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 Oggetto del messaggio: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: lun ago 31, 2009 11:35 pm 
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Io non ne ero a conoscenza...

Alla fine è emerso il peggio del peggio. Si è trovata un’area collinare, a pochi chilometri dal litorale cosentino, contaminata dalla radioattività. Si è scoperto che in quella stessa zona è avvenuto lo smaltimento di rifiuti tossici provenienti dalle lavorazioni industriali. Sono spuntate testimonianze che collegano questi ritrovamenti a traffici, via mare, di scorie pericolose. E soprattutto, si è riscontrato nei comuni limitrofi l’aumento dei tumori maligni, con un pericolo a tutt’oggi incombente sulla popolazione.

Una vicenda terribile che parte il 14 dicembre 1990 dalla spiaggia di Formiciche, Calabria, mezz’ora di macchina a nord di Lamezia Terme. Pochi ombrelloni sparsi, turismo familiare e l’azzurro tenue del mare costeggiato dalla ferrovia. Qui, 19 anni fa, si è arenata davanti agli occhi perplessi dei residenti la motonave Rosso.
Secondo l’armatore Ignazio Messina, si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca. Ai magistrati, invece, venne il dubbio che a bordo ci fossero sostanze tossiche o radioattive: bidoni che avrebbero dovuto essere smaltiti sui fondali marini, e che causa maltempo sarebbero finiti sulla costa, per poi sparire nell’entroterra.
A lungo, come riferito in numerosi articoli da “L’espresso”, gli investigatori hanno cercato di scoprire la verità. Sia sul carico della Rosso, sia sulle altre carrette del mare: imbarcazioni in condizioni pietose, mandate a picco nel Mediterraneo colme di scorie. Un lavoro segnato da mille ostacoli e costanti minacce.
Il 13 dicembre 1995, dentro questo scenario, è morto in circostanze più che sospette il capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave della procura di Reggio Calabria. E intanto, dall’intreccio tra Italia e altre nazioni (europee e non, comunque disposte a tutto per smaltire pattume tossico) sono uscite le figure di agenti segreti, politici ai massimi livelli, faccendieri massoni e onorati membri della ‘ndrangheta.
Ma nonostante le migliaia di verbali, di indizi, di indicazioni sui presunti luoghi di occultamento, non si è raggiunta per anni la certezza. Ancora il 13 maggio scorso, il gip Salvatore Carpino si è trovato ad archiviare il sospetto di affondamento doloso e truffa pendente sugli armatori Messina. E loro hanno festeggiato: dichiarando che quest’atto chiude una stagione di “accuse infondate, calunnie, subdole diffamazioni e campagne stampa fondate sul nulla”.
Tutto a posto dunque? Nessuno ha trafficato via mare in rifiuti nucleari? Nessuno, soprattutto, è più autorizzato a ipotizzare retroscena inconfessabili per il caso “Rosso”? La risposta è no, purtroppo: niente è ancora tranquillo in Calabria.
Poco è stato definitivamente chiarito, in questa storia, e il primo a riconoscerlo è il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano: il quale non soltanto sta continuando a indagare, ma ha trovato quello che si sospettava da anni: appunto la presenza, a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, sulla strada provinciale 53 che sale in collina, di un’area radioattiva.
“Prudenza e determinazione”, sono comunque le parole d’ordine. “Anzi: ancora più prudenza che determinazione”, si corregge Giordano. Teme si scateni il panico, in quest’angolo di campagna che prende i nomi di Petrone-Valle del Signore e Foresta, e che è incastrato tra i comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello, lungo il greto del fiume Oliva.
