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 Oggetto del messaggio: The Cockney Kids Are Innocent!!!
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Cristianuni
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1. Shit From An Old Note Book

Non sarà sufficiente "spezzare una lancia": qui si tratta di affrontare un'intera falange macedone, compiere un'impresa titanica, sfidare quel Pensiero Unico sul punk che sin qui ha impedito di riprendere in considerazione il sotto-genere più frainteso, criminalizzato, rimosso della storia del rock'n'roll.
Proprio nel momento in cui il Venticinquennale riporta in libreria le solite noiose e McLaren-centriche ricostruzioni e testimonianze, noi veniamo a fare l'elogio di Sham 69, Angelic Upstarts, Cockney Rejects, Cock Sparrer, Slaughter & The Dogs, The 4 Skins, Blitz, The Business, The Menace, The Last Resort, Infa Riot, Peter & The Test Tube Babies, Gonads, Oppressed, Blaggers e tante altre bands che dopo la "rock'n'roll swindle" - che truffa fu davvero, ma le vere vittime furono i kids, non certo l'industria discografica - salvarono il punk.
Sì, lo salvarono, riportandolo nelle strade di Londra e altre città britanniche. L'influsso sotterraneo di queste bands sulla successiva evoluzione del punk (e in genere del Rock'n'Roll) è stato per troppo tempo ignorato e ben pochi hanno avuto il coraggio di riconoscerlo (tra questi i Rancid, per questo scherniti dagli imbecilli di NME).
A partire dal 1978 una musica rovente e incazzosa cominciò ad affacciarsi nelle classifiche di vendita e a influenzare decine e decine di bands in tutto il Regno Unito. Il gruppo più importante e visibile erano senz'altro gli Sham 69 di Jimmy Pursey. In mancanza di meglio, si parlò genericamente di "New Punk", "street punk" etc. ma nel corso dei mesi si cominciarono a individuare i confini di un vero e proprio sotto-genere, e nel 1980 il giornalista di Sounds Garry Bushell - su suggerimento di Micky Geggus dei Cockney Rejects - propose di battezzarlo "Oi!" (pronuncia cockney di "Hey!").
Era un punk rock esplicitamente incazzoso e classista. Scrive Stewart Home nel suo Cranked Up Really High:

"I gruppi Oi!, aumentando intenzionalmente la quantità di retorica basata su una nozione ideologica di classe operaia, trasformarono qualitativamente il Punk Rock. In quel modo riuscirono a proteggere la loro musica dai critici trendy e scoreggioni, che altrimenti avrebbero tentato di appropriarsene, di sofisticarla e incorporarla nel discorso della cultura alta [...] Le qualità tragressive dell'Oi! sono la sua unica difesa contro una simile calamità. Tali qualità sono definite "cattivo gusto" da quei burocrati e borghesi che sono bravissimi a inculare la gente ma detestano che i conflitti sociali interferiscano con la loro amministrazione dell'oppressione."[1]

