che dall'ancora sconosciuto “giovane-vecchio” Will Oldham, riuscivano a concentrare l'estasi strumentale del post hardcore progressivo anni 80 con una classicità piana sì ma anche molto sperimentale, i secondi invece compivano il miracolo di ibridare alcuni dei più bei puledri di razza del rock creativo di sempre – ossia Television, Sonic Youth e persino Pink Floyd con Residents – in concentrati di canzone miracolosamente rivelatori. Il 33 giri doppio Exploded Drawing ne fa fede. E poi le messi raccolte nell'ultimo quindicennio non si limitano certo solo a questa manciata di nomi. I supersexy Girls Against Boys, i glaciali Seam, i Rodan di Rusty, gli eterei strumentali dei Red Stars Theory, la perfezione cantautoriale della Wright e della O'Neil, le mattane astrosurf dei Man Or Atsro-Man?, i provos olandesi Ex forti d'una vena creativa masi sopitasi per 20 e più anni, gli ex Blatant Dissent riunitisi come Tar e fautori di un grunge metallico e compattissimo, il trio nippo-italico dei Blonde Redhead, gli sfortunati, in termini umani e di carriera, Brainiac, i Calexico di The Black Light con le sue girandole chicano-balcaniche. Insomma fra Touch And Go e Quarterstick, gli album che idealmente potrebbero figurare in una playlist dell'ultimo decennio sono molti, anzi moltissimi. Primi fra tutti, con diritto di prelazione inalienabile, Don Caballero, Storm And Stress e Shellac.

Uno dei tridenti classici, come ben avrete notato, del postrock made in Chicago. In un ideale tiro alla fune che contrapponesse l'allora novello postrock contro non si sa bene quale immaginario avversario in note, potremmo ben dire che fra i pesi massimi a tendere quella fune vi furono i nostri tre summenzionati fuoriclasse. I Don Caballero di Damon “Che” Fitzgerald (gli album For Respect, 1993, e Don Caballero II, 1995, soprattutto) rattenevano la furia, e con un micidiale fuoco d'avvicinamento chitarra-basso-batteria, centravano con maestria e rigore geometrico assoluto bersagli prog da decenni oramai tabù (nel mondo del rock tutto: ascoltatori e musicisti), laddove invece gli Shellac di Albini e gli Storm And Stress di Ian Williams, l'altro mastermind nei Caballero, congiungevano piuttosto due immaginari punti di una altrettanto invisibile retta che dall'esperienza-lascito dei precedenti ensemble di Steve portava ad un suono sgrammaticato e free nel segno dell'austerità strumentale ascetica che nel rock aveva introdotto, quasi 25 anni prima, l'album Red dei secondi straordinari King Crimson. Sopravvissuta ad un quarto di secolo di burrasche giudiziarie, alla separazione di Corey e Lisa, alla nascita della sussidiaria Quarterstick, ai clamorosi voltafaccia e abbandono delle band principali, la Touch And Go sembra essere, qui ed ora, nel momento in cui si scrive, etichetta discografica (in un mondo, quello discografico appunto, dove le etichette sono sempre meno determinanti di per sé) destinata a rimanere. Ultime fiammate di creatività dimostrata, negli anni scorsi, le varie Nina Nastasia, Cocorosie, Tv On The Radio e Pinback.

A settembre scorso a Chicago si è tenuta, da segnalare, una tre giorni per festeggiare il 25° anniversario della fondazione, occasione unica per rivedere sul palco, anche solo per un paio di brani, formazioni come Scratch Acid, Big Black e Girls Against Boys. Touch And Go is here to stay...Stay tuned!...e buon ascolto.

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Cristianuni
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25 Touch & Go Greats........ (25-15)

25. TV On The Radio - Desperate Youth, Blood Thirsty Babes

L'ep d'esordio Young Liars infiammò un ragguardevole hype con quella cifra sonora schizoide eppure coesa, ologramma a manovella che rifletteva tribalismi sintetici, bavosi assalti di chitarra, apparizioni orchestrali e abbacinanti svolazzi gospel. A tale sconvolgente biglietto da visita rispose questo primo full-lenght che si guardava bene dallo sparare cartucce all’impazzata. Saggiamente i due (il polistrumentista David Andrew Sitek ed il vocalist Tunde Adebimpe) scelsero la strada della fusione controllata: lo sguardo lucidamente wave su scenari funk-psych, la febbrile allure black ad innescare teatrini prog, la voce calda e guizzante spesso raddoppiata da un falsetto strinato, le tastiere in cupa escursione spaziale, ritmiche cibernetiche e ottoni da club fumoso, il baricentro tenuto sempre in bilico tra pulsioni vintage e propensione avant. Il Peter Gabriel solista ed il Bowie electro-soul, i Joy Division e i Morphine, la Beta Band e i Funkadelic. E' questa - se vi pare - la scia sonora di una band mutante, immersa in un presente frenetico ma non per questo privo di passato e quindi di (speranza nel) futuro. Col lavoro successivo si dimostreranno cresciuti anche in fase di scrittura. Ma altra etichetta, altra storia.