Già nel 2004, l’Arpacal (Agenzia regionale protezione ambiente calabrese) aveva qui scoperto metalli pesanti e granulato di marmo, utilizzato dalla malavita per schermare la radioattività.
Allora, il perito Ornelio Morselli certificò la presenza eccedente di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con “caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine”.
Se a questo si somma che un funzionario dell’ex genio civile, ha ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva, si capisce perché l’ex pm di Paola, Francesco Greco, abbia ipotizzato un nesso tra il ritrovamento dei rifiuti e la motonave Rosso; e più in generale, un legame tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi.
Una tesi che qualcuno ha cercato di catalogare come azzardata, ma che oggi, con il ritrovamento di un documento inedito, assume tutt’altro spessore. Nel 2005, infatti, un investigatore della procura di Paola ha accompagnato al fiume Oliva Amerigo Spinelli, poliziotto municipale di Amantea (paesino accanto alla spiaggia di Formiciche).
E nella sua relazione finale, ha scritto: “Spinelli indicò un’area che (…) corrisponde al greto della località Valle del Signore ed aree adiacenti “. Di più: Spinelli ha riferito “che un’ampia zona compresa tra la predetta zona e almeno 200 metri a ovest (…) era stata interessata dal deposito di rifiuti/materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso”.
In seguito, la magistratura ha indagato tra Aiello Calabro e Serra d’Aiello, Amantea e San Pietro in Amantea. Ha cercato riscontri, materiali, tutto pur di inquadrare la situazione. E infatti, nel 2007, è arrivato il secondo colpo di scena, anch’esso sconosciuto fino a questo momento.
Due ufficiali hanno notato dei camion che prelevavano terreno dai torrenti Catocastro e Valle del Signore (affluente dell’Oliva) per il ripascimento delle coste. E quando hanno ispezionato le spiagge interessate, hanno trovato svariati oggetti ferrosi, tra i quali un “coperchio (…) presumibilmente appartenente a un fusto”, pezzi di lamiera e “quattro tubi di diverso diametro” che “possono essere ricondotti, verosimilmente, a parte delle protezioni in uso sui traghetti Ro-Ro”: navi come la Rosso, con lo sportello ad hoc per imbarcare i carichi su ruote.
A questo punto, l’ispettore che due anni prima aveva accompagnato Spinelli al fiume Oliva, è tornato in azione: ha svolto un nuovo sopralluogo, ha confrontato quel panorama con le fotografie scattate dagli ufficiali, e ha messo nero su bianco: “Con certezza posso dire che i due siti coincidono, e (che il perimetro) è individuato in agro di Aiello Calabro, località Valle del Signore e aree adiacenti”.
In altre parole, è probabile che i rifiuti tossico-radioattivi abbiano viaggiato per mare, e siano stati occultati qui. La stessa conclusione, d’altronde, suggerita da altri indizi concordanti. Il primo, a cavallo tra il 2007 e il 2008, è che l’Arpacal e il perito Morselli hanno riscontrato in profondità a Foresta agro di Serra d’Aiello, la presenza di Cesio 137 (lo stesso fuoriuscito da Chernobyl).
Il secondo indizio, datato novembre 2008, è che grazie ai carotaggi “nelle immediate adiacenze della briglia del fiume Oliva”, si è trovato un sarcofago (di dimensioni ancora ignote) in cemento a circa 10 metri di profondità. E all’interno, scrivono i consulenti della procura, “c’erano concentrazioni elevate di mercurio”, presente anche in altri campioni.