Esattamente per questi motivi, ben presto l'Oi! subì una massiccia campagna diffamatoria e repressiva, più o meno concertata tra tabloid, polizia, sinistra salottiera, estrema destra e semplici teste di cavolo. In poco più di un anno, la criminalizzazione finì per soffocare le potenzialità di quella musica, seppellendo anche gli sforzi promozionali e mitopoietici di Bushell sotto le macerie della Hamborough Tavern di Southall, West London, luogo-simbolo della più grande e vergognosa calunnia mai fabbricata su una sottocultura giovanile (vedi paragrafo 4).
Sì, forse usiamo troppi superlativi relativi, ma qui si parla di cose che eccedono.
The Mirror, credendo di dare alle stampe un insulto, definì l'Oi! "the lowest denominator of pop". George Marshall, ben conscio di dare alle stampe un complimento, lo ha definito "sottile come una mazza da baseball che ti arriva in piena faccia" [2].
L'Oi! era "rozzo"?
Forse. Eppure si andava sviluppando all'incrocio di molteplici influenze: ascoltandolo senza pregiudizi, vi si trovano brandelli di skiffle, folk, marcette militari, e in certi pezzi c'è anche l'assolo FM-rock (es. Joys of Oi! dei Gonads e molte canzoni dei Business). Scendendo nei dettagli, l'Oi! riproponeva i riff di Bo Diddley e Chuck Berry (Borstal Breakout degli Sham 69, Two Pints Of Lager And A Packet Of Crisps Please degli Splodgenessabounds, Police Car dei Cockney Rejects, Teenage Heart dei Cock Sparrer...) e quelli del garage rock (per il tramite dei Ramones) su basi ritmiche primeve e senza fronzoli: thump-thump-thud-thump. I refrain erano cori da stadio da cantare tutti insieme - musicisti e pubblico - ma capitò anche che i Cock Sparrer usassero Land Of Hope And Glory di Elgar (l'ode per l'incoronazione dei sovrani britannici) come base per il ritornello di England Belongs To Me.
Quanto ai testi, qualche volta erano indifendibili (ad esempio quando la si menava davvero un po' troppo con la Union Jack), sovente si limitavano a far cagare, ma altrettanto spesso raccontavano la vita di strada avvolgendola di epos e di grezzo humour.
L'Oi! aveva un potenziale di comunicazione universale ("If the kids are united..."), se per "universo" si intende quello dei giovani spossessati allo sbando nell'Inghilterra proto-thatcheriana. Dal palco Jimmy Pursey sbraitava la domanda: "Che cosa abbiamo?" e il pubblico rispondeva all'unisono: "FUCK ALL!", Un-cavolo-Di-Niente.
Non era musica per soli skinhead e tantomeno per nazisti (è un infame paralogismo a identificare i primi coi secondi). La maggior parte delle bands non era formata da skin. Il pubblico era misto: punk, mod, skin, bianchi, neri, donne, uomini. Bands come gli Angelic Upstarts erano - e sono - inequivocabilmente antifasciste, tanto da aver subito diverse aggressioni (tranquilli: le hanno prese ma ne hanno anche date).
Per quanto scomoda possa essere, la verità è che la degenerazione culminata col "white power rock'n'roll" (Skrewdriver-seconda-fase & compagnia brutta) fu successiva alla demonizzazione da parte dei media (e purtroppo ci misero del loro anche i benpensanti di Rock Against Racism). Fu soprattutto la propaganda avversa a stimolare la risposta (invero molto punk) "noi-contro-di-voi" e ad avvicinare diversi kids al National Front e ad altri gruppi fascisti. Pure in quel frangente, molte bands rimasero lucide e cercarono di fermare la deriva. La SHARP (Skin Heads Against Racial Prejudice) fu promossa in Europa proprio da un musicista e produttore Oi!, Roddy Moreno dei gallesi Oppressed.
Anche nel pesante clima di censura e di concerti annullati, con la maggior parte delle bands costrette all'autoproduzione, i mancuniani Blitz riuscirono a portare un proprio LP al n.27 delle classifiche di vendita. Chissà che sarebbe potuto succedere, in condizioni normali.
Nonostante tutto, negli ultimi vent'anni l'Oi! è sopravvissuto, ha esteso la propria influenza, si è contaminato con l'hardcore (un suo fratello minore) o con lo ska (un amico di famiglia) e poi è tornato alle radici, ma solo per cambiare ancora. Gli sforzi di Roddy Moreno e di molte altre persone non sono stati vani: a dispetto dei tentativi delle bands naziste di intorbidare le acque infilando la parola "Oi!" in ogni strofa delle loro canzoni, oggi in molti paesi i milieux Oi! e quelli "white power rock'n'roll" sono ben distinti, estranei e ostili gli uni agli altri.
Esistono gruppi Oi! in moltissimi paesi, persino in Cina (i devastanti Wuliao Contingent di Pechino). Ma qui vogliamo parlare del periodo "classico": è tempo di "riscattare" quelle bands, per troppo tempo costrette a mangiare merda, e consigliare le loro canzoni, elencare dischi e siti, dire che un bel pezzo Oi! può regalarvi due minuti esaltanti (d'altro canto un brutto pezzo Oi! ha l'effetto di un calcio nei coglioni). Vogliamo affermare talebanamente che non si può non amare The Sun Says dei Cock Sparrer o I'm An Upstart degli Angelic Upstarts o War On The Terraces dei Cockney Rejects o...

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2. Do You Want New Wave Or Do You Want The Truth?