24. Shannon Wright – Flightsafety

Non proprio una novellina Shannon, quando a fine millennio si affaccia sul panorama cantautorale d’oltreoceano. Proveniente dal discreto indie trio Crowsdell, grazie all’esperienza colà maturata riesce a diversificarsi immediatamente dalle tante “ragazze con la chitarra”. In Flightsafety non troverete difatti del semplice folk rockizzato, né country prefissato da “alt”, piuttosto una summa ulteriormente arricchita di sottili suggestioni post, leggibili tra le righe di batterie mixate allo stesso livello della voce e sei corde serpentine, testi intimi ma criptici e oblique, irrequiete acusticherie. Concepito in quasi totale solitudine nella rurale North Carolina, dopo un lungo domicilio a New York che si riconosce forte e chiaro, l’esordio della dolce – parsimoniosa, anche: da allora pressappoco un ottimo album ogni due anni – Wright ossequia la tradizione nel miglior modo attualmente possibile. Distaccandosi dalla forma, cioè, mentre ne tiene ben presenti sia lo spirito che il messaggio.

23. Seam – Are You Driving Me Crazy?

Questo lp della formazione di Chapel Hill, in seguito spostatasi nella “città ventosa” per ovvi motivi, segna l’assurgere definitivo del chitarrista e cantante Sooyung Park a suo lider maximo. Riformato su nuove basi un quartetto che in principio era un trio (Mac McCaughan abbandonò presto per dedicarsi a tempo pieno ai Superchunk) il mite Park serra le fila, e sale un altro gradino della scalinata che lo ha consegnato a un fedele culto, fatta di accorate melodie e dialogare arpeggiato di chitarre, spazioso anche quando teso e pronto allo scatto come nello struggersi di Port Of Charleston o nella cartolina sottovoce Rainy Season. Prodotta dall’abile Brad Wood agli Idful Studios, la decina di canzoni qui contenuta è accorata e confidenziale anche quando affretta un po’ il passo, conservando un’intimità discorsiva poi influente sulla generazione “emo”. E’ esattamente qui che quel passo glaciale suggerito dal disco successivo, struggente addio di pari valore, si cristallizza a futura memoria.

22. Blonde Redhead – Fake Can Be Just As Good (Touch & Go, 1997)

Per passare da giudiziosi - e talentuosi – allievi dei Sonic Youth a personalissimi alfieri del noise rock di metà ’90, ai Blonde Redhead è appena servito fare un salto da New York a Chicago, dalla Smells Like Records alla Touch & Go, da Steve Shelley a Guy Picciotto. Schema fin troppo facile a pensarci, ma è proprio da Fake Can Be Just As Good che Kazu Makino e i fratelli Pace spiccano effettivamente il volo verso una carriera che si rivelerà ricca di sorprese e soddisfazioni, che li porterà dalle originali riletture no-wave di questo disco, attraverso inusitate svolte sperimentali e pop, fino ai lidi oscuri e tormentati della 4ad, dove tuttora si sono assestati. Gli otto episodi di questo album sono soltanto il punto di partenza del viaggio, eppure è difficile trovare altrove qualcosa di più rappresentativo del più classico stile del trio: Bipolar, Kazuality, Egomaniac Kid, Pierpaolo sono senza dubbio pietre angolari dell’intera parabola Blonde Redhead, nel più sano e genuino spirito noise-rock dell’etichetta che le ospita.


21. Man Or Astro-Man? – Experiment Zero

Are we Men or Astromen? I Devo dello spazio interstellare fanno surf, arrivano da Alabama e si chiamano Starcrunch (chitarra), Birdstuff (batteria) e Coco The Electronic Monkey Wizard (basso). Tra i primi eroi di tutto un sotterraneo revival che culminerà con Pulp Fiction e la ripresa della surf music dei vari Dick Dale, Ventures, Duane Eddy e di trilioni di altri giovani votati ad un mercoledì da leoni, i Man Or Astro-Man? hanno dalla loro un gusto ultrakitch per la sci-fi anni ’50: trekkies, radiazioni bx-distruzione terra, cose dagli altri mondi e Robbie il robot di Pianeta proibito che salutava gli astanti dalla copertina del loro primo disco: Destroy All Astromen. Per questo Esperimento Zero, che è largamente uno dei loro migliori lavori di sempre, i tre balordi, supportati dall’alieno albino Steve, si dedicano anima e corpo ad un nuovo viaggio interstellare dove la chitarra del folle Starcrunch si lancia in partiture oltre l’ignoto, lì dove l’uomo non si è mai spinto, battagliando con cyborg, mostri e i malefici piani del pianeta Spectra.

