Leggi argomento - Io sono Locrideo! Le nostre testimonianze

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MessaggioInviato: sab dic 16, 2006 2:07 pm 
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Dui i Coppi
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Iscritto il: gio dic 14, 2006 3:17 pm
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Con licenza parlando approvo e condivido la fotografia quasi bucolica che e' stata scattata sulla Locride e in particolare sull'essere locrideo da chi mi a preceduto nello scrivere , traspare una locride attiva con il suo popolo così fiero , dignitoso , laborioso . Ma questa fotografia non e' sempre bella e nitida talvolta risulta sfuocata , deforme perche' esiste nella locride il reddito pro-capite più basso d'Europa , il più alto tasso di disoccupati e sottoccupati , l'abusivismo edilizio sfiora il cento per cento , c'e il top nello spreco di denaro pubblico e c'e il cimitero delle cattedrali nel deserto , oltre ad una malavita limacciosa che corrompe ed invade tutti i comparti della società civile . Questo c'e lo dicono autorevoli giornali e televisioni nazionali , la locride e isola d'infelicità , d'incuria e malaffare ,
e' una bella mazzata , non c'e che dire , questa ossessiva litania . E adesso noi giovani della locride , umiliati , che dovremmo fare ? mandare lettere di proteste ? far nascere comitati di difesa ? bruciare giornali e boicottare le tv ? roba vecchia , e' pur sempre una fotografia non hanno fatto cioè un'opera omnia sul territorio per rilevare che tutto ciò che e' feccia non sono parte della realtà , l'hanno invasa .


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MessaggioInviato: lun nov 19, 2007 11:12 pm 
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Iscritto il: ven ago 13, 2004 2:39 am
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Ricevo e pubblico volentieri il contributo di una mia amica e nostra "CONTERRONEA" che spero quanto prima appena avrà un po di tempo possa registrarsi e scrivere direttamente =)

La reputo una storia genuina e intrisa di numerosi spunti di riflessione:


MILANO-LOCRI-MILANO

Quando mi chiedono di dove sono, ho serie difficoltà a rispondere. Culturalmente mi considero una meticcia, cresciuta a metà fra nord e sud. Sono nata a Milano nel 1978 da genitori originari di San Luca. Quando avevo otto anni ci siamo trasferiti in Calabria, perché i miei volevano tornare giù, e ritenevano che per me e mia sorella sarebbe stato meglio crescere lì. Ho fatto tutte le scuole a partire dalla terza elementare a Locri, abitando a Sant’Ilario, e poi dal 1997 sono tornata a Milano, per studiare, e ci sono rimasta per lavorare. Ultimamente mi trovo spesso a interrogarmi sul mio senso di appartenenza e sulle mie radici. Il motivo è piuttosto originale: ho conosciuto dei ragazzi ceceni, e il loro fortissimo senso di attaccamento al loro paese e alle loro tradizioni, mi ha colpito e mi ha indotto a verificare se ho qualcosa di analogo. La risposta è no. E a quasi trent’anni, mi trovo alla ricerca di un senso di appartenenza territoriale che di fatto è estraneo alla mia educazione e alla mia formazione.

A 20 anni di distanza, sono contenta della scelta che hanno fatto i miei. Ma devo anche confessare che il processo di adattamento non è stato facile. Il mio rapporto con la Calabria è molto controverso, e sono spesso critica. Non tutti lo capiscono. Qualcuno lo prende come un tradimento (di che? Della Patria?). Troppe volte mi sono sentita dire: “E’ arrivata la milanese!” oppure “Da quando stai a Milano te la tiri”! Sempre pronti a criticare. A riflettere, mai!

Probabilmente la verità è che non mi sono mai integrata perfettamente. Per esempio, non parlo dialetto. I miei genitori con me hanno sempre parlato italiano, per cui, pur comprendendolo perfettamente, non lo parlo. Sì, volendo potrei, ma il dialetto in bocca a me suona strano, mi vergogno della mia pronuncia, che non è quella da calabrese verace, per cui preferisco non parlarlo. Buffo a dirsi, mi trovo più a mio agio con il russo, lingua in cui mi sono laureata e che parlo ormai abbastanza bene. Questa cosa mi dispiace tantissimo. Ci sono espressioni così colorite in dialetto, soprattutto quando devi prendere in giro qualcuno, che l’italiano decisamente impoverisce. Come fai a rendere certe sfumature? Semplicemente non si può.