Sham 69Londra, 1969. Oppure 1978.
Boots Doc Martens, rossi, otto buchi. Lacci rossi. Jeans Levi’s 501, risvolto di un pollice, tagliato e cucito in modo che i Doc possano brillare di luce propria, lucidati fino all’ossessione. Camicia Ben Sherman a scacchetti bianchi-blu, button down con ulteriore, maniacale bottoncino sul retro del colletto, spacchi a V sulle mezze maniche. Bretelle bianche, sottili. Harrington rosso fuoco, maniche con tutta probabilità tirate su in modo da rivelare tatuaggi: una pantera nera, i martelli incrociati del West Ham, due rondini, un cuore eccetera. Number two crop: la testa rasata, ma mai a zero, troneggia minacciosa su una catena semiotica (ooops! ci scappa il sociologhese) precisa e affilata come una rasoiata. Il tuo aspetto riflette la tua estrazione. L’una e l’altra cosa ti configurano per quel che sei. Un bel problema.
Arrogantemente proletario. Una parodia dell’operaio modello, sentenziano i sociologi di Birmingham. Ma gli operai modello non ricostruiscono simulacri simbolici di comunità operaia, qualunque cosa voglia dire, adottando tagli di capelli, vestiti, gergo e musica dei giovani delinquenti di una comunità immigrata di recente. Sei un hard mod che ha ibridato le proprie ossessioni con quelle dei ragazzi dall’altra parte dell’oceano: non degli Stati Uniti, ma dell'impoverita e periferica Giamaica, forte solo della musica e dello stile dei suoi profeti musicali. Sei un bel problema, ragazzo. Turn on, tune in and drop out significano meno di zero, per te. La ganja andava bene per tuo fratello maggiore, mod, quando ballava lo ska al Roaring Twenties, in Carnaby Street. Ora, là fuori, è pieno di hippies. La loro realtà non è la tua realtà. La loro utopia cozza con la durezza della vita quotidiana. Tu fai la coda al collocamento, oppure perdi il tuo tempo in lavori senza sbocco, e il tuo orizzonte è quello nuvoloso di un paese in recessione & decadenza. Niente amore cosmico, India o altre stronzate. Hai deciso di trasformare tutto questo in un arma: la tua irriducibilità ti rende il bersaglio preferito, da subito, di giornalisti, sbirri e poliziotti vari. Sei un problema, caro Harry, o James, o John. Il tuo nome di battesimo, con tutta probabilità, è fuori moda. Sei uno skinhead. Sei un negro bianco. Hai scelto di vivere una parte nel libro che Dickens non ha mai scritto. Sei Oliver Twist: chiedi altra zuppa.
Se sei uno skinhead, nel 1978, la tua band è Sham 69, punto. Si, esistono anche altre bands relativamente decenti: i Menace, ad esempio, oppure gli Skrewdriver (ma non ti fidi di loro: ricordi troppo bene quando sono arrivati dalla campagna conciati come rockers di terza categoria). I Cock Sparrer, anche. Musicalmente sono forse i migliori, ma troppo schivi e modesti per arrivare allo stardom. Su al nord, a Manchester, ci sono Slaughter and the Dogs. Divertenti, certo. Ma gli Sham, loro sono tre spanne sopra tutti gli altri. E’ stata la personalità carismatica del leader Jimmy Pursey a convincere una nuova generazione di skins, dieci anni dopo la nascita dello stile, dieci anni dopo il reggae e i giorni del culto originario, che il punk rock poteva essere qualcosa di buono e di diverso da una menata di art school bands, ex-hippies e posers felici di apparire sui tabloid con spille da balia piantate nel naso o sulla guancia. Ti ha convinto che il punk rock è davvero proletario, è suonato davvero da “ragazzi come tu e me”, che può essere usato davvero come un'arma, che non tutti sono in vendita e che c’è chi non ha paura di sporcarsi le mani con la realtà. Se sei uno skinhead, nella Londra del 1978, probabilmente gli Sham 69 sono la tua unica speranza.
Eppure gli Sham non sono skinheads. Il nocciolo duro del pubblico sarà sì rappresentato dagli skins della Sham Army, ma il loro appeal è generale. Gli Sham 69 sono una delle band punk che ha venduto più dischi (tre singoli nei top 30 in un anno solo, il 1978), le loro storie di frustrazione e riscatto coinvolgono skins, punks, ragazzi da stadio, la gente delle periferie dormitorio e di sicuro lasciano perplessi i critici. Una specie di rozzo rock ‘n Roll con cori da stadio e uscite da vaudeville - una parodia del punk à la Mc Laren di qualche mese prima. E cosa ci può essere di buono in un gruppo amato dagli skinheads? Il giudizio di Jon Savage, autore di una monumentale nonché parziale storia del Punk, liquida la pratica Sham in poche righe: “Dominarono per breve tempo il contrafforto realista. Fondono efficaci giri armonici, colossali ritmi di batteria e commenti sociali trasparentemente imbecilli.”[3]
Gli Sham (il nome deriva da una scritta sul muro del quartiere d’origine, Hersham), cominciarono la regolare routine di prove in garage o in cantina durante il 1976. Fuori la retorica del punk rock incendiava gli animi, ma la pretesa “grande ribellione” agli occhi dei kids dell’East End assomigliava piuttosto a una sceneggiata buona per distrarre gli studenti delle art schools durante i week end. Spille da balia indossate ben lontano dagli occhi ansiosi di mamma e papà, questo genere di cose: Jimmy Pursey, che era stato skinhead da giovanissimo, aveva altre idee su cosa sarebbe dovuto essere il punk. Idee pericolose: Jimmy Pursey, piccola statura e bocca esageratemente grande, parlava di inclusione, di unità, di uno street level point of view che prima di diventare uno slogan nei giorni dell’Oi! costituì una grande, minacciosa novità.
La bocca larga di Jimmy era non solo il punto di forza della band ma anche un bel problema. D’altro canto, Jimmy era solo un kid dell’East End, non un politicante, e non era certo laureato in filosofia, come fa notare George Marshall nel citato Spirit of '69.
Innalzato in pochi mesi al rango di capopopolo, Jimmy cercò di fare del suo meglio. Suonò concerti per RAR. Ribadì che la band era al di fuori di qualsiasi schematizzazione politica. Difese gli skin dalle accuse della stampa. Sognò una comunità in cui i kids fossero uniti, avessero qualcosa da fare e abbastanza arroganza e determinazione per rivendicare e pretendere qualcosa di meglio della fila all’ufficio di collocamento o delle quotidiani vessazioni della polizia. Era un messaggio che non si fermava a quelli in bretelle e scarponi. Riguardava tutti i kids “come tu e me.”
La band lasciò dietro di sé tre buoni album (i primi tre, Tell Us The Truth su tutti, Polydor 1978), 45" di successo come If The Kids Are United o Hurry Up Harry e un grande, grande rimpianto.[4]