20. Tara Jane O'Neil – Peregrine (Quarterstick, 2001)

Forse era lei la cantante alla quale gli Slint si riferivano nelle note del loro capolavoro, forse no. Rimarrà un mistero. Eppure se c’è un angelo che ha saputo interpretare l’umore più profondo dell’intero movimento post quella è sicuramente Tara Jane O’Neil. Nel suo capolavoro In Peregrine, la troviamo alle prese un folk interiore, un flusso di coscienza fatto di arrangiamenti scarni, metronomici, alieni, quasi come se fossero appendici dei sussulti dell’animo. La voce ne è una conseguenza: strumento tra gli strumenti, smalto nelle gettate libere dei (pochi) colori. Quest’assenza di gerarchia, di canzoni, di intimismo condivisibile, è il background per una terra desolata che confina con mondi diversissimi e inaspettati: Diane Darby e Roy Montgomery, il Van Morrison di Astral Weeks e i Volebeats. Sotto l’ombra di John Fahey rievocato in This Morning e A Noise In The Head, siamo lontani dal rock e delle grandi praterie. Né sopra né sotto. È il limbo di Tara. Mai così vertiginoso.

19. Rapeman - Two Nuns And A Pack Mule (1988)

Sciolti i Big Black, assoldati Rey Washam e David Sims degli Scratch Acid, Steve Albini dà vita al nuovo progetto dal nome quanto mai programmatico: lo Stupratore.
L'abbandono della drum machine rende il suono è più articolato, meno industriale, ma altrettanto violento, al pari delle liriche del Pessimo Communicatore, al solito provocatorie e volgari. La chitarra di Albini è lacerante, si conficca nellla sezione ritmica come il coltello di un serial killer e infierisce senza pietà. Accenni di rock tradizionale vengono sopraffatti e dilaniati, in alcuni brani la furia cieca sembra prendere il sopravvento, in altri il rumore amorfo viene plasmato in lucide strutture metalliche.
L'avventura termina subito dopo lasciando in eredità un album disperato e angosciante.I Rapeman non sono un gruppo di transizione della saga albiniana, sono uno dei più grandi power-trio della storia del rock, una supernova esplosa nell'universo dell'alternative rock americano, dai cui detriti prenderanno forma le acrobazie sonore dei Jesus Lizard e le destrutturazioni future a firma Shellac.

18. New Wet Kojak - New Wet Kojak

I New Wet Kojak sono lo sguardo calato di soppiatto sullo spacco di gonna, una mano veloce sulle calze a rete, mentre si sorseggia Martini in un night club ai confini della metropoli crudele. Il progetto sexy noir di Scott McCloud e Johnny Temple in libera uscita dai Girls Against Boys, vedrà altri parti, come il notevole Nasty International, ma la migliore release di questa inquietudine chic resta ancora il debutto. E’ come assistere ad una versione marcita e dub dei Morphine, con la fissa per le atmosfere fumose e incupite, i bassi crudi e le voci cavernose che declamano parole ammalianti dal fondo della sala. Tutta una questione d’atmosfera a ben pensarci. Scott McCloud recita la parte del Bogart in doppio petto che chiama a sé la dark lady d’occasione o si concede il lusso di una scappatella esotica, mostrando al momento giusto la scritta cool tatuata a lettere cubitali sul basso ventre. So… stick out your tongue.

17. Uzeda – Different Section Wires (1998)

Italia. Pizza, spaghetti, mandolino. Provincia provinciale di un impero globale. Terra di conquista. Importazione di miti, suoni, tendenze. E poi arrivano loro. Catania. Uzeda. La via italiana al noise rock. Che parte dal Belpaese e approda negli Stati Uniti. Steve Albini a fare da cicerone e una potenza di fuoco sonico impressionante a spianare la strada. Different Section Wires sancì nel lontano 1998 il definitivo ingresso degli Uzeda nel novero delle band che contano. Batterie secche e brutali, bassi pulsanti che mettono a dura prova i subwoofer degli stereo, chitarre acrobatiche che reinventano la concezione stessa di dissonanza. E una voce che prima ti culla e poi ti sventra, vomitando parole come proiettili.
Il gruppo siciliano è riuscito a demolire il senso d’inferiorità che da sempre accompagna la musica – e non solo, per la verità – italiana. E con Different Section Wires l’indie rock nostrano diventa pietra angolare e termine di paragone per la scena internazionale, sfidando gli americani nel loro terreno.

16. Girls Vs. Boys – Venus Luxure No. 1 Baby

Suonano più attuali che mai, i Girls Vs. Boys. L’insolita line up con due bassi e il canto così da “nuova onda” di Scott McCloud, il calibrato impatto e il gusto per la melodia insinuante potrebbero esser stati concepiti vent’anni fa oppure ieri. Tutta lì la magia atemporale e classica del quartetto – e in ombre jazzate o moderatamente industriali – approdato su Touch & Go dopo l’esordio Tropic Of Scorpio. Nel disco prescelto, la miscela di cui sopra ha modo di emergere con maturità costante, doppiata nel 1995 dall’altrettanto riuscito Cruise Yourself. Nel giro di un anno, House of GVSB palesava qualche lieve flessione, che agevolò la band nel salto (seguito da un fragoroso schianto al suolo) su Geffen con deprecabile Freak*On*Ica. Preferiamo ricordarli così, come si conviene a tutti i grandi, all’apice della loro arte: ruvida, plumbea e muscolare interpretazione degli Ottanta britannici, operata da ragazzi del Maryland cresciuti con una meravigliosa idea di hard core evoluto in testa.