Da qui, parte l’ultima svolta di questo incubo. Dalla testardaggine con cui il procuratore Giordano insegue reati che vanno dal disastro ambientale all’avvelenamento delle acque.
“Questioni fondamentali sotto il profilo della pubblica tranquillità “, le definisce. Per questo, a fine 2008, ha incaricato l’università della Calabria e il Cnr di sondare, con cartografie satellitari, eventuali anomalie termiche nell’entroterra calabro (segno di radioattività). E il 17 febbraio è arrivata la risposta: positiva.
Le anomalie ci sono, addirittura “evidenti ” a Serra d’Aiello: proprio nella zona “prospiciente al fiume Oliva”. Tanta è la delicatezza del problema, da richiedere un controllo diretto sul terreno, con il supporto del reparto Nbcr (Nucleare batterico chimico radiometrico) dei Vigili del fuoco di Cosenza e Catanzaro.
E gli esiti sono tanto gravi quanto inequivocabili: “Il monitoraggio ha permesso di individuare limitate seppur significative anomalie di radioattività”. Il 2 marzo seguente, l’Arpacal ha trasmesso alla procura “l’esito delle analisi radiometriche campali” attorno al fiume Oliva. Ed è giunta l’ennesima conferma, supportata dai rilievi in una vecchia cava che “si estende per 200-300 metri dalla provinciale 53, al chilometro sei”, di fianco all’Oliva.
Il risultato è che ci sono tracce di contaminazione. Non solo: ci sono “radionuclidi artificiali” che “non dovrebbero normalmente essere presenti nel terreno”. Ma sono stati rilevati. Ecco perché, sempre Arpacal, ha suggerito ai magistrati di svolgere ancora accertamenti, per “escludere un qualsiasi aumento del rischio alla popolazione, soprattutto di inalazione e/o ingestione”.
Ed ecco perché, in questo contesto, assume speciale rilevanza la consulenza di Giacomino Brancati, dirigente del settore prevenzione nel Dipartimento calabrese per la tutela della salute. Il quale, in un documento di 300 pagine, segnala espressamente “l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta (centri di Campora San Giovanni, Coreca e Case sparse, comprese tra il mare e Foresta)”. Un allarme, dice Brancati, “dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non”, a cui va sommato “un consistente danno ambientale”.
Possibile, con queste premesse, infilare la vicenda in un faldone e seppellirla in archivio? Ha senso trascurare i segnali che rievocano il mistero della motonave Rosso? Risponderanno nel merito la Protezione civile, i carabinieri del Noe e il ministero dell’Ambiente: tutti consultati dal procuratore Giordano.
Nel frattempo, è il caso di ricordare un ultimo dettaglio. Il 9 giugno 2005, “L’espresso” ha pubblicato il dossier di un ex boss della ‘ndrangheta che si accusò di avere affondato, d’accordo con il clan Muto, carrette del mare zeppe di sostanze tossiche.
Tra le navi, ne indicava tre che transitavano “al largo della costa calabrese, in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza”. E proprio in questo tratto di mare, a 487 metri di profondità, l’Arpacal ha individuato il 14 dicembre scorso un “rilievo di forma ellittico/circolare”, lungo “circa 80 metri e largo non più di 50, che si eleva rispetto alle profondità medie circostanti di circa 4 metri”.
Guarda caso, agli investigatori risulta che il titolare della vecchia cava accanto al fiume Oliva (oggi defunto) fosse taglieggiato dagli ‘ndranghetisti Muto. «L’ennesima traccia del meccanismo di smaltimento illegale “, dicono. “L’ennesimo passo verso una verità scomoda”.
di Riccardo Bocca