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3. The Original Artists That Changed The World Forever

Cockney RejectsCi sono i nomi di tantissime bands, sulle copertine delle raccolte Oi!, dalla seminale e molto fraintesa Strength Thru Oi! (parodia, non riproposizione dello slogan nazista "Forza attraverso la gioia")[5] al box di 3 CD Oi! This Is England (Dressed To Kill 1999) dalla cui copertina prendiamo il titolo di questo paragrafo (!)[6]. Alcune bands durarono il tempo di una singola incisione, altre sono ancora in attività. Noi ci soffermeremo (e brevemente) su tre di queste ultime: Cockney Rejects, Cock Sparrer e Angelic Upstarts. La selezione è arbitraria e brutale, e molti ce la contesteranno, ma a nostro avviso queste tre bands sono quelle che più si stagliano contro il fondale, sono potenzialmente meno "di nicchia" (da pronunciare alla rodigina) e in qualche modo trascendono la scena che li ha originati.
I reietti cockney: ex-pugili, tifosi del West Ham facili alla rissa, headbangers interessati al metal (fecero una cover di Motorhead in anticipo di tre lustri sui Primal Scream di Kowalski) e molto altro. Suggerirono a Garry Bushell l'icastico nome del sotto-genere e tra il '79 e l'81 incisero una lunga sequenza di capolavori, tra cui Oi! Oi! Oi! (appunto), Flares And Slippers, Badman, I'm Not A Fool, Join The Rejects, The Greatest Cockney Rip-off... Tutti pezzi im-pre-scin-di-bi-li, contenuti nei loro primi tre LP, che s'intitolano rispettivamente Greatest Hits-Volume 1 (EMI 1980), Greatest Hits-Volume 2 (EMI 1980) e Greatest Hits-Volume 3 (EMI 1981)!
Quando gli Sham mandarono in pezzi il vaso di Pandora dello street punk, i Cock Sparrer ("gallo da combattimento") erano in attività già da diversi anni (almeno dal '74). Scrive Stewart Home:

"i Cock Sparrer difficilmente rientrano in una qualunque definizione di punk rock: i loro arrangiamenti e il modo di suonare erano troppo articolati e troppo vicini al rock mainstream per rientrare nel genere, furono i loro testi e la loro immagine a farli etichettare punk rock e Oi! "[7]