15. Don Caballero – 2 (1995)

2 arriva a metà decennio e lo spacca in due; o forse contribuisce ad avviarne le prospettive, sornione. Al di là della violenza dei primi singoli, e dopo For Respect, questa è un’ora di scorpacciata intellettuale, una prova qualificante di ascolto. Al di fuori ma dal di dentro dell’hard-core, 2 è uno dei massimi contributi alla sua piena maturazione. Bontà sua, il cuore della dissertazione dei Don Caballero sta proprio nell’aver dimostrato che l’hard-core, pur essendo maturato al punto da risultare snaturato, non può mai dirsi compiuto, ma continuamente deve trasmutare, come 2 fa rispetto ai predecessori e come il proseguimento caballeriano fa di 2. Quale spartiacque, il secondo album dei DC è una saetta sfuggente, pur pesante nella quantità industriale di intelligenza compositiva spesa. È un attimo da non cercare più di recuperare. Se questa è matematica, ingravida anche le menti meno disposte a far di calcolo. Risolve equazioni sporchissime con agilità, dà prova di avanguardia. Cambia l’ascoltatore, gli intima di diventare scienziato. E tutto avviene all’interno del rock.

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25 Touch & Go Greats........(14-6)


14. Laughing Hyenas - You Can't Pray A Lie (1989)

I sottovalutati Laughing Hyenas sono un’istituzione dell’underground al pari dei Pussy Galore. Come Spencer e soci partono dalle musiche della tradizione USA per ibridarle con i suoni più estremi e alieni del momento. Ma se i primi prediligono situazioni irriverenti e surreali, le iene del Michigan rimangono ben ancorati all'iperrealismo dell'hardcore, lo rallentano e lo immergono in atmosfere catastrofiche da Delta del dopo-bomba. You Can't Pray A Lie è il primo passo in questa direzione, un disco di una potenza spaventosa, psicotico e nichilista, figlio dei Pere Ubu e degli Stooges, dei Germs e di Captain Beefheart, del reaganismo e dell’eroina. John Brannon, figlio di un predicatore, si rivolge ai suoi discepoli ringhiando e ansimando, la chitarra della minuta Larissa ora lo accompagna con gemiti di blues licantropo, ora inalza bastioni invalicabili. James Kimball e Kevin Strickland iniettano sincopi e aritmie nel tessuto sonoro. Dopo l'album la band si sfalda. Brannon continuerà la discesa agli inferi reclutando nuovi compagni, Kimball lo imiterà formando con Kevin gli heavy-bluesmen Mule, per poi unirsi a Duane Denison nei DK3, Jesus Lizard e Firewater, Larissa finirà vittima di un'overdose nell'autunno del 2006.


13. Calexico – The Black Light (Quarterstick, 1998)

Due fidi scudieri alla corte di sua eminenza desert rock Howe Gelb portano a compimento una variante di genere attraverso la collaborazione con i Friends Of Dean Martinez datata 1995. Grazie all’astro Morricone e una scrittura più ordinata avranno più successo di quanto il lungagnone ne aveva racimolato fino ad allora. Scacco matto in due mosse, anzi una. Una parentesi sketch fatta di lo-fi à la Barlow - ma in salsa alt country - per scaldare il motore, poi cavallo su regina. Il timer s’azzera. Spaghetti west morriconiani sotto colpi del twang, paesaggi alla Van Gogh e speroni sulla staccionata, la frontiera, il Messico, quell’inconfondibile tocco secco alla batteria, splendide ballate e soprattutto una manciata di strumentali dove il cielo dell’Arizona pare sopra le nostre teste. Per tutti questi motivi The Black Light, esordio dei Calexico su Quarterstick, è uno degli album chiave dei Novanta assieme a Ocean Songs dei Dirty Three.


12. The Black Heart Procession – 2

Mestamente e con passo claudicante il cuore nero della californiana San Diego si fa largo negli interstizi del 1999 con 2. Gli ex Three Mile Pilot Pall Jenkins e Tobias Nathaniel insieme al batterista Mario Rubalcaba rispondono all’ecatombe post-grunge nel modo a loro più congeniale: strascichi country che girovagano in desolate sterpaie blues, tra sinistri ronzii elettronici e litanie ispirate dal senso di perdita, dal dolore, per raggiungere un livello più alto di comprensione, per evolversi e continuare a sperare. Incantevolmente oscuri, i Black Heart Procession scendono con drammatica sensibilità nelle proprie tenebre, toccando corde già intrecciate dallo slow core, attraverso ballate strazianti tra Cave e i Calexico più rarefatti (Outside The Glass), con organetti da circo degli orrori (Blue Tears), walzer misteriosi (The Waiter No. 2), energiche sterzate ritmiche (It’s A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes) e una voce inconfondibilmente ubriaca di vita. Il meglio che la notte possa portare.