Dal sito http://www.calabrianotizie.it/2009/08/2 ... per-la-sa/

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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: mar set 01, 2009 3:28 am 
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Io si e ti dirò di piu'...danno la colpa a noi della Locride. Mi è stato detto che durante alcune partite di calcio tra squadre nostre e loro alcuni tifosi ci rinfacciano di averli contaminati con queste navi...

La questione è comunque seria e mi chiedo se un giorno ci renderemo conto che è anche grazie a coperture politiche che avvengono questi disastri e soprattutto questi silenzi e voteremo gente coscenziosa e responsabile.

Ma pare che ancor oggi non abbiamo imparato nulla...se è vero che nella piana di lamezia si vuole con ostinazione terminare un impianto di stoccaggio già a rischio di per sè, ma ancora piu' rischioso perchè già si sa che non è a norma...pensate voi!

http://www.lameziaweb.biz/newlametino.asp?id=2930


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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: mar set 01, 2009 10:04 am 
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certo in trasferta vanno in nave...

comunque se parliamo di problemi ambientali vorrei ricordare anche l'aspromonte come è stato ridotto:

riporto questo stralcio :

E come al solito ci vuole sempre un pentito di mafia perchè le storie ritornino a galla. Il pentito della 'ndrangheta aspromontana rivela di aver avuto contatti con dirigenti dell'Enea, l'ente che gestisce il sito nucleare, perché sotterrasse, per 600 milioni di vecchie lire, 600 bidoni radioattivi nelle montagne dell'Aspromonte. La tariffa forse era un milione di lire a bidone. Da queste rivelazioni le informazioni di garanzia a otto funzionari ed ex funzionari dell'ente. A ipotizzare i reati la magistratura antimafia di Potenza . Reati da far accapponare la pelle: produzione clandestina di plutonio. Il plutonio è l'elemento base per la costruzione di bombe nucleari. Una "quisquilia" direbbe Totò. Ma di queste "quisquilie" si era occupata già la magistratura potentina nel 2001 a seguito di altre rivelazioni da parte di pentiti di mafia. Addirittura si ipotizzò, e fu il Pm Montemurro ad ipotizzarlo, che la criminalità organizzata avrebbe prelevato materiale nucleare per cederlo ad acquirenti collegati all'ex raìs iracheno, Saddam Hussein.

il resto dell'articolo lo trovate: http://www.amanteaonline.it/amantea/htm ... e&sid=4730


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MessaggioInviato: mer set 02, 2009 10:38 am 
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Io non commento, perchè molto probabilmente è per colpa di queste persone che io non ho più mio padre.

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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: sab set 12, 2009 6:56 pm 
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Per restare da quelle parti... fonte www.lastampa.it


Trovata una nave al largo di Cetraro: potrebbe contenere rifiuti tossici
ROMA
Una grossa nave mercantile, adagiata sul fondale antistante Cetraro, centro del Tirreno cosentino, è stata scoperta oggi dal mezzo telecomandato sottomarino della nave che la Regione Calabria sta utilizzando per fare luce sulla vicenda che vede la zona di mare del Tirreno come possibile deposito di scorie tossiche o forse anche radioattive. La scoperta è avvenuta nel pomeriggio, quando finalmente il robot è riuscito ad effettuare delle fotografie abbastanza nitide.

La nave, di cui si ignora al momento la denominazione, sarebbe quasi completamente ricoperta di vecchie reti, evidentemente appartenenti a pescherecci che negli anni hanno incrociato nella zona e che le hanno perse, perchè si sono impigliate sul grosso ostacolo. Il luogo si trova a circa 20 miglia nautiche dalla costa, ad una profondità di circa 480 metri. Solo oggi, dopo diversi giorni di tentativi, la nave di ricerca ha potuto raggiungere il luogo esatto, a causa del mare mosso. Le foto scattate sono adesso al vaglio dei tecnici, che cercheranno di individuare di quale nave si tratti.

Il sospetto è che sia la Cursky, segnalata da un pentito, Francesco Fonti, in una dichiarazione spontanea, e descritta come una nave che trasportava 120 fusti di materiale tossico. Secondo Fonti, la nave farebbe parte di un gruppo di tre imbarcazioni, fatte sparire grazie all’aiuto della cosca Muto di Cetraro.


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MessaggioInviato: sab set 12, 2009 8:17 pm 
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Per la serie w la 'ndrangheta..
..senza la 'ndrangheta ci sarebbe il caos..
...quelli della 'ndrangheta non ci toccano..si ammazzano da soli...


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MessaggioInviato: sab set 12, 2009 8:30 pm 
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Warriors ha scritto:
Per la serie w la 'ndrangheta..
..senza la 'ndrangheta ci sarebbe il caos..
...quelli della 'ndrangheta non ci toccano..si ammazzano da soli...


Perché la ndrangheta esiste? :twisted:

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MessaggioInviato: lun set 14, 2009 11:16 am 
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io voglio cambiare associazione!!! in quell'altra mi diverto di più...e se voglio mi fanno affondare anche navi...

qualcuno sa dove posso trovare il modulo di adesione???