I Cock Sparrer hanno scritto pezzi che è oggettivamente molto difficile sminuire: Where Are They Now? è un'invettiva contro McLaren & Co. e un invito ai kids a non fidarsi mai più di simili personaggi; Out On An Island è una canzone utopica e pacifista che nessuno mai si aspetterebbe da una Oi! Band. Consigliamo senz'altro la compilation England Belongs To Me (The Harry May Company, 1997) e il loro sito <http://www.sparrer.freeserve.co.uk/> Angelic UpstartsGli Angelic Upstarts sono tra le bands che hanno avuto più problemi con la polizia (anche perché nei testi non ci sono mai andati molto leggeri) e coi nazi. Ancora oggi, raramente a un loro concerto fila proprio tutto liscio dall'inizio alla fine, e ci si perdoni l'understatement. Nel '97, all'Astoria di Londra, assistemmo personalmente all'invettiva dal palco del cantante Mensi contro uno spettatore che indossava una T-Shirt degli Skrewdriver: "Se appoggi gli Skrewdriver allora non appoggi noi! Toglitela, se non vuoi tornare a casa in una fottuta ambulanza!". Fu senz'altro uno dei gigs più tranquilli della loro carriera, perché il tizio non se ne andò in ambulanza. Una band che sa fare incursioni nel reggae (I Understand), tende ad essere molto "folk" (Murder Of Liddle Towers, Brigthon Bomb...) ed epica, quell'epica da working-class-che-non-si-piega la quale, chissà perché, a loro riesce meglio che a Pezzotta. Procuratevi Two Million Voices (1981, ripubblicato in CD negli anni Novanta da Dojo e Captain Oi!).
Peccato che il loro sito sia alquanto brutto: <http://www.angelicupstarts.co.uk/>

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4. One Law For Us And One Law For Them

One Law For Us And One Law For Them. Così i 4 Skins, tra le band più amate del periodo, tirarono le somme riguardo a quello che successe dopo l’”incidente” di Southall. La copertina del 45 ritrae un gruppo di nobili in tight e cilindro che assiste a qualche fottuto gran premio ippico. L’Inghilterra è un paese socialmente diviso in due. L’Inghilterra è un posto lontanissimo da qui.
Southall, Hamborough Tavern. Ma cosa successe veramente quella sera?
La serata sembrava doversi svolgere come ogni evento precedente. Da quando gli Sham avevano lasciato le scene, l’attività del NF ai concerti era scesa a zero. L’Oi! (così veniva definito ormai lo street punk) sembrava potersi trasformare in qualcosa di importante. Street level point of view: esattamente quello di cui i giornalisti e critici musicali sono privi. Il linguaggio dell’Oi! era così semplice che doveva esserci qualcosa sotto. L’interesse per queste nuove band proletarie e arroganti era preoccupante. Che fine aveva fatto il buon gusto? E l’arte? Quella musica non distraeva i kids. Sembrava destinata a renderli sempre più consapevoli e quindi più scontenti.
Alcune band all’interno dell’Oi! erano formate da skinheads e avevano un seguito prevalentemente skinhead. Queste erano le uniche band che facevano notizia, vista la pretesa contiguità tra skins e estrema destra. Southall, d’altro canto, è un quartiere asiatico. La serata era stata organizzata da skinheads appartenenti alla locale comunità asiatica. All’interno del pub, dove dovevano esibirsi The Business, The Last Resort e The 4 Skins, c’erano un migliaio di persone. Circa cinquecento erano skinheads. Di ogni convinzione politica, anche se i disgustati dalla politica in quanto tale dovevano essere la maggioranza. Poi punks, herberts, famiglie con figli eccetera. Nel seguito dei Last Resort (per il fatto di avere una line-up completamente skin erano tra i più osteggiati dalla stampa) erano numerose le teste rasate di origine indo-occidentale. Il proprietario dell’impianto aveva incatenato casse e casse spia al pavimento per paura che gli skins o qualche membro delle bands potesse portarsi via qualcosa. All’interno c’erano alcuni rockabilly. Queste le note di colore che risultano dalle testimonianze dei presenti.
La situazione attorno al locale era tesa da ore. Allertati dalla campagna stampa anti-skinhead che imperversava sui quotidiani all’epoca, membri di formazioni locali di autodifesa (Southall era stato epicentro nel 1979 di gravi scontri razziali) appartenenti alla comunità asiatica scambiarono un concerto di punk rock per un raduno razzista.
Mentre i 4 Skins eseguivano Chaos, il loro anthem più popolare, molto appropriatamente le finestre del locale andarono in frantumi. Bombe Molotov. Gli asiatici locali detestavano i nazisti, e a ragione. Ma il modo per risolvere la questione era un po’ grossolano, visto che all’interno i membri del NF o del BM erano dieci o quindici (provate a pensare a quanti fascisti ci sono in un locale medio in una serata media nella nostra bella Italia. Sicuramente più di quanti fascisti ci siano mai stati a Southall quella sera).
Dopo si scatenò una caccia all’uomo che durò diverse ore. La preda umana erano gli skinheads che uscivano dal locale in fiamme.
Il peggio doveva ancora accadere. Il giorno dopo i quotidiani comparvero pieni di resoconti su come un raduno neonazista fosse stato attaccato dagli esasperati membri della comunità locale dopo ore e ore di pesanti provocazioni razziste (Pare che uno skin quindicenne avesse chiesto a un commerciante locale quante rupie ci volessero per un fish & chips! Davvero intollerabile). Skinheads che marciavano al passo dell’oca e stronzate simili. Skinheads che avevano avuto quello che si meritavano. Bands che avevano rivelato il proprio vero volto: i Last Resort avevano suonato con l’Union Jack alle spalle! (Anche i Jam lo facevano. O gli Who, o i Whitesnake, se è per questo). Sembrava un film completamente diverso eppure era la stessa Southall, la stessa notte e la stessa rivolta etnica.
Il rogo dell’Hamborough Tavern levò di torno provvidenzialmente tutta una generazione di bands che avevano le carte in regola per riscuotere un grande successo commerciale. Sporcarsi le mani con la realtà non paga: meglio continuare con la paccottiglia dorata del rock n’ roll istituzionale, con le band “intelligenti” e “innovative” e che, soprattutto, non pongono problemi. Il rogo dell’Hamborough Tavern segnò anche il debutto dello skin nazista come stereotipo mediatico. Buffo che proprio quella volta gli skins fossero le vittime e non i carnefici.
Vi diremo un segreto. I giornali mentono.