11. Shellac – At Action Park (1994)

Dopo il ritiro dalle scene nell'89 e quattro anni dedicati all'attività di produttore, Steve Albini torna in campo con gli Shellac e traccia una nuova via al rumorismo rock.
Siamo nel dopo-Nevermind e anche gruppi ostici come Helmet e Cop Shoot Cop stanno per essere fagocitati e normalizzati da major e MTV, ovunque nascono noise band prive di ispirazione, il rumore è ormai maniera. Albini inverte la rotta. Il suono che scaturisce dai 180g di vinile (il CD uscirà solo in seguito) è scarno, elementare, con i tre strumenti ben distinti, l'opposto del magma indecifrabile utilizzato da altre band per sommergere l'ascoltatore. La direzione presa è quella di sfrondare il rock, di semplificarne la trama senza perdere efficacia. Steve dichiara di aspirare a una musica rock da un accordo solo.
Gli strumenti ora si rincorrono, ora si incalzano a vicenda anticipando certe geometrie tipiche del math rock, ricche di scarti e inserti improvvisi. Echi nipponici e cartilagini funk contribuiscono ad espandere lo spettro d'azione del trio, senza aumentare di un grado la temperatura glaciale. Un album sconvolgente, vera epitome del rock rumoroso degli anni '90.

10. Jesus Lizard – Liar (1992)

Rispetto al precedente Goat, per molti l’apice della band, Liar si avvale di una produzione più accurata da parte del chirurgo Albini e una maggiore versatilità della band. Il disco esplode in mano all'ascoltatore, il basso di David Sims stantuffa implacabile, il drumming si fa ora meccanico ora frantumato, mentre Duane Denison innesca riff ellittici per poi squarciare con rasoiate nette il sipario dal quale Yow si catapulta in scena sbraitando e vomitando stupefatto. Altrove si rintana a mugulare mentre i compagni architettano crescendo strumentali da brivido.
L'alchimia irripetibile si fonda sul genio chitarristico di Denison e sulla perfezione jazzistica della sezione ritmica contrapposte ai vocalizzi sguaiati e aleatori del cantante. Dal vivo il contrasto si accentua con Yow che si tuffa dal palco, schianta al suolo, si abbandona a gesti lascivi, mentre il resto del gruppo innalza un wall of sound impressionante restando impassibile. Da qui inizia la lenta decadenza del gruppo, ma fino allo scioglimento rimane una delle più incredibili live-band del globo.


9. Rodan – Rusty

Non di solo Slint vive la gloria di Louisville. L’albero genealogico del post rock anni ’90 ha una seconda radice forte nei Rodan di Jason Noble, Jeff Muller, Tara Jane O'Neil e Kevin Koultas. Un solo grande album per consegnarsi alla storia, divorati quasi dalla rapidità degli accadimenti. Rusty registrato in appena tre giorni dal futuro Shellac, Bob Weston, è un simulacro per quegli anni svelti del panorama indie rock. Se gli Slint sono la nevrosi sempre sul punto di esplodere, i Rodan sono già oltre l’esplosione. Un brano d’apertura che si muove come un elefante tra cristallerie acustiche aprendo un filone verso gente come Rex e Spain; un secondo che viene aggredito dall’assalto hardcore, come una versione cruda dei Bastro. Il resto è un rollercoaster mozzafiato tra questi estremi. Se il solo grande merito dei Rodan fosse stato quello di aver generato vertici come June of ’44, Rachel’s e Sonora Pine avremmo gradito e storicizzato di conseguenza, ma qui la musica vive una sua vicenda personale, che rende questo disco etichettabile con una sola parola: fondamentale.

8. Big Black – Songs About Fucking (1987)

Non si capisce come faccia la misantropia ad essere così trascinatrice; ma forse è un’altra declinazione del principio secondo cui il rumore più fastidioso affascina il nostro orecchio e lo approssima alla strada della sordità, godendone. La T&G soffiò il tuttofare Steve Albini e i suoi Big Black alla Homestead, un anno dopo la detonazione di Atomizer. Sua Cattiveria presentò alle stampe un nuovo trattato di piromania e funk dell’orrore, più quadrato e meno suscettibile agli squisiti mali estremi e alle estreme leccornie del precedente. Secondo la legge della tensione, Songs About Fucking espresse per l’ultima volta a tutti come si può fare hardcore con drum machine e criminalità elettronica, sbraiti e clangori del basso (suonato da Dave Riley), l’asprezza proverbiale della chitarra albiniana - intollerabile eppure ricca e precisa, attraente. Felice prima donna dei successivi Rapemen e Shellac, quando poi Santiago Durango, altra chitarra dei Big Black, sarà tra i pezzi grossi di Touch & Go.