:mrgreen: :cry: :roll: :| :(

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ubi maior, minor cessat - FORZA LOCRI



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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: lun set 14, 2009 2:14 pm 
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Conosco anche altri che volevano iscriversi, magari se si raggiunge un buon numero ed avete un locale potete aprire una sezione staccata!

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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: mar set 15, 2009 3:17 pm 
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da corriere.it


Dieci casse di esplosivo militare
Così ho affondato le navi dei veleni»
Calabria, il pentito: fusti radioattivi dalla Norvegia. L’ordine dei clan



REGGIO CALABRIA — «Ave­vamo bisogno di affondare delle navi che ci erano state commis­sionate ed erano al largo di Cetra­ro. Ci serviva un motoscafo per portare l’esplosivo da riva fino al largo». È il 21 aprile 2006 e a Mila­no un magistrato antimafia racco­glie la testimonianza del pentito Francesco Fonti, che dal 1966 fi­no al gennaio del ’94, quando è iniziata la sua collaborazione con la giustizia, ha fatto parte della ’n­drangheta: entrato da picciotto e uscito con la «dote» di vangelo dalla famiglia Romeo, padroni di San Luca. Fonti parla di un episo­dio che fa risalire al 1993: l’affon­damento, con tanto di truffa al­l’assicurazione, di una nave cari­ca di rifiuti radioattivi nel Tirre­no.

Lui c’era e ricorda: «Nelle na­vi in quel momento c’era una cer­ta quantità di fusti che non erano stati smaltiti all’estero...». I moto­scafi li procurò Franco Muto, boss di Cetraro, al quale andaro­no 200 milioni di lire per il distur­bo; dall’Olanda arrivarono una decina di casse di esplosivo mili­tare; il carico finito in fondo al mare, invece, secondo il pentito era di origine norvegese. Al magi­strato racconta i preparativi con Muto: «Ci siamo incontrati in quel negozio di mobili. Spaccaro­telle è il nome del mobilificio. Noi gli abbiamo detto che aveva­mo bisogno di un paio di moto­scafi e lui ha detto: 'No, non ci so­no problemi. Quanto grandi li vo­lete? Da altura, da mezzo mare?'. E ci procurò due motoscafi. Noi caricammo... il materiale esplosi­vo l’avevamo portato da San Luca e, da Cetraro Marina, alla fine del lato Nord, c’erano i motoscafi, fin là si può arrivare anche con le macchine sulla strada interna del lungomare... Abbiamo preso le casse di esplosivo, le abbiamo messe sui motoscafi e siamo par­titi al largo, siamo arrivati alle na­vi, gli autisti dei motoscafi hanno aspettato, noi abbiamo fatto il tra­sbordo e le abbiamo lasciate lì. Il giorno dopo siamo tornati di nuo­vo per sistemare l’esplosivo nei punti dove doveva esplodere per far imbarcare l’acqua e mandarle a fondo. Solamente che affondar­le tutte e tre assieme lì abbiamo pensato che non era tanto intelli­gente, e abbiamo deciso una di farla affondare lì, le altre due di mandarle una verso lo Ionio, a Metaponto, e l’altra verso Mara­tea ». Il magistrato, quasi stupito, gli chiede del viaggio a Metapon­to, e Fonti spiega: «Ma sopra c’era l’equipaggio eh...! Faceva tutto il giro» dello Stretto di Mes­sina.

Qualcuno sostiene che nel Mediterraneo la criminalità organizzata, dagli anni ’80, potrebbe aver affondato decine di navi cariche di veleni. Sono state dise­gnate trame complica­tissime, che coinvolge­rebbero uomini dei ser­vizi, politici, faccendie­ri di tutto il mondo, fra Olanda e Somalia, Cala­bria ed ex Jugoslavia.