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5. Oi! siamo tu e io vincenti

Sempre a proposito dell'Oi!, George Marshall ha scritto: "Probabilmente per la prima volta, chi stava sul palco e chi stava tra il pubblico erano la stessa gente".
Tanto per autocitarci, "le storie sono asce di guerra da disseppellire", e forse la storia dell'Oi! ha molto da insegnarci: un'intera scena è stata spinta con violenza lontano dal successo (anche commerciale) che meritava, per questioni che sconfinano nella pura e semplice discriminazione di classe. Tuttavia è sopravvissuta, riuscendo a radicarsi grazie al passaparola, alla cultura orale, ai concerti dal vivo, ai banchetti di dischi, alle autoproduzioni e a Internet. In poche parole, una sfera solidale.
Una vicenda paradigmatica. Oggi le grandi case discografiche (le stesse che dopo Southall non avrebbero toccato l'Oi! nemmeno con una pertica) piangono miseria, si scagliano con violenza contro "la pirateria", il peer-to-peer, i masterizzatori e gli MP3, vedono drasticamente ridotti i loro margini di profitto. The times they are a-changin' again, le bolle di sapone scoppiano, si ridimensionano fenomeni di parassitismo che avevano assunto proporzioni ridicole (guitti che si ritrovano miliardari solo perché da trent'anni nei piano-bar si suona la loro unica canzone di successo, la SIAE che estorce soldi grazie a balzani cavilli legali e li divide tra le Grandi Famiglie che l'amministrano etc.). La fruizione della musica (e non solo) sta cambiando, come quando la cultura popolare diventò "cultura di massa": standardizzazione dell'offerta, grandi numeri, proprietà intellettuale etc.
Ora la "cultura di massa" lascia il posto a una nuova forma di cultura "popolare", in cui contano sempre di più le esibizioni dal vivo, le reti solidali, la condivisione, il DIY, e in fin dei conti importerà poco sapere chi ha scritto che cosa. L'artista sarà sempre meno Divo (o Autore) e sempre più cantastorie, menestrello, bardo, griot. Non è molto "punk" tutto questo?
In questo processo solo i parassiti di cui sopra hanno qualcosa da perdere, non certo Noi, vasta, eterogenea e ancora inconsapevole comunità di produttori e fruitori e commentatori di musica (e non solo), il cui orizzonte spazia da Mike Stax che colleziona oscuri 7' dei Sixties all'ultimo ragazzino col computer pieno zeppo di MP3.
Per ora ci fermiamo qui, sperando di aver saturato di pulci le orecchie di chi legge.

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ne fascisti ne zozzoni!!!

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