7. Brainiac – Hissing Prigs In Static Couture

Ovunque sia ora Tim Taylor, se la starà sicuramente ridendo per tutto il plebiscito post mortem tributato ai suoi Brainiac. Esempio perfetto, mai più ripetuto e probabilmente irripetibile di muscolare deriva new wave con il sorriso isterico in bocca, Hissing Prigs In Static Couture piega formalismi e regole di bon ton musicale in un orgiastico animal house senza precedenti, che prende tanto dai Pere Ubu, quanto dai Devo, quanto da decine di oscuri gruppacci britannici. E’ nel delirio di falsetti, marcette, ritmi irregolari, jazzismi istupiditi, bordate funk, vocine muppet style che si consuma il rituale dei quattro giovinastri di belle speranze dell’Ohio. C’è qualcosa di inspiegabile nei Brainiac, qualcosa di simile alla cattiveria dei cartoni animati. Forse è andata a finire come in quella puntata di Ai Confini della Realtà dove i protagonisti venivano risucchiati in un mondo fatto di cartoon simil Disney violenti, maleducati e assai poco accomodanti. Tim Taylor non è morto. Tim Taylor ci aspetta lì.


6. June Of ‘44 – Tropics And Meridians / Anatomy of Sharks

Nati come un supergruppo estemporaneo, con un nome che richiama la data dello sbarco in Normandia e una fissa per i temi legati al mare, i June Of ’44 sono le vere stelline del dopo Slint. I tropici musicali e i meridiani stilistici sono quelli propri di Jeff Muller, Sean Meadows, Fred Erskine, e Doug Scharin. Una formazione che meglio assortita non si poteva. Il risultato è un viaggio etno noise, vergato di ritmiche proto dub, fanfare folkloristiche per bocca di una elegiaca tromba e un dopo-hardcore trattenuto e poi rilasciato e poi ancora trattenuto, in un saliscendi nevrotico ed emozionante. Anatomy Of Sharks è un ep che contiene tre brani scartati da Tropics And Meridians, e che visto il risultato eccellente, vale più di una segnalazione, vale una ristampa come integrazione del disco madre. Per gli appassionati di filatelia, si segnala la presenza di una bustina con francobolli in tema marinaresco all’interno del booklet dell’album.

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25 Touch & Go Greats......(5-1)

5. Storm & Stress – Storm & Stress (1997)

Storm & Stress autorizza un filo di metafore sfilacciate, un cavo scoperto e consunto che conduce in modo intermittente - e può fulminare. Tiene il polso ad un’aritmia, parafrasando Stefano Solventi. Vive sull’attesa della rottura o del ripristino della normalità; ma l’attesa è continuo dispendio di energie.
Parimenti alla furia dei Don Caballero – con i quali hanno in comune la chitarra di Ian Williams – gli Storm & Stress scialacquarono motivi e riff, scanditi dal nervosismo tempestoso della batteria, che rosicchia il cavo come un tronchese.
Agli antipodi dei DC ma come i DC del post-S&S, gli Storm & Stress scoprirono la rarefazione, come se provassero in continuazione a comporre 2, fermandosi a decostruirne ogni invenzione, vaporizzandola, rubando l’anima alla schizofrenia. Capita che il Caso Improvvisatore colpisca simultaneamente tutti i musicisti, privandoli di follia individuale, organizzandola in deriva strutturata (collettiva). Un gioco quasi incomprensibile, quasi casuale, quasi inascoltabile, poco replicabile. Ceci n’est pas une riff.

4. Dirty Three – Ocean Songs (Touch’n’Go, 1998)

I Dirty Three. Un combo essenziale con una prima donna particolare: un violino elettrificato. Una melodia per ogni reietto della storia del rock. Un trio visionario, messianico, power quanto delicatissimo. Rassegnato e mai vinto. Il triangolo (delle Bermuda?) è fatto di rock, folk tzigano, jazz, country. Esordisce per la microscopica Poon Village, poi scatta il mulinello Touch’n’Go: un potente esordio e un cavallo di razza, due shot dal sound unico, inconfondibile. Sembrano virati a una carriera solida, da tipica band di culto, quando sul molo approda un piroscafo. Il pamphlet sull’oceano che traduce in musica quel che precedentemente era riuscito soltanto in letteratura: narra dell’eterno rapporto tra l’uomo e le forze della natura prendendo spunto da quella potente metafora che è il mare. Combina la scrittura asciutta e rarefatta di Hemingway (il suo tecnicismo a tratti manierista) e l’indomita passione di Herman Melville (il grandguignol dell’eterna lotta versus fate). Gli occhi di Ellis sono quelli dei Santiago e degli Achab: eterni.


3. Butthole Surfers - Psychic... Powerless... Another Man's Sac

I Black Sabbath remixati da Syd Barrett, Captain Beefheart coverizzato dai Cramps, i Sex Pistols sul tavolo operatorio dei Pere Ubu... Parlando dei cari Butthole Surfers non la finiresti mai di sparare simili ibridazioni bestiali. Cinque texani balzani e malsani, capaci di mettere sul piatto una tale congerie di genialità e nefandezze che sarebbe ingrato definire trash, ma cui anche l'epiteto hardcore sta parecchio stretto. Una ricerca spasmodica del lato più scomodo, deviato e deragliante d'ogni codice espressivo riconducibile al rock. Con la convinzione inespugnabile che il rock possa fare di tutto fuorché accadere innocuo. A costo di flagellarsi, ridicolizzarsi, rivoltarsi nel proprio stesso pattume. Ed ecco dunque il cancro psichedelico di Eye Of The Chicken, il turpe pop-errebì di Negro Observer, le rasoiate siderali di Chrome, gli spasmi e i conati ventrali di Lady Snuff, eccetera. Visioni sordide e laceranti, che per épater le bourgeoise (ce ne sono, eccome, anche tra i rockettari...) non c'è di meglio. I Flaming Lips, tra gli altri, manderanno la lezione a memoria. Noi, tra gli altri, abbiamo fatto altrettanto.