Che io venissi da Milano, mi è stato fatto pesare: ho scontato la diversità. Allo stesso modo, mi è stato fatto pesare che fossi originaria di San Luca, pur non avendoci mai vissuto. Quando facevo le medie, alla gloriosa Scuola Media “Maresca”, purtroppo era il periodo in cui San Luca era in auge per tutta la nazione grazie alla risonanza mediatica del sequestro Casella. Il risultato è stato che i miei intelligentissimi compagni di scuola, locresi dal primo all’ultimo, non trovavano niente di meglio che dirmi con scherno: “Salutami Don Pino Strangio”, il parroco di San Luca. Come se il sequestro fosse stato colpa mia, come se Cesare Casella l’avessi rapito io, come se loro fossero migliori di me. Pensate che sia stato piacevole per me sentire certe battute? In un paese civile ed evoluto, come la Svezia, queste spiritosaggini sono classificate come mobbing. Io ho subito mobbing a scuola, e anche abbastanza pesante (magari si fossero limitati a qualche battuta di cattivo gusto). Non solo perché sono di San Luca, chiaro. Secondo me i motivi erano diversi: venivo da Milano (anche se ormai era qualche anno che mi ero trasferita in Calabria, venivo sempre additata come quella di Milano), purtroppo sono sempre stata brava a scuola, e lì ho avuto la sfortuna di essere la più brava della classe, avevo una mentalità diversa e anticonformista. E anche questo mi è stato fatto scontare. Non è che gli altri fossero più cretini di me, era semplicemente che a quasi nessuno interessava studiare, mentre io sono sempre stata una chiumbina. L’unica a prendere le mie difese è stata la Prof.ssa Giulia Sperti, l’insegnante di lettere, che ringrazio sentitamente. Per quanto riguarda il Preside, che avrebbe potuto fare qualcosa per migliorare la situazione e non l’ha fatto …. permettetemi di dire che uno che ha una mentalità di stampo mafioso non è adatto a fare il Preside in una scuola media. Soprattutto a Locri.

Quando si è trattato di fare il percorso inverso, da Locri, cioè ad andare a Milano, a studiare, mi sono portata dietro, insieme alle foto dei compagni di liceo, anche insicurezze e complessi di inferiorità derivati dalle spiacevoli esperienze vissute. Tra l’altro tuonavano gli slogan bossiani “Roma Ladrona La Lega Non Perdona” e fesserie del genere. Non sapevo se avrei scontato la mia provenienza terrona. Non sapevo quante persone intelligenti avrei trovato. E avevo un altro timore: quello di non essere all’altezza della situazione. Quello di non essere abbastanza preparata ad affrontare l’università. Entrambi i timori si sono rivelati infondati: a Milano, nessuno trovava strano che fossi calabrese, anzi, tutti mi invidiano il mare e il cibo (morire, se qualcuno riesce a pronunciare il mio cognome con l’accento giusto). Un paio di anni fa abbiamo organizzato una cena calabrese a casa mia con capicollo, soppressata, peperoni, friselle e pomodoro, limoncello fatto in casa, quello di mio papà. Anche l’altra mia paura non aveva motivo di essere: non solo ero egregiamente all’altezza della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, ma la mia preparazione era, in alcuni campi, come ad esempio quello della letteratura italiana, superiore a quella di molti coetanei. A proposito, ho fatto il classico. Liceo Ginnasio Statale Ivo Oliveti. Classe III A 1996-1997.

Onestamente, potete biasimarmi se per me è difficile considerare la Locride una terra accogliente? Ma devo anche dirvi che se devo scegliere se invitare un amico a Milano o in Calabria…beh…non c’è gara. Non dimenticherò mai quando durante le vacanze estive ho portato la mia amica Lorenza, milanese d.o.c. a prendere la granita alla frutta: “Buonissima! Sembra fatta con la frutta fresca!”. Lì ho sfoderato tutto il mio orgoglio: “Lorenza…guarda che non siamo a Milano! Non è che sembra fatta con la frutta fresca! E’ FATTA CON LA FRUTTA FRESCA!”. In quell’occasione ho constatato con stupore attonito che c’è gente, in Italia, che arriva a 23 anni senza sospettare che esista una delizia simile. Del resto, anche io sono arrivata a 20 anni prima di scoprire che non tutte le granite sono fatte con la frutta fresca….

Sono abituata al fatto che Locri venga associata alla mafia. E’ un dato di fatto. Dire che da noi non c’è la mafia equivale a offenderne le vittime, non solo gli innocenti uccisi, ma anche coloro che vengono “semplicemente” vessati. Sono sempre stata consapevole di questa realtà, mi dicevo, e dicevo: è così, c’è poco da fare. Non pensavo che mi importasse. Credevo di essermi assuefatta all’idea. Poi a gennaio sono stata a Trento, ospite della mia nordicissima amica Maddalena. Con Maddalena scherziamo spesso sul fatto che siamo complementari: occhi azzurri e capelli biondi e lisci lei, ogni riccio un capriccio occhi castani io. Lei razionale, io emotiva. Lei trentina, io calabrese. Mi ha presentato ai suoi amici, tutti trentini, come lei.
“Di dove sei?”
“Di Locri” ho risposto.
“Locri? Oh, il nostro vescovo. Monsignor Bregantini!” Così ho sperimentato quanto piacere fa quando Locri non vuol dire mafia.


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