Molte cose restano da veri­ficare, ed è difficile. «Ma il velo è squarciato, nessuno può più sostenere che le navi non ci sono», dice Bruno Giorda­no, capo della Procura di Paola dal luglio 2008. È il magistrato che ha riannodato le fila di un’in­chiesta che si trascinava da tem­po. Prima ha scoperto lungo il greto del torrente Oliva, tra Aiel­lo Calabro e Serra d’Aiello, la pre­senza di metalli pesanti, radioatti­vità di origine artificiale, «quanti­tà rilevantissime di mercurio». Poi, mesi fa, sul suo tavolo è arri­vato un documento dell’Arpacal, una rilevazione condotta nel Tir­reno: fuori da Cetraro sottacqua c’era qualcosa di lungo, almeno 80 metri. La Marina non aveva mezzi a disposizione, Giordano si è rivolto a Silvio Greco, assessore all’Ambiente della Regione Cala­bria e biologo marino, che ha tro­vato un robot in grado di ispezio­nare i fondali. E siamo a sabato scorso: a 500 metri di profondità, al largo di Cetraro, nel tratto di mare indicato da Fonti, il robot filma un relitto. «Laggiù la pres­sione è 50 atmosfere — dice Gre­co —: la telecamera ha inquadra­to almeno un fusto quasi del tut­to schiacciato. Gli altri dovrebbe­ro essere nella stiva: ora bisogna capire che cosa contengo­no e come trattarli. Poi vanno cercate le altre due navi di cui parla il penti­to ». Francesco Fonti non fa più parte del program­ma di protezione per col­laboratori di giustizia, si nasconde in centro Italia, ma se il suo rac­conto è attendibile, e ora smentirlo è più dif­ficile, le altre due navi potrebbero trovarsi fra 3 e 5 mila metri di profondità. Oggi Gre­co sarà a Roma, a par­lare con i tecnici del ministero dell’Am­biente. Forse un giorno verrà ascol­tato anche il dottor Giacomino Branca­ti, medico e consu­lente della Procu­ra. La sua relazione fa paura. «Si può confermare l’esistenza di un eccesso statisticamente significa­tivo di mortalità nel distretto di Amantea rispetto al restante terri­torio regionale, dal ‘92 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d’Aiello, Amantea, Cleto e Mali­to ». Parla di tumori maligni di co­lon, retto, fegato, mammella. Invi­ta a indagare lungo il corso del­l’Oliva.

Ancora dal verbale di Fonti: «Avvenne di sera, era buio. Erava­mo già gennaio, quindi verso le 7 e mezzo di sera... C’erano dei de­tonatori, però a breve portata, mi sembra 300 metri. Sono stati fatti brillare dal motoscafo». Quante altre volte è successo? E chi ha comprato i servizi della ‘ndran­gheta per liberarsi di rifiuti tossi­ci?


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 Oggetto del messaggio: Re: La collina radioattiva di Cosenza
MessaggioInviato: lun ott 05, 2009 10:28 am 
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tratto da repubblica.it



PRAIA A MARE - Si respirava anche l'amianto nel reparto della morte alla Marlane-Marzotto di Praia, l'industria tessile sotto inchiesta per i 120 casi di tumore - finora accertati - direttamente attribuibili alle condizioni di lavoro nello stabilimento, oltre ai morti di cancro, che non si sa ancora quanti siano, ma che potrebbero essere oltre 150.

Si è appreso infatti che, in aggiunta alle "ammine aromatiche", altamente cancerogene, sprigionate dai coloranti azoici, gli operai e le operaie della Marlane-Marzotto erano costretti a convivere anche con le polveri d'amianto prodotte dai sistemi frenanti dei macchinari dello stabilimento tessile. Un inferno di veleni micidiali che per migliaia di giorni lavoratori ignari hanno inghiottito nei polmoni e assorbito nella pelle.