2. Polvo – Exploded Drawing

Un ponte gettato tra i più contorti sixities e le ginnastiche non ancora note al mondo come “dopo rock”, passando attraverso il tubo catodico della Grande Mela di Verlaine e Lloyd. Non ci fossero stati, i Polvo li avrebbero dovuti comunque inventare, anche solo per dare un senso moderno all’acid rock e toglierlo dalle mani di archivisti e amanuensi. Nulla da invidiare ai celebri esempi del passato, la coppia Bowie/Brylawsky approfittò dell’estrema libertà d’incroci dello scorso decennio per dare libero sfogo all’istinto di gettarsi su e rigettare fuori tutto, facendo in tal modo una cosa sola di oriente, matematica e atonalità. Dei due album consegnati alla label dell’Illinois, Exploded Drawing è senz’altro il migliore, sinfonia realmente epocale di slanciate geometrie, forte dell’aria ambiziosa ma totalmente focalizzata che si respira nei capolavori. Irripetibile giro sulla giostra alla fine del quale viene voglia di risalire, in preda a un’ebbrezza più psicotica che psichedelica.

1. Slint - Spiderland

Si dice che gli Slint abbiamo reinventato il rock. E’ vero, più o meno. Prima però hanno dovuto abbatterlo come fosse un tempio molesto: il bulldozer si chiamava Tweez (1989), un delirio di chitarre angosciose, sincopi anarchiche e disarticolazioni formali. Assieme alle strutture canoniche, demolirono la possibilità stessa di credere al rock come metodo o prospettiva di riscatto, o salvezza, o redenzione. Si fossero limitati a questo, sarebbero stati degli splendidi iconoclasti come altri prima di loro, ma con Spiderland divennero i sacerdoti di una non-religione ricostituita. E' il disco del riflusso, del rock malgrado la morte del rock. Del rock-fenice, costruito sulla morte del rock. Il post-rock: un tempio riedificato, ma ineluttabilmente vuoto. Nel quale bolge noise alimentano echi sordi e struggenti dissoluzioni, il canto ridotto ad un reading sulfureo, la rabbia costretta ad una vacua incandescenza, ad un enfasi che si scava la terra sotto i piedi. Pajo, McMahan, Walford e Buckler ridefinirono il modo stesso di sentire il rock, e quindi di suonarlo. In due soli dischi. Dopodiché sciogliersi fu il compimento di una travolgente vicenda artistica.

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25 Touch & Go Greats.........RISERVE DI LUSSO!!!!!!!


Big Black – Atomizer (1986)

La T&G dovrebbe ogni tanto officiare un rito pagano all’altare di Steve Albini, critico musicale, musicista, creatore di tre gruppi storici e produttore, se non fosse che Sua Cattiveria si arrabbierebbe moltissimo. Fatto sta che nel 1986 i suoi Big Black se ne uscirono con la loro opera forse più esplosiva e meno vincolata all’autorità PILiana – perfettamente bilanciata nella prodigalità di estremi opposti di piromania. In Atomizer coesistono Passing Complexion e Kerosene, una cavalcata chimica che fa muovere il bacino e una messa nera letteralmente incendiaria. Giusto come esempi.
Mostrarono a tutti come si può fare hardcore con drum machine ed elettronica criminale, come si può essere fastidiosi e pure orecchiabili (se volete approssimare il vostro orecchio alla sordità), come si crea tensione e le si annidi nel fegato la detonazione e l’ironia. E poi l’estetica atomizzante di quel penultimo disco dei Big Black mi ricorda sempre lo sposalizio tra Steve e l’asprezza proverbiale della sua chitarra, felice prima donna dei successivi Rapemen e Shellac. Ri-Set us on fire.