La Procura semi vuota. Gli unici due magistrati della Procura di Paola che seguono le indagini sono il procuratore capo, Bruno Giordano e la sostituta, Antonella Lauri. Ce n'è anche un altro, il dottor Stefano Berni Canani, ma sta per andarsene. Altri due sostituti lo hanno preceduto di recente. Così, ai due superstiti, non resta che infoltire faticosamente i fascicoli di questa inchiesta complicata, difficile e rischiosa. E probabilmente anche accerchiata da "strane reti di accordi" - l'espressione circola negli ambienti di palazzo di giustizia - che tenderebbero a costruire un processo dall'esito penale "morbido", che non faccia troppo male alla Marlene-Marzotto.

Le due linee di difesa. Un particolare aspetto della vicenda avvalorerebbe questa ipotesi: la diversa impostazione dei due collegi legali che hanno in carico gli interessi delle famiglie colpite. Da una parte, c'è chi persegue l'obiettivo di trascinare al dibattimento la Marlane-Marzotto per omicidio colposo. Dall'altra, c'è un gruppo di avvocati - che sta raccogliendo sempre più fiducia dalle famiglie delle persone colpite - i quali invece intendono perseguire la stessa linea di difesa adottata per gli operai della Tissen Krup, che portò all'incriminazione dei vertici del colosso siderurgico di Torino per "omicidio volontario con dolo eventuale".

Una formula che sancisce senza equivoci la piena conoscenza da parte del datore di lavoro dei rischi per la salute per i dipendenti, oltre alla colpevole e volontaria negligenza, nel perseverare a mantenere in condizioni di insicurezza il luogo di lavoro. Qualora prevalesse la prima ipotesi, il reato cadrebbe immediatamente in prescrizione, per effetto della legge ex Cirielli.

I certificati di morte fasulli. Risulta al momento molto difficile rintracciare un medico che ha lavorato nello stabilimento della Marlane-Marzotto, il quale si sarebbe detto disposto a raccontare che lui, assieme ad altri medici, sarebbero stati costretti a redigere certificati di morte "alleggeriti" per operai in realtà devastati dal cancro. Si era detto disponibile a collaborare con la giustizia, ma per ora sembra sia irreperibile.

l disastro ecologico. L'altro capitolo importante dell'inchiesta è quello che ha a che fare con l'inquinamento dei terreni circostanti la fabbrica e, di conseguenza, anche della spiaggia e del mare, che sono proprio lì di fronte. Per ora, non si sa ancora se i giudici della Procura hanno intenzione di inquisire la Marlene-Marzotto di "disastro ambientale". La perizia che servirà loro per decidere è firmata dalla professoressa Rosanna De Rosa ("Scienza delle terra" all'Università della Calabria). Dalle carte emerge che nei terreni di proprietà della Marlane, negli anni sono stati seppellite tonnellate e tonnellate di schifezze di ogni sorta, dal "cromo esavalente" ad altri veleni dannosissimi per l'ambiente.

I tumori in aumento. A Paola c'è un gruppo di otto medici di base, che assistono 12.590 cittadini, in carico al Servizio Sanitario Nazionale. Il dottor Cosmo De Mattei coordina il lavoro di questa équipe spontanea, sorta sull'onda dell'allarme provocato dall'aumento preoccupante di casi di cancro nella città del Cosentino. I dati messi insieme dalle esperienze incrociate degli otto professionisti sono questi: su 12.590 persone ci sono stati 241 casi di cancro: una percentuale 4 volte superiore alla media nazionale.

Ma l'aspetto più inquietante è che ad essere colpiti sonosoprattutto persone giovani, nella fascia 34-40 anni. Al momento non è possibile individuare alcun nesso tra questa realtà e le vicende della Marlane-Marzotto, né con la storia delle due cosiddette "navi dei veleni", una ancora immersa sotto 500 metri d'acqua a largo di Cetraro, la Cunsky; l'altra, la Jolly Rosso, rimasta sulla spiaggia di Amantea per sei mesi e poi smantellata dopo essere stata svuotata dalle sostanze venefiche che trasportava, sotterrate in tutta fretta in una cava disabbia vicino al fiume Oliva.


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