The Ex – Dizzy Spells

E’ dai permissivi (per loro non abbastanza: in eterna lotta, hanno come limite il solo cielo) Paesi Bassi che la storia degli Ex prende il via, in quel remoto 1979 in cui il punk si divideva tra oltranzismo ed eccitazione per il suo dopo. Comprendendo che non è l’abito che fa il monaco - la cresta e la borchia che fanno il punk - G.W. Sok e compagni hanno creato una ricetta dove confluisce di tutto e ciò fin da tempi in cui era un’eresia il solo pensarlo. Rumorismo e jazz, improvvisazione e punk rock, new wave e indagine etnica: così complicata, se la sono dovuta pure nominare, la Ex-music. All’interno di una discografia folta e priva di cedimenti, per lo più auto prodotta e da avere in blocco, peschiamo questo Dizzy Spells che prosegue la collaborazione con Steve Albini alla regia. Da non credersi, in più di venticinque anni gli Ex non hanno mai perso la faccia, continuando a cambiare e restando inconfondibilmente se stessi. Pensandoci, un gruppo fin troppo perfetto per la Touch & Go…


Pinback – Summer In Abaddon (2004)

Uno quando dice Touch&Go dice una cosa ben precisa, senza possibilità di dubbio. Noise. Rumore. Dissonanze. Dischi pesanti come macigni e acidi come limoni andati a male. Ma Touch&Go è di più. E i Pinback sono l’esempio migliore dell’altra faccia della storica etichetta americana.
I brani di Summer In Abaddon sono umili. La loro non è una bellezza di quelle fulgide, appariscenti. Al contrario, il fascino sta nel volersi negare alle orecchie distratte. Un po’ come facevano i Karate dei tempi andati o, a sprazzi, i compagni di scuderia New Year. I Pinback non ti sbattono in faccia le loro melodie. Puntano invece ad accompagnare l’ascoltatore nel lungo periodo. Dandogli la certezza di un pugno di canzoni che, anche a distanza di tempo, mantengono la propria carica emotiva. Non è un album che ha fatto la storia della Touch&Go. È un album di solido, ben scritto, bellissimo indie pop. E scusate se è poco.


Die Kreuzen - Die Kreuzen (Touch And Go, 1984)

Cows And Beer (Version Sound, 1982), il loro ep d'esordio, poneva sotto i riflettori del titolo, associandolo a schegge di suono hardcore compatte e velocissime, tutto quanto il Wisconsin, i nostri provenivano infatti da Milwaukee, aveva nell'ottica dei Die Kreuzen da offrire: mucche e birra, per l'appunto. Il primo album, 21 luminosissime frecce hc che mai falliscono il bersaglio, è barbaro, feroce, devastato e devastante come da manuale. Tuttavia, forse per certe sciabolate al limite del metal, forse pure perchè porta all'altare Stooges e Germs facendoli poi copulare seduta stante in modo incontrollatamente lubrico, forse per tutto ciò il 33 giri Die Kreuzen è al contempo summa e superamento di quanto l'hc intero era stato sino ad allora. "Fast and furious" sì, ma non solo. Traumatizzante sino all'angoscia, indecifrabile suite di canzoni tutte uguali ma sempre diverse (incredibile a dirsi), Die Kreuzen è l'epitome della rivoluzione (conservativa) hardcore e, in fin dei conti, non stupisce che John Zorn ne imparasse a menadito la lezione di massacro armonico al momento di mettere in scena la sua creatura maggiormente 'riduzionista' (i Naked City di Torture Garden, 1991). Meditate gente, meditate...

Killdozer - Snakeboy (Touch & Go, 1985)

Madison, Wisconsin. Michael Gerald (gargarismi vari), Bill e Dan Hobson (rispettivamente chitarra e batteria) danno all'hardcore del Midwest una strizzata di palle dolorosissima e che mai scorderà. Snakeboy, il quale segue di un annetto buono Intellectuals Are The Shoeshine Boys Of The Ruling Elite(Bone Air, 1984), è come volesse massacrare di fino. La musica, invece di essere istintivamente stuprata come nel manuale (barbarissimo) d'esordio, viene qui scarnificata a poco a poco, sino a che le ossa sporgono, lo scheletro è ripulito e il delitto è, al fine, bello che compiuto. Quale delitto? Ma quello di abbandonare alle fiamme ciò che di maggiormente perverso e grottesco ha sempre attizzato le ceneri di Cramps, Birthday Party, Cpt. Beefheart, Nick Cave e una tribù di redneck, così come sarebbe stata se mai fosse regredita a livelli basici di vita sociale ed individuale. King Of Sex ne è la riprova ("I am the king of sex and i hail from the state of Texas / i am the king of sex, they make us big in the state of Texas / neither Christ nor the Holy Ghost can quite satisfy a woman's soul / i know what a woman crave the most..."). Sessismo, razzismo, autolesionismo, machismo, asocialità pura sono tutte forme che abitano patologicamante, verso dopo verso, ognuna delle liriche del disco (spesso coadiuvate da ritornelli trascinanti e coinvolgentissimi). Persino la cover di Cinnamon Girl, ululata al vento dal licantropo Michael, assume connotati assassini che l'originale neilyounghiano fermentava forse latentemente. Going To The Beach, Revelations, Live Your Life Like You Don't Exist, Gone To Heaven, Fifty Seven o Burning House sono lercie cataste di sporcizia armonica che hardcore e filthy blues hanno relegato all'angolo buio d'un piccolo sofferente mondo abitato da una piccola sofferente mente. Psicopatia bluescore rurale al suo stadio più impuro. Quello della putrefazione interiore. L'anima che marcisce e vanisce. Per sempre.

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